Stefano Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, 2007

Stefano Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, 2007

ABSTRACT

Il compito della storia è la ricerca della verità sulla base di fatti accertati. In questa prospettiva Arnaldo Momigliano valorizza il ruolo delle prove nel discorso storico. Attacca gli eccessi del Linguistic turn che relega la storia ad ancella della vuota e autoreferenziale retorica. Il grande storico italiano è convinto che il racconto retorico finzionale sia l'opposto della ricerca e ne rigetta il valore fuorviante. Carlo Ginzburg, suo discepolo, tenta, invece, una sintesi fra storia e retorica, dimostrando come nella terra di confine fra le due si costituisce propriamente la disciplina storica. Il narrare aiuta la storia. Occorre un'osmosi fruttuosa e continua fra le prove e il racconto. Infatti, la storia, da Aristotele a Quintiliano a Valla fino a Voltaire, si definisce come racconto di fatti veri.

Vuoti di memoria è un piccolo volume, ma denso e ricco di riflessioni, tutto pieno e tutto buono come un uovo, per dirla con un succoso e vecchio detto.

Si inserisce con vigore e lucidità nel dibattito aperto vent’anni orsono dal filosofo Jurgen Habermas, e che in Italia fu tra i primi recepito, e poi svolto e sviluppato originalmente, dal compianto Nicola Gallerano.

Particolarmente gravi e preoccupanti sono i debiti accumulati dalle generazioni più giovani, la cui «memoria corta» fa apparire «il secolo breve» brevissimo, un lampo appena, un flash lungo un istante (p. 8).

Tra loro c’è chi “giura e spergiura” che l’Italia è stata retta da una dittatura comunista, mentre quella fascista precipita nell’abisso, sbiadisce e non si scorge quasi più, tant’è la nebbia e la foschia dei fumi prodotti e messi in circolazione (p. 80).

Sostanziose perdite e amnesie si registrano pure sul versante delle generazioni più adulte, convinte della bontà di Mussolini, che mandava tutt’al più gli antifascisti oppositori in vacanza al confino a mangiare pomodorini, e degli italiani tutti, in qualunque momento e sempre e comunque «brava gente» (pp. 94-95).

In questa generale svalutazione, la memoria, rimasta nuda e spoglia, diventa facile preda di chi vuole abusarne, e c’è chi ci specula e ci guadagna: sono «i venditori di fumo» che hanno buon gioco e mano libera, quando il ricordo si scorda dalla lira mnemonica, nel coniare memorie fasulle nuove di zecca, e nel far circolare ricordi tarocchi, che formano il nuovo e assai conveniente, per taluni, «senso comune storiografico», lo sproloquio di cui si diceva.

Delineato lo scenario e i pericoli annessi, Pivato invoca l’intervento dei «venditori di vento», coloro che hanno il compito di diradare la nebbia, vale a dire gli storici di mestiere, per far risplendere il sole della verità storica e contrastare le nubi tossiche e velenose che circolano nel paesaggio dell’opinione pubblica ad opera dei temibili e insidiosi «venditori di fumo»: politici popolari che bucano lo schermo, giornalisti griffati e di buona penna, opinionisti belli imbusti e di lingua salace e sopraffina, che, senza possedere i ferri minimi del mestiere, maltrattano la storia, per scopi politici, scoop scandalistici, o venalmente per scalare le classifiche di vendita dei libri.

In questo punto emerge il problema, che a Pivato preme mettere sul tavolo: «si tratta comunque di porre al centro del dibattito degli storici non solo il problema della ricerca, ma anche quello della sua divulgazione» (p. 74).

Comunicare storia, «l’uso pubblico della storia», deve essere riconosciuto come elemento costituzionale del mestiere di storico, superando i pregiudizi interni alla corporazione, che giudicano “maldicente” la divulgazione, restandone a largo con atteggiamento di distacco, snobistico, sottovalutando gli effetti nefasti di queste ritirate e disimpegni prolungati.

«Il rischio -annota Pivato-, altrimenti, è quello di delegare completamente la conoscenza della storia a un disinvolto suo uso pubblico da parte di politici, giornalisti e operatori dei media a vario titolo che poco o nulla sanno di storia ma tanto sanno comunicare e convincere» (p.74).

Lasciare campo libero ai revisionisti interessati e ai rovistatori della storia sarebbe un errore fatale, che, da un lato, condurrebbe la comunità degli storici nel cerchio delle sette, e, dall’altro, creerebbe «nella fantasia dei giovani che non conoscono la storia o in quella degli adulti che l’hanno dimenticata visioni paradossali che sono proprie della «Mulino Bianco History», in caso contrario i «venditori di vento» saranno costretti a consegnare definitivamente il testimone ai «venditori di fumo» (p.74).

La grande sfida che sta di fronte agli storici è quella di coniugare sapere storico e comunicazione di massa, senza snaturare e sfigurare la disciplina: «divulgare non significa necessariamente volgarizzare» (p. 71).

Per riuscirci gli storici, oltre ad essere più presenti nei dibattiti pubblici, troppe le assenze in passato, devono imparare a maneggiare ed utilizzare i mezzi di comunicazione di massa per diffondere al meglio il loro messaggio, il loro sapere, perché troppe volte, per scarsa accortezza e familiarità con questi ambienti e strumenti, hanno pagato dazio nei confronti dei rivali, più esperti di media e comunicazione.

L’auspicio di Pivato è che gli storici fuoriescano dal lungo letargo divulgativo, in cui si sono rintanati, e divenendo, anche loro, fini conoscitori dell’arte di comunicare, aprano una stagione di lotta contro «i venditori di fumo», gli spacciatori di menzogne.

Non mancano, a suo parere, esperienze a cui far riferimento come i vari Festival della Scienza, Festivaletteratura, Festival della Filosofia, che hanno dato buoni risultati, per cui giudica positivamente e incoraggia i primi passi di FestivalStoria, ideato da A. d’Orsi e dall’associazione Historia Magistra, e ravvisa nella rivista «Zapruder», a colori, con numerose immagini e con articoli di taglio aperto a una comprensione larga, che nulla, perciò, perde in scientificità, del progetto Storie in movimento un segnale importante e confortante in direzione del rinnovamento della comunicazione della storia (pp. 33 e 71).

Sono manifestazioni altresì evidenti di una accresciuta sensibilità ed interesse intorno alla questione dell’uso pubblico della storia le rubriche dedicate all’argomento da vivaci e giovani riviste di storia del web come «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», «Giornale di storia» e «Officina della Storia»: dopo tutto il tempo non è passato invano nell’arco di questo ventennio.

Infine ci piace pensare, ed azzardiamo, con qualche fondato sospetto, che la dedica del libretto sia a Gaetano Salvemini, fulgido esempio di onestà e probità negli studi e nella vita: a G. S. qui mihi est virtutis exemplar, ha scritto Stefano Pivato.