Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah, Viella, 2008

Alla domanda se Giuseppe Flavio si considerasse un traditore, Pierre Vidal-Naquet risponde che «certamente questi non si considerava un traditore. Ma se ho intitolato io mio libro Il buon uso del tradimento è perché il buon uso del tradimento per lui è consistito nello scrivere la storia; ed è un uomo senza il quale un bel po’ di cose ci sfuggirebbero completamente”. Così Pierre Vidal-Naquel in La mia storia è una battaglia (La storia è la mia battaglia. Intervista con Dominique Bourel e Hélène Monsacré, trad. di Laura Verrani, Torino, Utet 2008, p. 41). In quell’intervista Vidal-Naquet ripercorre non solo la storia della sua formazione professionale, ma anche il senso delle sue battaglie di storico. Battaglie pubbliche in cui Vidal-Naquet ha avuto sempre la convinzione che il mestiere di storico avesse due caratteristiche essenziali: affrontare i nodi della società contemporanea e provare a indagare i meccanismi profondi che muovono gli uomini. Il tema di ricerca specifico di Vidal-Naquet è certamente l’antichità – il settore di storia su cui lo studioso francese ha lavorato nel corso di tutta la sua vita accademica: riguarda la storia sociale nella Grecia antica, il ruolo della tragedia, ma soprattutto la costruzione dell’immaginario nell’antichità. Da questo studio Vidal-Naquet entra nei grandi temi del Novecento come controversista: ovvero prende in esame quelle questioni che improvvisamente si propongono come scandalo e rovescia la logica argomentativa che apparentemente si impone o che tende a imporsi. Così è nella sua prima controinchiesta (quando ancora non ha iniziato a occuparsi di Grecia antica) nel saggio intorno all’uccisione di Maurice Audin nei locali della polizia francesi ad Algeri nel 1957 (tr. it., Lo stato di tortura: la guerra di Algeria e la crisi della democrazia francese, Bari, Laterza 1963); così poi è sul dossier “Jean Moulin”, primo presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza, torturato e ucciso nel luglio 1943 dalla Gestapo, poi accusato molti anni dopo di essere stato una spia sovietica, fino ai saggi intorno alle tesi negazioniste di Robert Faurisson e ora proposti con il titolo Gli assassini della memoria (un’edizione accompagnata da una introduzione di Giovanni Miccoli di grande spessore storiografico). Un titolo che si origina da questa convinzione «Coloro che pretendono di negare l’esistenza della Shoah, cercano di colpire ciascuno di noi nella propria memoria individuale. Questa memoria non è la storia. Ma la storia è fatta anche dell’intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni» (p. 224).

In questa affermazione – che Vidal-Naquet scrive in un saggio del 1992 dal titolo Chi sono gli assassini della memoria? – compare il nucleo profondo di gran parte della sua riflessione intorno al tema del negazionismo. Vidal-Naquet per venticinque anni è tornato più volte a scrivere sul tema del genocidio ebraico per opera del nazismo e dei tentativi di Faurisson e di molti altri di affermare l’inesistenza dello sterminio. Il suo obiettivo è dimostrare come la costruzione retorica delle tesi negazioniste e del revisionismo storico, sia in sé un falso. Si tratta di dimostrare non tanto che ogni singola affermazione sia un falso, ma di comprendere perché sia possibile credervi.

E’ un percorso di indagine in cui lo storico ricostruisce molte tappe: quelle della struttura dell’argomentazione; quella delle prove che i negazionisti scartano a-priori; quella della non produzione di prove a sostegno della loro tesi. Fin dal primo saggio (composto nel 1980) il tema è costituito dalle fonti, dalla loro manipolazione, dalla sovrapposizione della retorica del negazionismo di destra e di quello di estrema sinistra, Vidal-Naquet insiste per smontare la macchina di persuasione del testo, comprendendo che la nuova sfida delle tesi negazioniste consiste nel clima culturale in cui ora sono proposte; un clima in cui la storia anziché essere indagine su prove, si trasforma sempre più in un discorso retorico, in cui la documentazione storica, l’analisi dei documenti, sono tutti aspetti e qualità del lavoro dello storico accantonati a vantaggio della riflessione speculativa e della elaborazione della macchina puramente discorsiva intorno alle «vicende del passato».

Un aspetto questo su cui Vidal-Naquet insiste costantemente in tutti saggi che compongono la raccolta e in particolare in quello del 1985 intitolato Tesi sul revisionismo (qui alle pp. 143-173) in cui la questione della Shoah entra anche per porre il problema del suo uso politico, anche da parte di Israele e nel saggio Gli assassini della memoria (1987), in cui il tema diventa non solo il ruolo, ma il mestiere dello storico al confronto con le fonti che usa, in connessione col tempo in cui scrive, coinvolto nelle forme a cui affida la propria indagine.