Marco Cavarzere, La giustizia del Vescovo. I tribunali ecclesiastici della Liguria orientale, Pisa University Press, 2012

Durante l’Ancien Régime la giustizia, come è noto, era contraddistinta dalla coesistenza di diversi organi a essa deputati, tanto statali quanto ecclesiastici. Nonostante i conflitti di giurisdizione o di sovranità che naturalmente potevano insorgere, fra tali organismi vi era comunque una concorrenza di intenti nel voler mantenere il controllo sociale, anche se gli strumenti e le finalità erano profondamente diversi. I tribunali ecclesiastici – vescovili e metropolitani, delle nunziature apostoliche, fino alle congregazioni cardinalizie, dei quali si è occupato nello specifico Marco Cavarzere – furono gli strumenti fondamentali attraverso cui i vertici romani cercarono di riformare la societas christiana, correggendone le devianze. Questi tribunali formavano una rete estremamente complessa e articolata che si estendeva a tutta la penisola italiana ed erano dotati di competenze vastissime, dal momento che assai labile o del tutto inesistente era il confine che separava i crimini dai peccati.

Nel volume di Cavarzere vengono analizzati i casi particolari di due diocesi contigue della Liguria orientale, collocate tra la Repubblica di Genova e il Granducato di Toscana: si tratta di Brugnato, piccola circoscrizione dal territorio prevalentemente montuoso, e di Luni-Sarzana, più vasta e ricca ma anche più solertemente gestita dai propri ordinari rispetto alla sua vicina. La disamina delle istituzioni giudiziarie operanti in queste zone è corredata da un’ampia e utile appendice documentaria, in cui si offre all’attenzione degli studiosi il repertorio della serie Criminalia dell’archivio vescovile di Brugnato: un prezioso mezzo di corredo per la consultazione dei documenti, considerato il fatto che l’Archivio storico dell’attuale diocesi di La Spezia-Sarzana-Brugnato risulta tuttora sprovvisto di un inventario sistematico.

«Quel peut être encore la valeur de la monographie diocésaine?», si domandava Claude Langlois agli inizi degli anni Settanta (cfr. C. Langlois, La diocèse de Vannes au XIXe siècle. 1800-1830, Paris, Klincksieck, 1974, p. 7). Senz’altro, serve a rendere conto della specificità di un territorio e a far prendere coscienza di come, nella pratica, la vita religiosa fosse assai eterogenea a seconda dei luoghi e delle situazioni, pur senza prescindere da una generale conformità ai dettami del papato. Inoltre – come dimostra Cavarzere attraverso i casi da lui trattati –, osservando il centro della cristianità dalla periferia, si chiariscono meglio le dinamiche e gli interessi più profondi che sottendevano il ricorso alla giustizia ecclesiastica, nonché le difficoltà e i limiti che si frapponevano all’opera di disciplinamento perseguita dalla Santa Sede.

Anche nella Liguria orientale, come altrove, l’indisciplina sembrava regnare sovrana tanto tra il clero quanto tra i laici. Eppure, furono innanzitutto i reati del clero a occupare l’attività dei tribunali di Brugnato e di Luni-Sarzana e ciò in base a una strategia ben precisa: poiché era estremamente difficoltoso riuscire a sovvertire abitudini sociali consolidate, si mirò piuttosto a ricomporre un corpo sacerdotale più coscienzioso ed efficiente, che fungesse da modello comportamentale e da guida spirituale per il popolo dei fedeli. Cura pastorale e disciplinamento, insomma, non erano che due facce di una stessa medaglia.

Tuttavia, vi erano differenti percezioni della devianza e ciò influenzava nettamente l’applicazione della legge, che quasi mai poteva essere letterale ma doveva adattarsi alle varie circostanze. Senza contare che il rispetto dei poteri e degli interessi locali, come delle norme non scritte vigenti in una data società, era un imperativo imprescindibile e rendeva conseguentemente più accidentato il terreno sul quale ci si muoveva, imponendo maggiore elasticità nell’amministrazione della giustizia.

In sostanza, quel che emerge dal presente studio è che i tribunali con i loro funzionari continuavano a essere profondamente radicati nel loro territorio di appartenenza, subendone l’influsso, a dispetto delle pur sempre forti tendenze alla centralizzazione da parte della curia romana. Gli stessi ordinari – sottolinea Cavarzere – erano reclutati tra il patriziato della Repubblica genovese, analogamente a quanto accadeva in altri Stati italiani, come ad esempio il Regno di Napoli, dove in genere si preferivano personaggi vicini alla dinastia regnante. Di conseguenza, i presuli finivano per costituire dei rappresentanti del potere politico ancor più che un’emanazione del potere pontificio.

Peraltro non si riduce tutto a un semplice dualismo tra centro e periferia, bensì viene a delinearsi quella che Giovanni Tocci chiamava «natura policentrica dei territori» (cfr. G. Tocci, Le comunità in età moderna. Problemi storiografici e prospettive di ricerca, Roma, Carocci, 1999, p. 131). Carvarzere parla propriamente di «pluralità di livelli»: vale a dire che esisteva una molteplicità di linguaggi attraverso cui la giustizia si esplicava, di usi che di essa se ne faceva, e di poteri che la esercitavano, stratificati, nell’ambito di un medesimo territorio.

Non vi era affatto la demarcazione che da Trento si sarebbe voluta instaurare tra sacerdoti e fedeli, ma tutti erano parte della comunità e soggetti alla morale comune, uniti o contrapposti da legami parentali e fazionali, che si trovavano sovente all’origine di liti e faide.

Uomini e donne di ogni ceto dimostravano di sapersi muovere con una certa disinvoltura attraverso l’intricato sistema degli organismi giudiziari, sfruttandolo a proprio vantaggio: sceglievano deliberatamente a quale tribunale rivolgersi per raggiungere i propri scopi e, se la sentenza non li soddisfaceva, ricorrevano in appello ad altri tribunali per ottenerne un’altra ad essi più favorevole. Di preferenza, però, si cercava di percorrere la via della conciliazione in forma privata, sicché la corte di giustizia veniva a configurarsi come il luogo in cui i conflitti sociali potevano essere più facilmente gestiti e risolti.

Come altri studi condotti negli ultimi anni, anche il lavoro di Cavarzere mette in luce il lungo perdurare di una religiosità tipicamente pre-tridentina e di una riottosità generalmente diffusa ai tentativi di disciplinamento provenienti dall’alto. Si tende qualche volta a etichettare come arcaici o anacronistici simili aspetti; in realtà si tratta di una congerie variegata e stratificata di persistenze, adattamenti e mutamenti interrelati all’ambiente, che costituiscono la cifra di un cristianesimo eterogeneo, il substrato di quell’omologazione che il papato cercava di attuare anche a livelli più profondi ma vanamente.

Per dirla con Ottavia Niccoli, «la realtà e il modello non coincidono, anche se il modello esiste e le pressioni perché esso si realizzi sono forti» (cfr. O. Niccoli, La vita religiosa nell’Italia moderna. Secoli XV-XVIII, Roma, Carocci, 2008, p. 152). Il disciplinamento, come è portato a concludere anche Cavarzere, fu un «progetto condiviso» nell’arco di un lungo periodo sia dalle autorità ecclesiastiche che da quelle laiche, ma mai pienamente realizzato.