Presentazione della mostra storico-documentaria I campi di concentramento fascisti in Abruzzo dal 1940 al 1943, Casoli (CH), 26 gennaio 2020

Il 26 gennaio 2020 si inaugura a Casoli, in provincia di Chieti, con il patrocinio e il contributo dello stesso comune, la mostra storico-documentaria I campi di concentramento fascisti in Abruzzo dal 1940 al 1943, curata da Giuseppe Lorentini, Kiara F. Abad Bruzzo, Gianni Orecchioni e Nicola Palombaro. Lo scopo della mostra è quello di documentare e rendere fruibile a tutti i cittadini il sistema concentrazionario italiano durante il secondo conflitto mondiale e, nello specifico, negli anni 1940-1943. La mostra focalizza la propria attenzione sull’Abruzzo che, con 15 campi di concentramento attivi su un totale di 48, costituì di gran lunga il territorio elettivo del sistema concentrazionario fascista. Tale scelta, voluta dal capo della polizia Arturo Bocchini, derivava dalla collocazione geografica della regione, collocata al centro dell’Italia e lontana dai luoghi di frontiera, difficile da raggiungere perché isolata dalle montagne e dal mare, poco politicizzata e priva di grandi centri urbani.

Per tali ragioni l’Abruzzo fu anche luogo prescelto per “l’internamento libero”, una sorta di domicilio coatto riservato a quei deportati che erano ritenuti meno “pericolosi nelle contingenze belliche” rispetto a quelli dei campi di concentramento. Questa diffusione capillare dei campi di concentramento e dei luoghi di internamento fece sì che l’Abruzzo divenisse tra il 1940 e il 1943 la regione con il più alto numero di deportati d’Italia, potendo disporre tra l’altro di strutture concentrazionarie per tutte le diverse tipologie di internati. La mostra, articolata in 12 pannelli di grandi dimensioni (120 x 200 cm), dedica una prima parte alla definizione del concetto di campo di concentramento, facendo riferimento, in particolare, a quanto scrivono in merito Kotek e Rigoulot ne Il secolo dei campi. Essi distinguono tre tipologie di campi: i campi di internamento, realizzati per l’isolamento temporaneo di individui sospetti o pericolosi; i campi di concentramento propriamente detti, come i Lager nazisti o i Gulag sovietici, nati nei regimi totalitari per durare nel tempo e finalizzati al lavoro forzato, all’abbrutimento e all’annientamento dei reclusi; i campi di sterminio, creati dalle SS naziste nei territori occupati della Polonia per mettere in atto l’eliminazione fisica degli ebrei mediante l’uso di camere a gas. In tal senso appare chiaro come i campi di concentramento fascisti, ben diversi dai Lager e dai Gulag, assumano una tipologia tutta particolare che la mostra intende chiarire al di là di ogni possibile confusione. L’istituto dell’internamento civile monarchico-fascista fu introdotto nel 1938 dal­la legge di guerra (r. d. 8 luglio 1938, n. 1415) per le persone di nazionalità nemica, ma fu utilizzato durante la Seconda guerra mondiale, ben altrimenti dalla consolidata pratica amministrativa in caso di conflitto bellico, come strumento politico di repressione del dissenso e di persecuzione razziale. Infatti nei campi di concentramento fascista finirono anche gli ebrei stranieri di stati alleati dell’Italia, Rom e Sinti, che nel linguaggio burocratico-amministrativo di allora erano chiamati con il termine spregiativo di “zingari”, gli oppositori politici. Le “Prescrizioni per i campi di concentramento e per i luoghi di internamento” furono emanate attraverso la circolare 442/12267 dell’8 giugno 1940, inviata ai prefetti. Nei confronti dei provvedimenti di internamento non era possibile fare ricorso, anche perché l’internamento, nelle sue varie forme, non era conseguente ad alcun tipo di reato, ma soltanto dell’appartenenza etnica, politica e razziale. I campi di concentramento erano di tipo monogenere, ossia maschili o femminili. Dovevano essere collocati nelle periferie dei comuni (anche se non sempre fu così) e, anche in caso di uscita dal campo, era previsto che gli internati non oltrepassassero il perimetro entro il quale era consentito loro di muoversi. Nei campi di concentramento vigeva un sistema di controllo molto più rigido rispetto a quello previsto dal regime dell’internamento libero, che consentiva agli internati di vivere all’interno di case private e di essere raggiunti dalle famiglie. Tuttavia agli “internati liberi” era comunque vietato uscire prima dell’alba e dopo il tramonto, frequentare la gente del posto, possedere o ascoltare la radio, leggere i giornali stranieri, frequentare le sale cinematografiche. Dovevano recarsi ogni giorno a firmare la presenza e dovevano subire il controllo della posta.

