Paola Lanaro e Alison Smith (a cura di), Donne a Verona. Una storia della città dal medioevo a oggi, Cierre, 2011

Il volume si compone di ventidue saggi di studiose importanti e affermate a livello internazionale. Obiettivo della raccolta è quello di fare emergere, come anche sottolineato dalle curatrici (nel saggio di presentazione La storia, le storie: alla ricerca delle donne a Verona), in modo originale, il contributo femminile alla lunga e variegata storia della città di Verona, dal Duecento al secolo scorso.

I saggi raccolti nel volume affrontano una ricca varietà di temi, determinata anche dalla diversa estrazione geografica e dai differenti ambiti di ricerca degli autori coinvolti: italiani e statunitensi, storici dell’economia, della società, della cultura, della letteratura, della musica e dell’arte. In particolare sono cinque i temi portanti all’interno dei quali vengono inquadrati i diversi saggi e che pongono l’operato femminile in relazione alla politica, alla economia, alla società, alla cultura (dalla letteratura, all’arte, alla musica) e alla religione.

Il primo ambito, quello politico, viene illustrato da una serie di saggi che si apre con l’intervento di Gian Maria Varanini (Donne e potere in Verona scaligera e nelle signorie trecentesche. Primi appunti) che approfondisce il tema della presenza e dell’azione femminile delle donne nello scenario politico veronese, veneto e lombardo del Trecento. Se da un lato le donne scaligere furono utilizzate dalle proprie famiglie per stringere legami matrimoniali e cercare un avanzamento gerarchico nella società veronese, dall’altro queste ebbero la possibilità di dimostrare una forte volontà di partecipazione alla politica, come nel caso di Samaritana da Polenta, e una certa predisposizione al comando, come dimostra, ad esempio, la vicenda di Beatrice della Scala. Alison Smith (Ersilia Spolverini e la moglie del capitano veneziano: le donne nell’ambiente culturale e politico alla fine del Cinquecento), invece, concentra le proprie riflessioni sulla figura di Ersilia Spolverini, scrittrice veronese vissuta alla fine del Cinquecento che, grazie alla sua amicizia con Chiara Dolfin, moglie del capitano di Verona Giovanni Cornaro, riesce a tinteggiare nella sua opera il sistema di “socialità politica” delle donne nobili dell’epoca. A metà strada tra politica a cultura si pone il contributo di Nadia Maria Filippini (Illuministe, “giacobine”, patriote), che prende in analisi il ruolo delle donne nel diffondere gli ideali illuministi e giacobini nella Verona di fine Settecento. Dell’operato politico delle donne veronesi in età contemporanea, legato a risvolti di carattere assistenziale e sociale, si occupano i saggi di Liviana Gazzetta ( «Militanti all’avanguardia dell’esercito del signore». L’azione cattolica femminile tra Otto e Novecento) sull’azione cattolica femminile tra Otto e Novecento, e di Maria Teresa Sega (Progresso sociale ed emancipazione femminile: Eugenia Vitali Lebrecht nella Verona di primo Novecento) che si concentra sull’importante figura di Eugenia Vitali Lebrecht. Il saggio di Valentina Catania (Cattoliche e comuniste. Le organizzazioni politiche femminili a Verona dal dopoguerra agli anni Sessanta), infine, tratta delle organizzazioni femminili comuniste veronesi degli anni Sessanta dello scorso secolo e della concezione del ruolo della donna nella società e nella politica del tempo.

Il secondo aspetto affrontato dal volume è quello della presenza e dell’azione femminile in ambito economico, dalla protezione dei propri averi all’investimento degli stessi nella manifattura e nella mercatura. I saggi di Paola Lanaro (Il circuito femminile della ricchezza a Verona tra basso medioevo ed età moderna: doti ed eredità (secoli XV-XVIII) ) e Stefania Montemezzo (La difesa di un diritto: le donne veronesi di fronte alla dote) mostrano come le donne veronesi, al pari di quelle veneziane, fossero in grado di difendere, per via legale, le proprie doti e fossero perfettamente consapevoli degli strumenti a loro disposizione per proteggere se stesse e le loro proprietà da eventuali azioni scorrette dei mariti e delle loro famiglie. Tali saggi si inseriscono in un filone di ricerca che recentemente ha ricevuto l’attenzione di diversi studiosi che lo hanno rivitalizzato con nuovi contenuti di carattere anche quantitativo (A questo riguardo molto interessanti sono i saggi contenuti nel volume a cura di Simonetta Cavaciocchi, The Economic role of the Family in the European Economy from the 13th to the 18th centuries, Atti della “Quarantesima Settimana di Studi” 6-10 aprile 2008, Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica “F. Datini”, Prato, Firenze University Press 2009 e in particolare quelli di: P. Lanaro, G.M. Varanini, Funzioni economiche della dote nell’Italia centro-settentrionale (tardo medioevo/inizi età moderna) (pp. 81-102); M. Martinat, Mogli, madri, sorelle: il ruolo delle donne nella formazione e nella salvaguardia dei patrimoni delle famiglie protestanti di Lione nel Seicento (pp. 683-694); M. Nassiet, La division sexuelle du travail dans les campagnes de l’Ouest de la France au XVIe siècle (pp. 695-704); A. Polonia, Women’s Participation in labour and Business in the european Maritime Societies in the early Modern Period. A Case Study (Portugal 16th Century) (pp. 705-720); F.J. Ruggiu, Les Femmes des middling sortis et la trasmission de l’entreprise familiale dans l’Angleterre du long XVIIIe siècle (pp. 721-738); A. Schmidt, The Economic Role of Women in family-based. Production in the Dutch Republic (pp. 739-750)). Il saggio di Edoardo Demo (Le donne e la mercatura a Verona nel Rinascimento) dimostra come le donne riuscissero a divenire non solo finanziatrici di imprese, ma vere e proprie imprenditrici, a capo di aziende con interessi internazionali. Il saggio di Rachele Scuro (Le donne ebree nel primo Rinascimento. Spigolature nel caso veronese) sulle donne ebree del primo Rinascimento mette poi in luce le politiche matrimoniali utilizzate all’interno della comunità ebraica veronese, l’autonomia della donna nella scelta di investimento del proprio denaro, che rimaneva in loro possesso per tutta la vita, e la possibilità di essere a capo dei banchi per il prestito del denaro.

