Matteo Petracci, Partigiani d’Oltremare. Dal Corno d’Africa alla Resistenza italiana (Pacini Editore, 2019)

Il libro Partigiani d’Oltremare. Dal Corno d’Africa alla Resistenza italiana, di Matteo Petracci (Pacini Editore, 2019, 192 pp.) è incentrato sulle vicende di un composito (per nazionalità, lingua, religione, età e sesso) gruppo di persone, originarie delle colonie dell’allora Africa Orientale Italiana. Costoro, trovatisi a Napoli nel 1940 per essere impiegati come figuranti nella mostra triennale delle Terre d’Oltremare italiane, a causa del coinvolgimento italiano nella seconda guerra mondiale, non possono più tornare nelle terre d’origine. Dopo varie vicissitudini, alcuni di loro, in seguito ai drammatici eventi successivi all’8 settembre 1943, decideranno di unirsi alla banda partigiana Mario, attiva nei pressi del monte San Vicino, nella zona fra Sanseverino e Matelica, al confine fra le province di Macerata e di Ancona.

Quel che rende interessante il testo, non è tanto la ricostruzione, peraltro ben documentata attraverso l’utilizzo e l’incrocio dei dati di fonti archivistiche e orali, dell’attività della Banda Mario, del ruolo in essa svolto dai partigiani africani e della composizione stessa della formazione, una specie di assortito melting pot di genti, religioni e lingue diverse, nonostante il titolo stesso lo lasci pensare. Se così fosse, il libro sarebbe un piccolo tassello che si unisce ai tantissimi altri volumi sulla storia di singole unità partigiane, utili nel loro complesso a ricomporre il grande e variegato mosaico della Resistenza italiana. Come sottolinea l’autore, non è neanche l’internazionalità dei suoi componenti a rendere peculiari le vicende della banda, perché molte formazioni della Resistenza italiana vedevano nelle loro fila stranieri, internati o prigionieri di guerra fuggiti dai campi nei quali erano ristretti; la stessa composizione multietnica, benché più rara, è attestata anche in altri gruppi partigiani attivi in Italia. Il vero merito del libro è nella ricostruzione, che occupa la prima parte del volume, di come questi sudditi di serie B dell’Impero Italiano, questi esseri considerati “inferiori da civilizzare”, fossero stati portati in Italia per allestire uno zoo umano al fine di rendere fieramente consapevoli gli italiani dei loro meriti di civilizzatori. Ecco, alla luce di questa premessa, la storia degli africani saliti in montagna per combattere contro i nazifascisti è qualcosa di più e di diverso che una storia di resistenza partigiana: è la storia di un riscatto. Non solo e non tanto del riscatto degli africani che si unirono ai partigiani, bensì il riscatto di una società, quella italiana, che nei valori della Resistenza trovò la forza di andare oltre i pregiudizi e le discriminazioni. Quei valori, di solidarietà e reciproco riconoscimento al di là e al di sopra di tutte le differenze, che sono alla base della nostra Costituzione e che troppo spesso oggi sono messi in discussione nel nome di un pericoloso sovranismo. Specialmente in questi tempi, in cui alle rinascenti barriere di natura socioculturale si è unito il distanziamento sociale imposto dall’emergenza sanitaria legata al diffondersi del Covid-19, riscoprire una storia segnata dal superamento delle odiose forme di separazione e discriminazione razziale può essere un modo per guardare con ottimismo al futuro.