Sandra Costa, Dans l’intimité d’un collectionneur. Livio Odescalchi et le faste baroque, CTHS, 2009

Negli ultimi anni l’analisi storiografica italiana e europea ha focalizzato la propria attenzione sulla produzione e diffusione delle scritture private in epoca moderna, esaminandole nelle varie accezioni: lettere e carteggi, diari personali o di viaggio. Analisi che ha trovato una felice applicazione in molteplici aree di ricerca, dal campo specificamente storico (dalla storia di genere, alla storia sociale, familiare e religiosa), sino al confronto con altri contesti disciplinari, come ad esempio la storia dell’arte, della letteratura e le scienze archivistiche.

Gli archivi familiari e religiosi sono dunque da considerarsi una fonte imprescindibile per tale tipologia di studi in quanto le testimonianze conservate all’interno di tali nuclei documentari, in particolar modo le carte “private” – inedite e non destinate alle stampe – hanno il merito di svelarci non solo l’intimità e la soggettività degli scriventi, ma anche la percezione del loro essere in rapporto al contesto storico e sociale in cui erano destinati a vivere.

Negli ultimi anni l’analisi storiografica italiana e europea ha focalizzato la propria attenzione sulla produzione e diffusione delle scritture private in epoca moderna, esaminandole nelle varie accezioni: lettere e carteggi, diari personali o di viaggio. Analisi che ha trovato una felice applicazione in molteplici aree di ricerca, dal campo specificamente storico (dalla storia di genere, alla storia sociale, familiare e religiosa), sino al confronto con altri contesti disciplinari, come ad esempio la storia dell’arte, della letteratura e le scienze archivistiche.

Gli archivi familiari e religiosi sono dunque da considerarsi una fonte imprescindibile per tale tipologia di studi in quanto le testimonianze conservate all’interno di tali nuclei documentari, in particolar modo le carte “private” – inedite e non destinate alle stampe – hanno il merito di svelarci non solo l’intimità e la soggettività degli scriventi, ma anche la percezione del loro essere in rapporto al contesto storico e sociale in cui erano destinati a vivere.

Voci che altrimenti sarebbero destinate all’oblio o, nella migliore delle ipotesi, relegate all’interno di una lettura ufficiale, offerta dalle testimonianze coeve e indirette. Queste ultime rappresentano senza dubbio un saldo ausilio per lo studioso che desidera cimentarsi nella ricostruzione biografica di un personaggio, ma la dimensione pubblica- nei limiti del possibile e là dove gli archivi familiari lo consentono – non deve prescindere da un’analisi della sfera privata, la sola in grado di restituirci la presa di coscienza di un individuo su di sé, sulla propria famiglia e sulla realtà.

Il principe Livio I Odescalchi, figura affascinante, ambigua e dai tratti complessi, diventa l’esempio calzante di tale duplice analisi. Un uomo che sin da giovanissimo, in virtù della parentela con papa Innocenzo XI – Benedetto Odescalchi – divenne oggetto di interesse delle cronache del tempo, talvolta poco generose con lui, tanto da restituire la fisionomia di un individuo debole, di un “parvenu”, vittima della malinconia e del carattere austero dello zio pontefice, ma che al contrario, i carteggi privati ci delineano come un personaggio curioso, vitale, amante delle arti e della mondanità.

Sandra Costa, Maître des conférences in storia dell’arte moderna presso l’Università di Grenoble, nel suo copioso e ricco volume, Dans l’intimité d’un collectionneur. Livio Odescalchi et le faste baroque (455 pagg.), ha il merito di sottolineare tale dicotomia, offrendoci il ritratto del tutto inedito di un uomo dalle differenti sfaccettature e contribuendo a indicare alcune preziose linee di ricerca volte a svelare tale figura, fino ad oggi trascurata dall’analisi storica.

Ripercorrendo il percorso esistenziale di Livio, l’autrice ne coglie i tratti di un moderno mecenate, estraneo all’ideale dell’uomo barocco, amante dell’arte e lui stesso pittore dilettante, protettore di artisti ed eclettico collezionista.

