Roberto Bizzocchi, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, Laterza, 2008

Alcuni anni fa Luisa Ricaldone ha proposto per il Settecento la definizione di “laboratorio della modernità” e il libro di Roberto Bizzocchi conferma l’appropriatezza di tale scelta, conducendoci lungo le sperimentazioni di pratiche, comportamenti e nuovi modi di vivere e di viversi di questo secolo. Una modernità ‘esotica’, avverte l’autore, che ci costringe a misurare la distanza di sensibilità che ci separa da quella cultura, che permise o rese quasi indispensabile la ‘legittimazione dell’accesso alle donne sposate’ nelle classi aristocratiche. Ma, si badi bene, l’analisi di Bizzocchi sfronda il campo da tutto il vischioso, voyeristico e moralistico impasto di commenti, pregiudizi e osservazioni, in gran parte fornito da viaggiatori stranieri e petulanti di vario genere, e ce lo riconsegna ‘ripulito’ e ridisegnato attraverso una prospettiva storico-antropologica.

Al centro della scena, vero motore delle modificazioni dei costumi e della mentalità, viene illuminato l’incremento della vita sociale che si fece strada dal tardo Seicento, riuscendo a poco a poco a infrangere il clima soffocante della Controriforma e dell’egemonia spagnola, indirizzando il timone della sociabilità sulla rotta della cultura francese e soprattutto della ‘civiltà della conversazione’. La vita sociale che ne scaturì non poteva più coincidere con la sfera parentale né con quella politica e richiedeva un nuovo bagaglio di conoscenze, pratiche e familiarità con i luoghi cardine della vita culturale e mondana, ma soprattutto rese indispensabile la presenza delle donne sulla scena sociale. Fu un percorso a tappe di disciplinamento, di riconfigurazione dei ruoli sessuali che coinvolse profondamente la concezione della virilità e dell’onore maschile e nobiliare, non più riposta sulla castità delle donne.

Se le istanze illuministe rendevano le donne una componente essenziale dello scambio sociale, bisognava altresì evitare i conflitti della gelosia, assumere un maggiore autocontrollo, bandire i duelli, accettare le regole della galanteria, dare sfogo altrimenti all’impulso erotico, dovendo tener fermi comunque alcuni costituti della genealogia e della supremazia nobiliare: il matrimonio di un’esigua parte dei maschi, per non disperdere il patrimonio, e lo sposalizio sulla base di logiche di rafforzamento del casato. In sostanza, spiega Bizzocchi, si permise ciò che per le leggi dell’antropologia strutturale è il fondamento della società, ovvero lo scambio delle donne. Tuttavia fu necessario creare nuove regole di funzionamento compatibili con la società del tempo, affiancare all’istituzione matrimoniale, una figura che, se non era propriamente istituzionale, vi si avvicinava e comunque era in grado di far lavorare meglio e con più soddisfazione generale l’ingranaggio dell’intero corpo aristocratico.

Ciò che Bizzocchi disvela ai nostri occhi è dunque un quadro assai poco incline alle svenevolezze sentimentali e alle malizie erotiche bensì una struttura che forniva soluzioni a più esigenze. Da un lato il cicisbeismo rispondeva a un’istanza «di emancipazione della donna e di parziale riconoscimento del suo diritto alla manifestazione di una personalità attiva, almeno in campo sociale» ; dall’altro però, se sdoganava le donne dalla reclusione domestica, ristabiliva un principio di controllo maschile. Bizzocchi punta il dito proprio su questo nodo cruciale, su questa soluzione compromissoria tra libertà e vincoli gestiti dagli uomini delle famiglie aristocratiche; ma soprattutto dà conto dello sforzo non indifferente intrapreso da tale contesto sociale al fine di corrispondere a delle esigenze che si erano fatte via via più pressanti. Bisognava cioè offrire un canale di sbocco ‘razionale’ alle inclinazioni naturali, all’affettività, all’erotismo, alla sessualità, mortificati dalle costrizioni matrimoniali, erigendo la tolleranza a sistema e al tempo stesso arricchendo questi matrimoni d’antico regime di una complessità sentimentale prima assente. Non era infatti solo la civiltà della conversazione che chiedeva una riconfigurazione dei rapporti, si potrebbe postillare all’analisi dell’autore, bensì anche la cultura della sensibilità e della legittimità dei sentimenti, che proclamava allora i suoi diritti sotto la spinta anche della scienza.

Il paradigma di Lévi-Strauss, secondo il quale l’accessibilità delle donne è in mano saldamente agli uomini, nel libro di Bizzocchi viene richiamato con forza, sottolineando appunto la funzionalità del cicisbeo nelle dinamiche nobiliari e all’interno della rete familiare, entro la quale per lo più era scelto. Tuttavia l’autore sa condurci con maestria lungo un territorio assai arduo da normare, illuminandone i rischi, le trasgressioni e gli imprevisti che costellavano questo percorso, che lasciava comunque alle donne ampio margine di manovra: la libertà d’azione in campo sessuale era sempre stata concessa ai maschi, ma il fatto nuovo, e davvero cruciale, era che «nell’ambito della morale illuministica ci si fece carico, sperimentalmente e pur con delle limitazioni, anche di quella femminile». Se l’intento del volume è dunque quello di riportare la pratica del cicisbeismo all’interno delle strutture operative della società di antico regime, Roberto Bizzocchi ha saputo rinnovare peraltro lungo tutto il volume il suo avvertimento a non far aderire pedissequamente esigenze di controllo e triangolazioni prospettate a tavolino con la realtà delle biografie e tanto meno con l’intimità individuale, sfuggente agli occhi, per quanto avvertiti, dello storico che vi si accosta.

Il libro scritto con eleganza e con grande limpidezza offre inoltre un altro importante spunto di riflessione mettendo a confronto l’insieme dei valori settecenteschi con quelli del secolo successivo, connotati da una trasformazione delle più radicali: se gli osservatori stranieri tra fine secolo e primo Ottocento attribuirono solo agli italiani la pratica del cicisbeismo, facendone il simbolo di un popolo senza dignità, schiavo politicamente e moralmente, la reazione di coloro che guidarono le fila del Risorgimento puntò a costruire proprio sull’abolizione dello scambio delle donne la legittimità di una nascente nazione, fatta di uomini virili e di madri devote. Uno Stato dunque che si fondava sulla “privata continenza delle femmine”, sulla loro assenza dalla vita politica e pubblica, sulla netta disuguaglianza di diritti e che ancor oggi proietta problematicamente un’ombra lunga sul nostro presente.