Miguel Rodrigues Lourenço, A Articulação da Periferia. Macau e a Inquisição de Goa (c. 1582-c. 1650), Centro Científico e Cultural de Macau, IP – Fundação Macau, Lisboa 2016

Negli ultimi decenni la storiografia sul fenomeno inquisitoriale ha seguito un’evoluzione ricca e multiforme, pur facendo registrare ancora numerosi vuoti da colmare. In generale si è approfondito il passo verso conoscenze di aspetti singoli, relativi a territori circoscritti e realtà particolaristiche, che si sono affiancate a visioni più ampie – sulla scia di una sempre più frequentata dimensione globale – che dalle rive del Mediterraneo si è estesa ai territori americani e orientali, sulle articolazioni dell’imperialismo iberico della prima età moderna. Inquisizione come Global History – così indicato nella versione inglese, attualizzata, del classico lavoro di Francisco Bethencourt (Oxford, 2009)tuttavia necessitata di tessere più minute, come in una costruzione mosaicale, in grado di fornire maggiore nitidezza al disegno complessivo.

Questo appare il profilo scelto da Miguel Rodrigues Lourenço per il suo libro – pubblicato dal Centro Científico e Cultural de Macau, di Lisbona assieme alla Fundação Macaudedicato alla realtà inquisitoriale di Macao, uno dei territori più lontani dal contesto nativo europeo dell’Inquisizione.

Con le sue particolarità e complesse relazioni, Macao (Cidade do Nome de Deus) si inscrive dentro un più ampio reticolato di rapporti politici, sociali e religiosi. Da tale considerazione procede l’itinerario proposto dall’autore, che dal centro dell’Inquisizione portoghese – con il suo Conselho e Inquisidor geral  (Lisbona), pone il suo focus sul tribunale inquisitoriale di Goa – istituito nel 1560 e alle dipendenze di tale Conselho – e soprattutto sulla periferia estremo-orientale di quest’ultimo, Macao, dove la prospettiva di studio si focalizza sugli attori della rappresentazione periferica dell’Inquisizione, i commissari del Sant’Uffizio e i loro caratteri sociali.

Rodrigues Lourenço dimostra in tale studio una piena padronanza dei termini storiografici di partenza (Bethencourt, Paiva, Marcocci) senza dimenticare il collegamento importante con le analisi sociologiche e geografiche – relative al rapporto centro-periferia (Shils, Barreto Xavier, McPherson) – e con una più ampia storiografia relativa all’Inquisizione in età moderna (Dedieu, Contreras, Escandell Bonet, Brambilla, Prosperi). La struttura del libro appare ben ragionata, pur semplificata in tre capitoli, dove alcuni paragrafi avrebbero meritato forse una maggiore autonomia, per la ricchezza espositiva e i dati forniti. In particolare mi riferisco alle interessanti considerazioni e approfondimenti – anche con una chiara analisi dei documenti utilizzati – sulla partecipazione attiva della Compagnia di Gesù nella gestione della carica di commissari del Sant’Ufficio per Macao. Interessante, sotto tale aspetto, la ricostruzione del dibattito sorto all’interno della stessa Compagnia, in relazione al se e come prestare una fattiva collaborazione all’Inquisizione. Una prospettiva di più ampio respiro, in grado di connettersi con le linee generali della storia dell’ordine (pp. 68-99).

A una introduzione che ci riconduce alla restaurazione della monarchia portoghese con la dinastia dei Bragança, procedendo da un momento non certo frequente di comunicazione fra centro (Lisbona) e periferie (Goa-Macao), segue un primo capitolo, articolato in due parti principali che permettono al lettore di approcciarsi alla complessità di una materia in cui rapporti geografici, evoluzioni istituzionali e di rappresentazione sul territorio del Sant’Uffizio portoghese, si mescolano alle direttive politiche e interne agli ordini religiosi coinvolti nell’amministrazione ecclesiastica periferica, in terra di missione, come nel già richiamato caso della Compagnia di Gesù. Tematica complessa ma ricca di spunti riflessivi che permettono di riconsiderare, da un lato, le origini stesse dell’Inquisizione portoghese e della sua progressiva sistemazione istituzionale tra regno peninsulare e impero ultramarino, tra Americhe, Africa e Estado da India. Dalla rappresentazione inquisitoriale sul territorio attraverso le visite distrettuali, il passaggio fondamentale appare essere quello verso una forma rappresentativa costante, con l’affidamento di comissão nelle persone ben radicate nell’ambiente da controllare e punire – secondo il dettato della fede e del diritto canonico – commissari, cioè, che a seconda delle coordinate geografiche ebbero compiti progressivamente regolati dai Regimentos inquisitoriali emanati dalla Suprema portoghese lungo i decenni del XVII secolo.

