Alessia Lirosi, I monasteri femminili a Roma tra XVI e XVII secolo, Viella, Roma 2012

Il corposo volume di Alessia Lirosi, che ha già guadagnato diversi riconoscimenti (in particolare il Premio Desiderio Pirovano 2013, dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma, a pari merito con il libro Cattolici e Fascismo di Alberto Guasco), affronta con ampio sguardo la questione del monachesimo femminile romano tra ‘500 e ‘600

Il corposo volume di Alessia Lirosi, che ha già guadagnato diversi riconoscimenti (in particolare il Premio Desiderio Pirovano 2013, dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma, a pari merito con il libro Cattolici e Fascismo di Alberto Guasco), affronta con ampio sguardo la questione del monachesimo femminile romano tra ‘500 e ‘600. Una prima sezione è dedicata all’incidenza della presenza monastica nel tessuto urbanistico romano ed è intitolata appunto I monasteri e la città, mentre la seconda parte entra con acume e discrezione nel vissuto del chiostro, addentrandosi oltre quei confini così importanti e di così attenta definizione, di separazione e di filtro tra mondo claustrale e mondo secolare. Tale seconda sezione, dedicata a Monache e clausura, è organizzata in una serie di capitoli e sotto-capitoli che già nel titolo evidenziano la ricchezza e la complessità dell’analisi sul fenomeno monastico femminile di Roma moderna: L’impatto sullo spazio urbano, Conflitti di vicinato, Riti, cerimonie e sistemi di potere, Le feste di vestizione e professione, Il parlatorio, Dietro le grate, Eucarestia, confessione ed eventi soprannaturali, Segreti e inquietudini, solo per citare in maniera non organica alcuni degli argomenti trattati. Segue un’appendice riepilogativa della consistenza del fenomeno claustrale, della sua diffusione, delle sue trasformazioni e dei rapporti con diversi gradi di gerarchie ecclesiastiche, utile a tracciare alcuni profili sincronici di questa sommessa ma incidente realtà della capitale pontificia. Appendice qui particolarmente utile per raccapezzarsi in un intrico di vicende intrecciate e di cangianti equilibri di forze e di potere tra le diverse realtà ecclesiastiche dell’Urbe al femminile.

Definirei questo libro “provocante”, con un termine forse scorretto ma che mi pare ben espressivo della ricchezza di spunti offerti dallo scenario rappresentato in queste pagine. Una ricerca che provoca a ragionamenti, chiarificazioni di tante situazioni, di tante microstorie, e che provoca ad approfondire le tante sfaccettature di un aspetto significativo della storia di Roma moderna, originalissimo rispetto ad altri contesti urbani o statuali: ad esempio il rapporto ravvicinato con la Curia; i patronage o meglio i matronage di famiglie nobiliari spesso coincidenti con quelle della corte pontificia; i molteplici protettorati sulle singole comunità monastiche, il cui governo materiale, spirituale ed economico (controllo di rendite, bilanci, proprietà) era luogo di contesa tra le gerarchie degli Ordini religiosi di appartenenza, il cardinal vicario quale emanazione del papa e gli altri cardinali deputati alla vigilanza sui monasteri, con un assoluto predominio dei Barberini rispetto ad altre famiglie (Colonna, Orsini, Borghese, Paluzzo, Altieri, Magalotti). Le contese tra i diversi attori, da possibili e a volte effettivi antagonismi, si risolvevano il più delle volte in soluzioni conciliative, che giustamente Lirosi definisce come una sorta di protettorato “cumulativo”. Attraverso varie microstorie, a volte solo accennate, a volte trattate con maggior definizione, si delinea un percorso storico della città forse minore ma non secondario nel suo sviluppo urbano, culturale e identitario, oltre che ovviamente spirituale. Un importante storico inglese del ‘900, Arnold Toynbee (1899-1975), sosteneva profeticamente che sono le minoranze le vere forze creative della storia. Ecco, questo libro invita a leggere il monachesimo femminile romano non un fenomeno residuale o marginale, ma come una realtà diffusa, capillare, che si interrelaziona con tutti gli strati sociali della società, e che a volte incide direttamente su scelte di pianificazione urbana, come nel caso delle monache di S. Cecilia in Trastevere, che con la loro intercessione contribuiscono a modificare nel 1641 i piani di tracciamento delle Mura Gianicolensi volute da Urbano VIII, ottenendo un allargamento del tracciato che inizialmente aveva escluso anche altri monasteri trasteverini come S. Cosimato e S. Francesco a Ripa.