Relativamente al tema della società in generale, di divorzi parla invece Emlyn Eisenach (Divorzi informali e matrimoni a Verona nella prima metà del Cinquecento), mostrando come nella prima metà del Cinquecento i divorzi non fossero inusuali ma, al contrario, ampiamente accettati dalla società veronese e anche europea. Il legame con la religione e il ruolo delle donne religiose è oggetto dei saggi di Silvana Anna Bianchi e Giuseppina De Sandre Gasparini (Esperienze religiose femminili tra XII e XIII secolo), sulla religiosità femminile tra monachesimo, eremitismo e assistenza tra XII e XII secolo, di Rino Cona (Un locale decente. Donne religiose nel primo Ottocento), sul tema dell’istruzione nei monasteri femminili nel primo Ottocento, e di Paola Azzolini ( «…dal vel del cor giammai disciolta». Storia di teresa Grigliolini Cocorempas e delle sue compagne di prigionia), sulla storia della religiosa veronese Teresa Grigolini Cocorempas.

Il contributo delle donne veronesi dato alla cultura letteraria è invece oggetto dei saggi di Sarah Gwyneth Ross (Urbis Veronae decora. Donne umaniste e onore civile nella tradizione biografa rinascimentale), che si concentra sulle figure delle Nogarole protagoniste delle biografie sulle donne letterate rinascimentali, e di Virginia Cox (Una scrittrice femminista del Seicento: Veneranda Bragadin Cavalli), che parla della scrittrice seicentesca Veneranda Bragadin Cavalli, avanzando una prima prospettiva di movimento “femminista” durante il Seicento. Dei salotti veronesi e della trasmissione della cultura in ambiente femminile si occupa invece Gian Paolo Marchi (Salotti veronesi tra Settecento e Ottocento), mentre in ambito artistico i saggi di Stefano Lodi (Ritratti di donne a Verona nel primo Rinascimento: contesto, specificità, occasioni di committenza) e Loredana Olivato (Il “guasto” e l'”avarizia”. Committenti d’arte a verona fra Quattrocento e Cinquecento: donne, vedove e nobildonne) affrontano la tematica delle donne veronesi come committenti di opere d’arte nel periodo rinascimentale. Paola Marini e Cecilia Piubello (Donne artiste a Verona: storie di pittrici dal XVI al XX secolo), invece, analizzano le figure delle donne come artiste, affrontando il tema dell’apprendistato e dell’importanza della reputazione. Erica Moro (La tradizione lirica veronese e le sue cantanti) si occupa di un tema non molto indagato, ovvero la tradizione lirica veronese e il ruolo delle donne al suo interno. Di impostazione diversa è, infine, il saggio di Daria Perocco (Giulietta nella storia di Verona) sul ruolo di Giulietta nella storia veronese.