Nel muoversi in tale complessa e districata materia, l’autore tiene costantemente davanti a sé i termini storiografici fondamentali, senza tuttavia mancare di sostenere alcune considerazioni originali. Per la tematica e l’oggetto principale del libro – lo studio istituzionale e sociale dei commissari macaoensi del Sant’Uffizio portoghese – la lettura che l’autore propone per il distretto inquisitoriale di Goa è quella di una «Inquisição diferente». Una difformità che viene posta in luce attraverso un confronto interno all’Inquisizione lusitana, sulla base dei dati reperiti e delle interpretazioni di alcuni passaggi istituzionali. Ciò permette di comprendere un passaggio di non poco conto – anche in termini di comparazione trasversale alle tre inquisizioni di età moderna – relativa al modo di operare dei commissari locali: per il tribunale di Goa, infatti – a differenza dei commissari inquisitoriali stabiliti per i territori atlantici e connotati dal cosiddetto “gigantismo geografico” – chi veniva investito di tale incarico, avrebbe potuto non solo ricoprire un ruolo fondamentale a livello di procedimento istruttorio, con raccolta di denunce e registrazione delle deposizioni dei testimoni, bensì portare a termine le cause stesse, con l’emanazione e applicazione della sentenza (pp. 53-68).

Nel suo studio Lourenço procede in maniera da restituirci quelle che dovevano al tempo risultare le dinamiche di proiezione territoriale dell’intera struttura inquisitoriale, le differenze, le applicazioni e le elusioni, al fine di poter affrontare, nel secondo capitolo, quale fosse la percezione concreta del Sant’Uffizio a Macao. Ciò consente tracciare le coordinate di un primo importante periodo di costruzione istituzionale del commissariato macaoense (1581-1602), le cui caratteristiche apparvero sostanzialmente la ricerca di un adeguato strumento di rappresentazione e presenza inquisitoriale. Attraverso la discussione di alcune posizioni metodologiche, l’autore presenta questo periodo come definito entro le scelte di una commissione vescovile e la pratica delle visite distrettuali, evidenziando contrasti e fallimenti, ma ridefinendo anche certe interpretazioni che definirono Macao un «porto seguro». Il riferimento era alla presenza di cristiani nuovi (il nemico tradizionale dell’Inquisizione portoghese) che qui avrebbero potuto vivere con una relativa tranquillità poiché – secondo la versione di Charles Boxer – a Macao non vi sarebbe mai stato il Sant’Uffizio. Lourenço non si limita solo a correggere tali interpretazioni – forse determinate, come specificato dall’autore, dalla mancanza di una considerazione della materia a più livelli, in grado di porre in relazione centro direttivo del distretto (Goa) e periferia sotto la sua giurisdizione (come appunto Macao) – ma anche a fornire una chiara e tangibile struttura del distretto inquisitoriale di Goa, inteso come «sucessões de periferias, cada uma distinta da anterior, porque diferenciados são também o acesso ao establecimento de portugueses, a composição social dessa mesma comunidade, bem como a modalidade de presença no espaço» (p. 101).

Una ricchezza di dati, interpretazioni, ipotesi e ricostruzioni di scenari istituzionali, che troveranno nel denso capitolo conclusivo (il terzo), la piena riconduzione di un percorso logico, che dall’istituzione sia in grado di scendere a chi l’istituzione stessa la componeva, cioè gli uomini. La società diventò così la protagonista, con le sue multiformi relazioni, politiche, religiose, culturali, familiari, sin dentro le pieghe della vita minuta, dove rappresentanti del Sant’Uffizio mescolano la propria vita assieme a quella degli stessi sospetti e perseguitati.

Ciò che determina l’importanza di questo libro, infine, al di là della specificità “inquisitoriale”, sembra essere quella di fornire uno spunto interessante per l’analisi dei sistemi periferici e delle loro rappresentazioni. Si tratta di “una” articolazione della periferia, il cui schema riflessivo può essere applicabile alle amministrazioni centrali delle entità statali e degli imperi, cioè di quei sistemi istituzionali che in antico regime necessitarono di governare e “articolare” le proprie periferie al di là degli spazi ristretti o delle vastità oceaniche. I richiami storiografici, il preciso utilizzo di fonti manoscritte e a stampa, raccolte in differenti archivi e biblioteche, tra Portogallo, Spagna, Messico, Brasile, Roma e Macao, rende non solo la lettura articolata su più dimensioni territoriali ma anche in grado di fornire quella ricchezza interpretativa che risulta dall’incrocio di fonti e prospettive. Un libro, in definitiva, in grado di affrontare più livelli in una buona sintesi di generale e particolare, e per tal motivo destinato ad un’ampia e molteplice utilità per l’odierna storiografia in materia.