Qualcosa di comune collega le vicende che nel settembre 1973 portarono in Cile al colpo di  stato organizzato  dalla destra militare guidata dal Generale Pinochet e appoggiato, per quel che dicono documenti anche recenti, dagli Stati Uniti, contro il governo di Unità Nazionale e contro il suo Presidente socialista democraticamente eletto, Salvator Allende, morto dopo il bombardamento del Palazzo presidenziale della Moneda, e quel che da qualche mese accade in Italia a seguito della vittoria della destra sovranista di fronte alle ondate, ora in via di parziale riduzione, di immigrazione di rifugiati che fuggono dall’Africa  e chiedono di essere accolti in Italia (non solo in Italia, per la verità, ma in vari paesi europei e del Mediterraneo) per sfuggire alla violenza, alla fame, alla persecuzione, alla schiavitù sessuale, ad una povertà e a uno sfruttamento disumani.

Santiago, Italia, il film-documento di Nanni Moretti (2018) è una sorta di confronto introdotto da un titolo volutamente spiazzante, in cui è in gioco una posta morale prima ancora che politica che conduce alla rilevazione sobriamente sofferta, ma anche non del tutto implicitamente severa verso l’Italia di oggi, rispetto all’Italia del dopo 1973 cileno, di un atteggiamento radicalmente opposto di fronte alla richiesta di asilo da parte di coloro che fuggono dai pericoli e dalle ingiustizie del proprio paese e chiedono di essere accolti, tra l’altro e in primo luogo in Italia, uno dei principali punti di approdo delle fughe dei migranti africani virtualmente Immigrati. La posta in gioco morale di questo confronto investe noi come popolo italiano, e il nostro Governo e riguarda il desiderio di chi fugge, e d’altra parte la volontà politica ed etica di chi è chiamato a dare asilo, in due situazioni ormai lontane nel tempo, che, per quanto diverse, molto diverse, hanno messo in gioco e mettono in gioco un sì o un no a rendersi disponibile a dispiegare anzitutto la propria coscienza umana per fornire un aiuto a chi lo chiede, o invece a respingere, a limitare la ampiezza e l’organizzazione concreta dell’aiuto – allo scopo di fornire una nuova prospettiva di vita, lontano dalla propria patria, a chi quella patria è costretto a lasciarla. Una sfida morale tra due italie lontane nel tempo e soprattutto nella condizione dello spirito pubblico, dell’atteggiamento delle persone e insieme dei governi, è ciò che il film di Moretti riesce a mettere in scena nelle parole dei testimoni che, dal’inizio alla fine ne saturano, senza un attimo di respiro, il contenuto. Per questo la Santiago del dopo 1973 si confronta anzitutto con l’Italia di oggi, dove non accade ai moltissimi rifugiati migranti perseguitati e imprigionati e privati delle condizioni stesse del vivere, soprattutto in Libia, qualcosa di analogo, in termini di mano tesa all’aiuto, rispetto a quel che laggiù accadde.

E’ questo che il film di parole e testimonianze degli attori-vittime mostra quasi senza un commento del regista intervistatore, presente e vigile e partecipe al racconto di quelle parole, ma silente dietro la macchina da presa, quasi a voler sottolineare con il suo stesso insistito tacere che le parole di testimonianza dei perseguitati cileni sfuggiti alla repressione, all’imprigionamento, alla tortura, alla morte non hanno bisogno di una riflessione ulteriore, di una ulteriore sollecitazione a raccontare l’orrore del colpo di Stato e la prima organizzazione della resistenza, non chiedono di essere supportate da un commento ‘terzo’, oltre le immagini e le parole di denuncia. Queste parole, che escono quasi senza soluzione di continuità dal viso e delle bocche ancora piegati nella paura che accompagna il ricordo, ma non domati e fieri anzi di poter ‘dire’ la resistenza e di dirla dopo essere fuggiti in Italia e magari tornati nel loro paese con il ripristino della democrazia, seguono le immagini che tutti abbiamo visto della Moneda bombardata, di Allende che prima di morire si mette alla guida del popolo che lo ha eletto armato di una pistola, simbolo più che strumento di una lotta contro l’oppressione strapotente e omicida, del popolo che fugge disperso per le strade, dei rastrellamenti, della reclusione e della morte nei campi sportivi trasformati in lager.

