Quentin Tarantino, Bastardi senza gloria

“Non c’è bisogno di dinamite quando si ha della pellicola”. In questa breve, bruciante dichiarazione di Quentin Tarantino è possibile scorgere con chiarezza lo spirito che ha ispirato un film come Bastardi senza gloria. Da sempre a suo agio nel gioco della provocazione e in quello della riscoperta cinefila di generi e sottogeneri del cinema che fu, Tarantino ha realizzato con questo film una delle sue operazioni più ambiziose. Il suo gusto per la rielaborazione della ‘storie’ questa volta ha infatti intercettato un’esigenza in passato a lui ignota come quella di immettersi nel corso della Storia in quanto tale. E qui occorre tornare alla dinamite e alla pellicola. La banda dei basterds non è infatti il corpo di soldati americani inviati in Normandia a rintracciare il soldato Ryan di Steven Spielberg bensì un gruppo di ebrei guidati da un bizzarro quanto misterioso eroe di guerra del Tennessee deciso a collezionare più scalpi nazisti possibili. Una ‘banda’ assolutamente di celluloide. Il tenente Aldo Raine e i suoi ragazzi si presentano subito come una squadra speciale inviata per modificare l’esito finale di una guerra senza dubbio ‘ingloriosa’. Nella loro eterogeneità sembrano un gruppo di fan della star del baseball Babe Ruth armati di mazza, mescolati ad alcuni ‘pentiti’ dell’esercito tedesco decisi a intervenire con forza sul corso della Storia. Tarantino li invia sul campo di battaglia contrapponendogli un totem antagonista come il colonnello Hans Landa, la personificazione del sadismo nazista da lui rivisitata in chiave fortemente grottesca. Come infatti i basterds non hanno nulla della secchezza documentaristica degli eroi del film di Spielberg, Landa risulta anch’egli un personaggio tanto forte quanto meravigliosamente caratterizzato come forse solo Sergio Leone con il suo Tuco era riuscito a fare ne Il Buono, il Brutto e il Cattivo.

Distaccati pertanto i suoi ‘eroi’ dalla realtà e dalla verità storica, Tarantino è riuscito a intraprendere con forza un cammino di ‘revisione’ in chiave strettamente cinematografica. La pellicola, quella dei suoi amati film di Jean Renoir, quella che facilmente si infiamma se ingenuamente manipolata diventa lo strumento ultimo della sua ‘rivoluzione’. Hitler viene descritto come una macchietta che neanche l’Adenoide Hynkel di Charlie Chaplin aveva reso così tragicamente clownesca nel suo percorso di critica ‘in diretta’ della Storia realizzato con Il Grande Dittatore. E Goebbels, che ha uno spazio perfino maggiore nel film, non è da meno. Una sala parigina, una di quelle sale che costituiscono il sogno cinefilo di Tarantino, diventa così il bunker del Reichstag in cui far deflagrare l’intero stato maggiore del Terzo Reich. Tarantino tuttavia si spinge oltre e, a un passo dal divampare della furia incendiaria nel cinema, si immagina una delirante trattativa tra il tenente Raine e il colonnello Landa per una resa ‘onorevole’ che avrebbe portato il sadico nazista a godere una serena vecchiaia non in quel di Bariloche, Argentina, ma nella melvilliana isola di Nantucket, Massachussets. Una trattativa marchiata anch’essa dal ‘segno’ dei basterds. Tarantino pertanto mostra di non voler ‘rivedere’ la Storia ma sembra piuttosto giocarci proprio come nel passato aveva fatto con il kung fu, i racconti hard-boiled e i versetti biblici. Il suo è un gioco tutto cinematografico, coraggioso nella scelta del tema ma ben presto circoscrivibile nella sua affollata galleria di manipolazioni dei generi ‘storici’ del cinema. Senza dubbio un divertissment, questa volta ‘storico’ ma che non fa altro che riuscirgli molto bene.