A questa prima parte della mostra, ne segue una seconda, orientata a evidenziare più da vicino la realtà dell’internamento attraverso i campi di concentramento in Abruzzo, mostrati nella loro disposizione geografica e secondo le loro diverse specificità. I campi in questione sono raccolti, ad eccezione di quello di Città Sant’Angelo, sorto nel giugno 1944 in provincia di Pescara, nelle province di Chieti (Chieti, Casoli, Istonio Marina “Vasto”, Lama dei Peligni, Lanciano, Tollo) e Teramo (Civitella del Tronto, Corropoli, Isola del Gran Sasso, Nereto, Notaresco, Tortoreto Alto e Tortoreto Stazione “Alba Adriatica”, Tossicia). Un’ultima parte della mostra è dedicata ad un approfondimento, con tre pannelli ciascuno, dei campi di concentramento di Lanciano e Casoli.

Il campo di concentramento di Lanciano, nato come campo femminile, aveva sede nella villa dell’avvocato Filippo Sorge e deve la sua importanza alla presenza, dal 4 luglio al 13 dicembre 1940, di Maria Ludwika Moldauer, l’autrice, con il nome di Maria Eisenstein, del libro L’internata numero 6, l’unico testo storico italiano che documenta dal “vivo” la vita all’interno di un campo di concentramento fascista. Si tratta di un libro di straordinario interesse storico e di grande bellezza letteraria, che merita di essere conosciuto ampiamente divulgato anche nelle scuole italiane. Nel febbraio del ’42 le donne furono trasferite nel campo di Pollenza, in provincia di Macerata, e così, a partire dal 12 febbraio 1942, Villa Sorge divenne un campo maschile per “nazionalisti e comunisti slavi”. La vita nel campo si fece molto più travagliata, con proteste contro la scarsa qualità del cibo della mensa che culminarono nello sciopero della fame del 4 aprile 1942 e con numerosi arresti e trasferimenti degli internati, che si susseguirono fino all’8 settembre 1943, quando il campo smise di funzionare. Tra gli internati del secondo periodo vi fu Carlo Schönheim, medico ungherese di origini ebraiche, che fu poi vice comandante dei partigiani che il 5 e 6 ottobre 1943 insorsero a Lanciano contro l’occupazione tedesca, facendo ottenere alla città la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Oltre a numerosi documenti relativi al funzionamento amministrativo del campo e alle lettere di internati e delle loro famiglie, la mostra ricorda i diversi destini di tre bambini nati durante l’internamento dei loro genitori. Si tratta di Daisy Dente, salvata ad Atessa (CH) insieme alla sua famiglia dalla maestra Giugiù De Marco e dai suoi genitori, che ottennero il riconoscimento di Giusti tra le nazioni dallo Yad Vashem. Altra storia è quella di Katiuscia Jelacin, figlia di partigiani jugoslavi, che riuscì a fuggire con la famiglia, dopo aver attraversato il fronte e essersi ricongiunta con l’esercito jugoslavo, in cui la madre prestò servizio come responsabile medico. Il terzo caso è quello di Tito Grauer, vittima a soli due anni della Shoah insieme alla sua famiglia, trasportata sul convoglio n. 6 da Milano ad Auschwitz. Tito e il fratellino Marco furono uccisi il 6 febbraio 1944, il giorno stesso del loro arrivo. In ricordo della famiglia Grauer sono state poste a Lanciano quattro pietre d’inciampo.