Viene qui inoltre sottolineata l’opera a favore della città e della società esercitata dall’attività “di pertinenza” delle monache, cioè la preghiera. E’ un tema cui giustamente Lirosi accenna, ragionando sulla facoltà attribuita a queste donne di incidere e operare nella realtà soprattutto in frangenti drammatici, quando proprio alle loro orazioni veniva imputata la salvezza della città, ad esempio nel corso della peste del 1656-57. A tale proposito, torna alla mente una grande figura del ‘900, il politico cattolico Giorgio La Pira (1904-76), il quale, in forza di una fittissima relazione epistolare con una quantità di monasteri di clausura italiani, affidava alle preghiere delle recluse l’intercessione per le grandi questioni mondiali (la guerra fredda, il comunismo, i conflitti), affermando la sua fiducia nella preghiera come “motore della storia”.

Collegata all’azione della preghiera è un altro tema che traspare in diversi passaggi del libro di Lirosi, quando vengono esemplificati episodi di lotta col Demonio entro le mura claustrali seicentesche: Benedetta Vipereschi è tentata dal diavolo fin dal noviziato, e poi dai dispetti delle consorelle; invece suor Eufrasia nel monastero dell’Incarnazione vede, in forma mostruosa sulla finestrella della propria cella, il Demonio che la incoraggia a leggere la sera tenendo la luce accesa più del dovuto («leggi leggi che mi dai gusto»). Dunque, anche la Regola è uno strumento per combattere le tentazioni. Nel monastero dello Spirito Santo si raccomanda di leggere spesso le Costituzioni, celebrate da una felice metafora come «Trinciere che tengono lontane gli nemici infernali e la siepe che custodisce la vigna dell’anima religiosa».

La lettura del libro suggerisce tanti ulteriori spunti di riflessione e di indagine. L’autrice disegna lo scenario di una storia al femminile, spesso di una Roma minore, un “sottobosco” urbano e sociale come direbbe Joseph Connors. Non solo «nobildonne, monache e cavaliere», come scrive Gabriella Zarri nell’Introduzione al volume; non solo pontefici, cardinali protettori, superiori degli Ordini, abbadesse; ma anche – come oggetto d’interesse che movimenta la fondazioni di istituzioni monastiche di finalità pubblica o sociale – un mondo di derelitti, marginali, reietti, esclusi che vivono ai margini delle corti nobiliari. Un mondo proto-pasoliniano oggetto d’interesse dell’istituzione di Conservatori o Case pie destinate al ricovero, alla protezione, alla rieducazione. Un lungo corteo di marginali sfila lungo le pagine di questo libro, in particolare nella prima parte più strettamente inerente il rapporto con la città: prostitute convertite, infedeli, figlie o parenti di meretrici, zitelle pericolanti o pericolose, fanciulle sperse, vedove indigenti, bambine e neonate abbandonate (proiette o reiette), donne di mala vita con volontà di redenzione, zoccolette etc., tutte oggetto di interesse “sociale” o “caritatevole” di istituzioni monastiche femminili di nuova fondazione, che qui rivelano la loro funzione come fondamentali risposte d’intervento su vere e proprie emergenze sociali.

Accanto, emerge un dettagliato censimento del ricchissimo, stratificato e spesso avvicendato mosaico di esperienze congregazionali, antiche e moderne, autoctone o d’importazione, a volte collegate anche nel nome ai patronage familiari che ne avevano promosso la fondazione monastica: Carmelitane “Barberine” di Maddalena dei Pazzi, Domenicane, Carmelitane Scalze spagnole, Orsoline, Visitandine francesi, Turchine o Celesti di origini genovesi, Cappuccine di stretta osservanza, Francescane riformate nella versione romana di Clarisse “Farnesiane”…. Il libro ricapitola una miriade di singole vicende evolutive, spesso confuse e sovrapposte nelle fonti coeve, nei Cataloghi e nelle Guide della città e nei documenti d’archivio, anche a causa delle frequenti distorsioni o modifiche dei nomi di dedicazione, chiarendo molte identificazioni ancora ambigue nelle fonti e a volte anche nella storiografia. La consistenza di questo scenario sono poco più di 50 conventi (i conteggi sono sempre difficili, perché alcune istituzioni non sono propriamente di clausura, che era stata estesa a tutti i chiostri femminili dalle norme tridentine, obbligati anche al trasferimento entro il perimetro delle mura urbane). In buona parte di nuova fondazione e spesso riformulati a seguito dei decreti tridentini, i monasteri femminili raccoglievano una popolazione che si aggirava intorno a una media di 2500 claustrali, con punte di circa 190 residenti (nei monasteri più appetibili per la nobiltà, come Tor de’ Specchi, o in quelli di recupero di ex prostitute, come S. Maria Maddalena al Corso) fino a numeri ridottissimi (come le 3 monache di S. Teresa alle Quattro Fontane). Nel complesso una realtà non enorme, anche inferiore in percentuale rispetto ad altri sistemi urbani. Siamo a Roma intorno al 5% della popolazione, che a cavallo tra Cinque e Seicento si aggira sui 100.000 abitanti (103.000 nel 1600), senza crescere di molto nel corso del secolo XVII (135.000 nel 1700). Una percentuale inaspettatamente bassa, probabilmente dovuta alla particolare piramide demografica della città pontificia, alimentata da una cospicua immigrazione di maestranze maschili, che sarebbe interessante confrontare con altre realtà, come Napoli (popolata da 400.000 abitanti e dalla più alta densità di monasteri e istituzioni conventuali d’Europa), ma anche Firenze, Genova, Milano, Palermo, Torino, Venezia e tante città capitali e periferiche della grande e poliedrica stagione del barocco religioso italiano.