Seppure molto diversi per temi e metodologia, i saggi sono legati da un filo rosso che mostra come la figura femminile, a Verona come nel resto d’Italia, non fosse marginale rispetto all’economia, alla politica e alla cultura. E, anzi, nuovi studi potranno dimostrare come la storia declinata al femminile, senza divenire gender history tout court o fermarsi alla raccolta di medaglioni, sia molto più ricca di quanto la storiografia ha finora creduto. Infatti, se da un lato è certo che gli storici della scuola degli women’s studies e della gender history hanno avuto l’indubbio merito di portare l’attenzione, a livello internazionale, sull’autonomia e la consapevolezza di identità delle donne che si trovarono a vivere nella maglia urbana dell’Italia centro-settentrionale tra basso medioevo e primissima età moderna, è però vero anche che c’è ancora da riflettere sul rapporto tra world history e storia delle donne così come sulla definizione stessa di una corrente storiografica che, nata e sviluppatasi in gran parte nei paesi anglosassoni, tra il 1945 ed il 1960, sulla scia di alcuni lavori pionieristici come quello di William H. McNeil (The Rise of the west. A History of the Human Community del 1964) che non ha suscitato tanta attenzione da parte degli storici italiani. La world history ha contribuito a superare l’ottica meramente eurocentrica grazie all’adozione di una prospettiva spaziale sempre più ampia e capace di superare i confini politici a favore di uno sguardo attento ai processi ed alle interazioni su scala globale. Tuttavia la world economy ha suscitato critiche per la sua scarsa attenzione all’ottica di genere. Uno sguardo di genere trasversale nel tempo e nello spazio potrebbe supplire a queste carenze metodologiche ma ancora tale percorso sembra lontano dall’essere realizzato completamente. L’incontro tra queste categorie è in parte mancato ma, forse, l’empasse potrebbe essere risolta adottando nella storia di genere una prospettiva di storia transnazionale capace di analizzare in modo meno monolitico i processi, gli intrecci e le compenetrazioni tra aree e contesti differenti. Ancora nel più recente Gender in World History di Peter Stearns del 2000 il gender, già usato per ampliare confini e categorie della storia delle donne, sembra, nel migliore dei casi, rappresentare un capitolo separato più che uno strumento analitico con cui considerare la world history, nel suo complesso, da una nuova prospettiva. La diversa prospettiva potrebbe dunque fornire un promettente orizzonte di ricerca per indagare il ruolo di costumi e culture diverse all’interno del processo di industrializzazione (applicarle ad esempio alla storia del lavoro piuttosto che alla storia delle migrazioni dove è quasi totalmente assente).

Si può affermare comunque che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, la storiografia italiana abbia cominciato a muoversi nella direzione di una maggiore visibilità dei ruoli femminili che hanno arricchito un approccio storiografico che dimostrava limitatezza di certe analisi sociali, culturali, economiche e politiche. Ecco che, ritornando in particolare al volume oggetto di questa presentazione, una città come Verona, che pure storici non italiani hanno posto al centro del loro interesse di riflessione integrando nell’approccio analitico il fare comune degli uomini e delle donne, è rimasta a lungo lontana dai percorsi di una indagine storica più aperta, non tanto (o non solo) in rapporto agli women’s studies (non è questo infatti il punto che qui si vuole toccare) quanto piuttosto nei confronti della comprensione nella sua totalità della società stessa, che continuava ad apparire dominata dagli uomini e/o da meccanismi da questi messi in essere in una logica del tutto maschile. Politiche, dunque, giochi, reti animati solo da uomini in una visione prettamente maschile o meglio di una storia declinata al maschile. Riguardo a tali suggestioni non si vuole dire che la città di Verona abbia costituito una eccezione nel panorama italiano, in generale poco attento a misurare la complessità dei giochi sociali nelle storie delle città della penisola, ma sicuramente il gruppo di studiosi che è partito da questo ambito cittadino ne ha tracciato nuovi confini. Certamente non sono mancate raccolte di medaglioni di donne illustri (diverse città italiane hanno edito libri che raccoglievano biografie di donne) ma questi studi biografici avallavano la marginalità dei ruoli femminili, più che promuovere una rivalutazione del posto delle donne nella società o meglio nelle diverse società. Quindi questo volume, che non vuole essere una risposta completa ed esaustiva ad una ricostruzione della storia cittadina al plurale ne rappresenta un primo importante tentativo; esso costituisce uno sforzo non indifferente nel coniugare e fare incontrare le due categorie degli women’s studies e della gender history all’interno della world history.

Importante è la ricostruzione delle dinamiche economiche nel contesto urbano soprattutto preindustriale e le nuove sollecitazioni offerte da un approccio al femminile. Da sottolineare l’emergere delle fonti notarili a lungo trascurate perché di difficile consultazione e comprensione che hanno evidenziato, soprattutto per l’Italia centro settentrionale e le grandi città manifatturiere del settore tessile, comportamenti femminili che possono rovesciare consolidate interpretazioni storiografiche, come appunto nel caso veronese. E proprio come sottolinea Paola Lanaro «è dunque in città che il circuito femminile dei beni, attraverso la dote, si rinsaldava con più forza. E non solo perché le famiglie dell’élite lì risiedevano, ma anche perché proprio la città, un grande centro manifatturiero come era Verona almeno fino al sedicesimo secolo, offriva opportunità di lavoro alle donne a vari livelli, da manodopera qualificata o no fino alla figura della donna mercante e/o mercante-imprenditore, che poteva trovarsi ad operare accanto al marito, ma in alcuni casi anche da sola, una volta rimasta vedova. Non sorprende pertanto che proprio a Verona si muovano in prima persona sul palcoscenico delle imprese mercantili donne nobili e no….».