Casoli, cittadina abruzzese in provincia di Chieti, si erge arroccata su una collina alla destra del fiume Aventino ai piedi del massiccio della Maiella. Nell’aprile del 1940 fu scelta dal ministero dell’Interno come luogo idoneo all’internamento di “ebrei stranieri”. Furono individuati due edifici principali per allestirvi il campo di concentramento per internati civili stranieri: le cantine di Palazzo Tilli, di proprietà dell’avvocato Vincenzo Tilli (capienza 100 posti successivamente ridotti a 50, data l’inagibilità del seminterrato) e alcune aule funzionanti nei locali dell’ex Municipio (a quel tempo sede della scuola di avviamento professionale con 30 posti). Le cantine di Palazzo Tilli si rivelarono umide e malsane cosicché il ministero dell’Interno decise di trasferire gli internati nella dépendance del palazzo, sempre di proprietà dell’avvocato Tilli, allora utilizzata come sala per spettacoli teatrali, cinema e feste della capienza di 50 posti. Queste strutture, nel loro insieme, costituirono il sistema del campo di concentramento fascista di Casoli, attivo dal 9 luglio 1940 fino all’8 settembre del 1943. La direzione del campo era sottoposta al podestà ed ai commissari prefettizi di turno. Il servizio di sorveglianza veniva eseguito, sotto la giurisdizione della Legione carabinieri reali di Ancona, da un sottufficiale e sei carabinieri che risiedevano vicino al campo in un locale di “posto fisso” di fronte al fabbricato Tilli. Nei primi giorni di maggio del 1942, gli internati ebrei vennero trasferiti nel campo di Campagna (Salerno) e a Casoli arrivarono gli “internati politici”, per la maggior parte civili “ex jugoslavi” originari delle terre di occupazione italiana in Jugoslavia trasferiti dal campo di Corropoli (Teramo). Dopo l’8 settembre 1943, sotto l’occupazione tedesca dell’Italia, nove degli ebrei internati a Casoli furono deportati e sterminati ad Auschwitz; un altro invece fu assassinato alla Risiera di San Sabba (Trieste).

Una testimonianza importante, ma ancora inedita in lingua italiana, è quella di un “ex internato” sloveno pubblicata postuma. Si tratta di Fortunat Mikuletič il quale, da esperto avvocato, sembrerebbe che seppe assai abilmente proporsi al direttore del campo in veste di “assistente” per il disbrigo degli atti fra comune e autorità sovraordinate, non solo sottraendosi all’“ozio coatto”, ma guadagnandosi l’opportunità di una comoda macchina da scrivere per redigere questa specie di resoconto istantaneo. Il libro, pubblicato postumo nel 1974 con il titolo Internatitis, è illustrato da schizzi ed opere pittoriche dell’amico e compagno di internamento Ljubo Ravnikar, che ritrae scene quotidiane della vita del campo e alcuni ritratti degli internati.

Un pannello illustra la storia della famiglia Nagler che, dall’internamento fascista in Abruzzo, finirà nella macchina dello sterminio ad Auschwitz. La famiglia fuggiva dalla Galizia asburgica, dalla città di Ivano-Frankivs’k (in ucraino; Stanislav in Yiddish; Stanislawów in polacco). Arrivò a Trieste nel 1920, dove aprì un negozio di ferramenta in Via San Nicolò 12. Il padre Salo e il figlio Jakob-Giacomo, da tutti chiamato “Kubi”, vennero internati subito dopo la dichiarazione di guerra, rispettivamente nel campo di concentramento di Casoli (CH) e nel campo di concentramento calabrese di Ferramonti di Tarsia (CS). La madre Eige Fitzer rimase sola a Trieste, finché venne autorizzata a ricongiungersi con marito e figlio a Castel Frentano (CH) nel dicembre del 1941. Qui vennero rastrellati dai tedeschi il 3.11.1943 e finirono sterminati ad Auschwitz il 6.02.1944, il giorno stesso dell’arrivo del Convoglio n. 6, su cui erano stati fatti salire, partito da Milano il 30.01.1944.

La mostra si presta ad essere un progetto culturale aperto e itinerante, molto curato nell’aspetto grafico-compositivo e strutturato in modo da poter continuare a crescere e ad espandersi con nuovi pannelli man mano che la disponibilità dei documenti lo renderà possibile.

 

 

Bibliografia di riferimento

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M. Eisenstein, L’internata numero 6, Roma, De Luigi Editore, 1944.

S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, Roma, ANPPIA, 1987.