La Roma che si staglia sullo sfondo è una realtà in grande difficoltà e, tra ‘500 e ‘600, fatica a tenere il passo con le altre città italiane ed europee, con le nuove capitali degli Stati e delle Nazioni che si affermano sulla scena europea, sebbene la sua aurea stagione barocca divenga fonte di ispirazione per altri emergenti poli cittadini. Inizialmente è alle prese con una lenta e faticosa rinascita dopo le tragiche vicende del Sacco del 1527, ed è in seguito provata da carestie, epidemie e da un’endemica crisi economica.

L’universo claustrale femminile è forse poco visibile, eppure efficace, attivo nelle dinamiche urbane e nelle politiche familiari, nelle strategie urbane, nonché nelle vicende più vaste della politica europea. Emblematico il caso, anche questo accennato nel libro, collegato alla fondazione del monastero carmelitano di Regina Coeli su via della Lungara promosso da Anna Colonna Barberini, straordinaria figura di aristocratica, stretta nella vicenda più ampia dell’ostracismo dei Barberini fuggiti dalla Roma pamphiliana di Innocenzo X e rifugiatisi in Francia. Lungo questa zona trasteverina di vigne e giardini, si attestano nel corso del Seicento una serie di complessi monastici, di cui molti legati all’irradiazione carmelitana riformata. Trastevere risulta il secondo Rione per densità di insediamenti monastici urbani (17%) dopo quello di Monti (36%), e l’area della Lungara va considerata senz’altro come un’importante zona di espansione, che i Carmelitani Scalzi intercettano, a partire dall’offerta di officiare la chiesa di S. Maria della Scala nel 1597, a cui seguono gli istituti monastici di S. Egidio, Regina Coeli, e quello della S. Croce. E’ una cittadella religiosa, monastica, che prende piede riorganizzando un tessuto medievale frastagliato, saturando i vuoti sull’arteria della Lungara, sfruttando le nuove adduzioni idriche procacciate da Paolo V con il collegamento dell’Acqua Paola con l’acquedotto traianeo proveniente da Bracciano. Una serie di congiunture favoriscono gli insediamenti nella zona; è un tema che andrebbe maggiormente esplorato, e che l’autrice di questo volume fa bene a rilevare.

Quella dell’insediamento delle nuove comunità monastiche nel tessuto storico urbanistico non è una storia facile, ma faticosa, stratificata, progressiva. Così anche il tema dei conflitti di vicinato viene affrontato dall’autrice mettendo in evidenza la fatica e la costante necessità di adeguare gli strumenti di confinamento, mura perimetrali, grate, finestre alte o coperte da gelosie, vetri oscurati o “martellati”, tamponamenti di logge e terrazze dove pure le religiose ambivano accedere per respirare aria non viziata come quella dei locali interni spesso umidi, bui e poco ventilati. La difficoltà dell’incuneamento di nuovi complessi in un tessuto storico consolidato emerge altresì da altri dati che trapelano nel volume, come quello, non insolito, del sovraffollamento di alcuni impianti claustrali. Fenomeno che determina una deroga all’obbligo delle celle singole, con l’escamotage di inserire, in caso di necessità, tre letti in una stessa camera, mai due, per evitare «amicizie troppo strette o forse legami di altri tipo», come scrive con discrezione l’autrice, sebbene in taluni casi l’impossibilità di inserire il terzo letto – come a S. Bernardino dove nel 1625 la Visita apostolica rileva celle doppie – porti all’ulteriore compromesso di collocarvi sì due monache, ma sorelle carnali.

I faticosi percorsi di insediamento e adeguamento delle nuove comunità nel contesto di Roma moderna si intrecciano in questo libro in un quadro articolato, raccontato con la freschezza delle fonti, ma senza mancare di discrezione, registrando non di rado anche situazioni conflittuali e problematiche: evasioni, trasferimenti, monacazioni coatte, liti, dispetti, risse, fino a casi estremi, più o meno divulgati nelle cronache coeve, di omicidi, vendette, impeti passionali, inquietudini. Una difficile coabitazione di un mondo collettivizzato non monolitico, reso problematico dalla convivenza forzata, dalle abitudini, dalla costrizione a volte insopportabile di rigidi ritmi e regole.

L’auspicio è che, a partire dalla base di conoscenze del poliedrico sistema claustrale romano offerta da questo libro, nuovi percorsi analitici trovino feconde occasioni di esplorazione dei processi di trasformazione della città, anche nei difficili e travagliati passaggi dall’età moderna all’epoca post-industriale e contemporanea.