Nella disamina delle fonti manoscritte, Costa, oltre alle carte conservate negli archivi di Como e Milano, attinge soprattutto al ricchissimo e variegato nucleo documentario dell’Archivio Odescalchi, che da pochi anni a questa parte è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma. Libri mastri, inventari di collezioni, testamenti e lettere costituiscono l’intelaiatura di tale ricostruzione storico-artistica in cui l’aspetto patrimoniale della famiglia, l’organizzazione economica, i beni e le strategie ereditarie, si fondono con il registro più intimo delle fonti epistolari. Di più, il raffronto tra differenti tipologie documentarie, personali da un lato, e patrimoniali dall’altro, ha permesso di rintracciare lo scarto esistente tra le aspettative e le ambizioni di Livio, e la realizzazione effettiva della sua ricca collezione artistica.

A fare da guida a questa interessante ricostruzione sono le numerose lettere che Francesco Maria della Porta, conte, soldato e artista comasco inviò nel corso degli anni all’amico Livio, trasferitosi da Como a Roma al seguito dello zio ancora cardinale. I due, infatti, intrattennero una lunga e fitta corrispondenza che iniziò nel 1674 e terminò nel 1710, pochi anni prima della morte del principe.

Come avviene in molte delle analisi dedicate alle fonti epistolari, purtroppo anche in questo caso ci è permesso di conoscere solo una delle voci dei due protagonisti; di Livio, infatti, abbiamo un ritratto in filigrana, restituitoci dalle parole di Francesco Maria. La corrispondenza, interamente in francese, risponde allo stile retorico della scrittura “aristocratica” dell’epoca, ricco di citazioni colte, ma tradisce altresì elementi di immediatezza e spontaneità, evidenti segni di un profondo legame di amicizia. Un aspetto più di altri fortifica tale rapporto: il comune amore per arte. La committenza, i giudizi scambiati sugli artisti, le tecniche pittoriche, la predisposizione per i soggetti paesaggistici, le “avanguardie” romane o lombarde, sono elementi che vivificano tale scambio epistolare, evidenziando nei due protagonisti gusti personali e scelte culturali oltremodo originali.

Del carteggio, Costa, al di là dell’aspetto privato, ne coglie soprattutto il significato sociale: se per Francesco Maria la corrispondenza con un uomo di nobile lignaggio, quale Odescalchi, rappresentava un onore, un vanto e una legittimazione importante sul piano mondano, per Livio, intrattenere rapporti con l’amico comasco, significava rinsaldare i legami con il patriziato lombardo, con artisti, ambienti culturali europei, estranei al contesto romano.

Se la prima parte del volume è dedicata soprattutto all’analisi formale della corrispondenza e alle tante suggestioni che ne emergono, è nella seconda e terza parte della trattazione che Costa analizza la passione artistica dei due uomini nelle sue implicazioni più profonde e articolate.

L’interesse per l’arte in Livio divenne fonte di riconoscimento, un “lasciapassare sociale” ancor più significativo dal momento che egli perseguì tenacemente un ideale di vita avulso dalle rigide logiche dinastiche dell’epoca. Non favorito in nessun modo dalla politica antinepotistica dello zio pontefice, che non lo appoggiò nell’acquisizione della porpora cardinalizia, di norma destinata ai nipoti del papa, il giovane principe sembrò parimenti disinteressato all’idea di prender moglie. Infatti, la scelta del celibato, piuttosto inusuale per un rampollo di una delle famiglie più influenti della Roma barocca, comportò l’estinzione del ramo principale del casato, e l’istituzione del diritto di primogenitura in favore del cugino Baldassarre Erba Odescalchi che alla morte di Livio beneficiò della sua immensa fortuna.

L’autrice, dunque, ha il merito di indicarci una “terza via” scelta dal principe; via che egli decise di intraprendere, dimostrando un’originalità di propositi fuori dalle logiche tradizionali, in armonia con le proprie ambizioni e inclinazioni.

Infatti il mecenatismo e il collezionismo se da un lato soddisfacevano una passione e un gusto personali, dall’altro avallavano un primato sociale che Livio tentava faticosamente di imporre all’interno del contesto romano di fine Seicento; un contesto certo non ostile, ma probabilmente prevenuto nei confronti del nipote “straniero” di Innocenzo XI.