E già qui, nella prima parte del film Moretti lascia filtrare nelle sole parole de testimoni, che l’ltalia è stata coinvolta, che molte persone del nostro paese hanno a accolto la mano tesa di coloro che riescono a sfuggire al colpo di Stato, e raccontano spesso nella nostra lingua divenuta la loro lingua dell’esilio forzato, quello che si definirebbe il sentimento e la pratica, piuttosto che la teoria o l’esaltazione sincera ma a rischio di retorica, della solidarietà ricevuta da un’Italia capace di non dimenticare la comune umanità e di esercitare appunto i doveri di umanità che si devono a chi chiede di essere aiutato sulla via di una qualche salvezza: sulla via del recupero della patria originaria martoriata, che passa sul suolo di un’altra patria, che è patria come la prima, la quale  permette ai più fortunati dei profughi perseguitati che hanno raggiunto il nostro paese e vi hanno trovato la continuità della vita di affetti e di appartenenze profonde, di lavoro, di vivere il valore dell’unità fraterna tra esseri umani, dando corpo reale al dovere etico e cosmopolitico dell’umanità solidale. Ho scritto che Moretti interloquisce assai poco, che sta in ascolto come testimone dei suoi testimoni. Ma una frase breve, secca, netta la dice a un certo punto ed è quella che riassume il senso del film.

Abbiamo detto che il film mette in scena un confronto, che resta largamente implicito, ma è ben presente in quel che dicono e in ciò che leggiamo tra le parole dei testimoni intervistati, tra l’Italia dell’umanità e della concreta disponibilità all’aiuto, tra l’Italia che accoglie i profughi politici cileni di ieri e l’Italia che oggi resiste a ‘darsi’, a offrire sostegno e nuovo suolo, nuova patria ai profughi del mare che lasciano l’Africa e prima il Medio Oriente. Dell’oggi dell’Italia respingente, dell’oggi dell’Italia che, in una parte non piccola della sua gente, disconosce i diritti umani e i diritti costituzionali, nel film non si parla: i cileni parlano della loro storia in Cile, e poi in Italia, dopo il golpe e nella patria italiana scelta come luogo sicuro di approdo da una fuga in cui sono in gioco la morte e la vita. Una patria italiana cui va da parte loro un riconoscimento commosso e costante, una gratitudine elementare che vale per l’anima di chi la esprime come per l’anima di chi la riceve. Un legame etico si è stabilito tra noi e loro e viene ricordato come un valore che non appassisce nel tempo. Non c’è nel film, che realizza il confronto etico che abbiamo detto tra le due Italie di ieri e di oggi, un secondo termine di paragone. Non c’è un oggi condannato come negativo, non c’è polemica contro il rifiuto di accogliere oggi, sebbene la condanna si senta, fortissima del suo stesso silenzio. Il film mette in scena un confronto, ma che cosa si confronta, che cosa è propriamente in gioco Moretti riesce a farlo pensare, senza dirlo lui stesso e senza farlo dire ai testimoni. In questo sta la bellezza del film e la sua generosità combattiva, nel come è fatto, nelle parole e nei silenzi di un confronto che come tale non si esibisce. Ma, si diceva, una frase Moretti la dice ed è quella con cui al centro del film, alla fine dell’intervista fatta ad un detenuto cileno condannato per aver partecipato al golpe e alle stragi (per quanto dica di non aver ucciso, ma si può accettare la presunta verità di un ‘uomo’ del genere?) risponde seccamente alla richiesta di quello di essere “imparziale” tra golpisti e cittadini loro vittime: “Io non sono imparziale”. E vuole dire la semplice evidenza etica e umana che non si può, oggi come allora, non scegliere tra verità e menzogna, tra il golpismo e l’omicidio politico, e l’esserne vittime innocenti. Vuole dire quel che Hannah Arendt dice del detenuto Adolf Eichmann in attesa di ricevere la condanna per impiccagione per le stragi naziste che aveva preparato, organizzato, perpetrato e che chiede anche lui una impossibile imparzialità, in quanto semplice esecutore di ordini. Eichmann e tanti tedeschi nazisti, volenterosi collaboratori di Hitler, avevano abbandonato la capacità di distinguere tra bene e male, la stessa capacità di “giudicare” per evitare di essere assurdamente “imparziali” tra ciò che si deve fare sulla base della legge morale e ciò che questa stessa legge vieta, e punisce severamente quando viene fatto. Ecco: Santiago, Italia mette in scena l’impossibile, moralmente vietata “imparzialità” dei singoli e di un popolo con il suo governo, di fronte all’orrore golpista di ieri in Cile, come di fronte alle ingiustizie dei respingimenti dei migranti oggi  in Italia, ricordando che v’è stata un’Italia che ha saputo praticare la positiva “parzialità” di coloro che distinguono tra bene e male, tra colpevoli e vittime, attuando una vita di accoglienza e di incontro tra popoli, ai quali si è riconosciuto, contro i suoi aguzzini di ieri o i moralmente sordi di oggi, il diritto umano di continuare a vivere, di riprendere una vita nella patria, o in una patria, comunque, recuperata alla democrazia o anche solo al pieno ordine costituzionale.