Livio Odescalchi sperimentò un modo laico di esercizio del potere, proprio in un momento storico in cui il cardinalato rappresentava l’approdo sociale più ambito, egli seppe maturare le proprie scelte in un’atmosfera di serena e “rispettosa autonomia” (p. 96), lontano dal controllo familiare. Emergono dunque i tratti di una personalità astuta e paziente, di un mecenate moderno, in armonia con lo scorrere della vita mondana, capace di fare rientrare l’attività artistica nel quadro tradizionale dell’epoca, ma anche di piegarla a criteri economici più moderni e innovativi (p. 82).

Sfruttando abilmente il valore delle proprie radici, Livio innescò un circuito “virtuoso” di rapporti economici, politici e culturali con Lombardia, Veneto, Francia e Europa nord-orientale; un insieme di legami che non rafforzò unicamente il prestigio della famiglia, ma favorì una circolazione cosmopolita di idee, gusti, maestranze e oggetti d’arte lussuosi.

Sicuramente, l’acquisto in blocco della collezione artistica della regina Cristina di Svezia – personaggio anticonformista, artefice di scelte di vita molto vicine a quelle di Livio – e la galleria creata all’interno del palazzo di piazza Santi Apostoli, rientrano nella abile regia di ascesa politico-sociale attuata dal principe.

L’ultima parte del volume è dedicata proprio alle implicazioni di questa grandiosa e dispendiosa acquisizione; l’autrice ne coglie il significato storico-antropologico, allineandosi con quelle che sono le interpretazioni storiografiche più recenti sulle espressioni della cultura materiale, come “oggettivazione dell’esistenza dell’individuo”, e sulla fruizione e circolazione dei beni in epoca moderna; la collezione diviene quindi un modo per “costruire un’immagine estetica di sé stessi, raffinata, colta e non semplicemente ricca” (R. Ago, Il gusto delle cose. Una storia degli oggetti nella Roma del Seicento, Roma, 2006). E se il valore degli oggetti derivava anche dal fatto di essere appartenuti ad una determinata persona, l’acquisto di una collezione, quale appunto quella della regnate di Svezia, rientrava nell’ambizioso disegno politico-economico di Livio volto a imporre l’influenza del proprio lignaggio all’interno del contesto dell’Europa orientale. Un disegno, come coglie Costa, perseguito dal principe con coerenza e chiaroveggenza, principalmente, con la candidatura al trono di Polonia, poi con l’acquisto del ducato di Sirmio, della “Galleria reale” di Cristina di Svezia e con gli stretti legami intrattenuti con l’imperatore Leopoldo I e la regina di Polonia Maria Casimira Sobieski (p. 377).

L’organizzazione e la struttura della galleria, rintracciate attraverso il susseguirsi degli inventari, delle memorie e delle opere a stampa coeve, hanno il merito di delineare il faticoso tentativo di preservare la favolosa collezione da disordini, manomissioni e future dispersioni.

Desiderio espresso chiaramente dal principe nel testamento, redatto nel maggio 1709 e riportato per intero alla fine del volume, in cui si proibiva agli eredi la vendita della galleria, salvo, come realisticamente si osserva, non si “trovasse un prezzo di sommo vantaggio”.

Grazie all’utilizzo di una documentazione finora sconosciuta, sapientemente mescolata a una rigorosa ricostruzione storico – artistica, l’autrice ci guida attraverso questo percorso individuale, sollecitando interrogativi interessanti e suggerendoci piste interpretative ancora inesplorate. Sarebbe interessante, infatti, poter approfondire la passione di Livio per altre forme artistiche quali il teatro, la musica, riflettere sui suoi gusti letterari leciti e “proibiti”, e non ultimo sulla sua propensione all’alchimia, alla medicina e all’astrologia.

Senza dubbio il volume, corredato da un prezioso e inedito apparato iconografico e da un CD che riproduce quasi interamente l’epistolario della Porta-Odescalchi, ha il merito di stimolare in tal senso la ricerca, rivelando “l’intimità” del protagonista sempre in bilico tra aspetti pubblici e privati, tra pratiche relazionali e legami familiari.