I libri di memorie, soprattutto se scritti a poco tempo di distanza dagli avvenimenti narrati, sono una fonte storica particolarmente interessante per due ragioni essenziali; anzitutto perché capace di trasmettere il transeunte clima di un momento storico e inoltre perché in grado di offrire informazioni che altrimenti non sarebbero disponibili. Questo è il caso anche del volume che qui analizziamo: Alfredo Parente, La lunga vigilia. Pensieri e ricordi politici, 1943-1946, a cura e con introduzione di Gerardo Nicolosi, che esce nella collana “Minima Storiografica. Piccola Biblioteca della Nuova Rivista Storica”, diretta da Eugenio Di Rienzo, per i tipi della Società Editrice Dante Alighieri.

In premessa conviene rilevare che la periodizzazione fissata nel titolo non corrisponde precisamente al contenuto del diario. Non solo, infatti, il racconto prende le mosse dal marzo 1939, ma si fa ampio spazio a vicende ed episodi degli anni Trenta. Questa discrasia fra titolo e contenuto dipende con ogni evidenza dal fatto che il testo, scritto probabilmente nel 1946, non è stato mai rivisto dall’autore per una pubblicazione e vede la luce postumo e a distanza di trentaquattro anni dalla scomparsa di Parente. A conferma del fatto che ci troviamo di fronte a una bozza non considerata definitiva dall’autore, il curatore nella sua nota al testo informa che il dattiloscritto originale presenta numerose cancellature e soprattutto molte ripetizioni, per cui sei dei tredici capitoli di cui si compone il dattiloscritto non sono stati pubblicati.

Al di là della ripartizione editoriale, però, la narrazione di Parente si può suddividere in due parti: la prima si sofferma sugli anni Trenta, la seconda investe il periodo immediatamente prebellico e fino alla caduta del fascismo (1939-1943). Se questa bipartizione tematica può servire come orientamento al lettore, occorre sottolineare che il diario presenta una forte unità che è data dalla personalità dell’autore, sulla quale è opportuno spendere qualche parola. Alfredo Parente (1905-1985), nato in provincia di Benevento ma trapiantato a Napoli fin dalla giovinezza, era molto legato a Benedetto Croce e del pensiero crociano, anche nei suoi risvolti etico-politici, si deve ritenere un interprete fedele.

Considerate come testimonianza storica queste pagine di Parente offrono motivi di interesse sotto diversi profili, proviamo ad elencarli e poi a svolgerli, sia pure molto rapidamente. Anzitutto il diario ci offre uno spaccato importante dell’entourage crociano negli anni del fascismo e delle reti di opposizione di orientamento liberale. Connesso a questo tema sta quello della diaspora liberale, cioè la divaricazione tra le posizioni di chi confluirà nel Partito d’Azione e di chi andrà a rifondare il Partito Liberale. Vi è poi il tema dell’atteggiamento da tenere rispetto all’entrata in guerra cioè il dilemma tra patriottismo e antifascismo che si può riassumere in questo interrogativo: per ottenere la caduta del regime mussoliniano era giusto auspicare una sconfitta militare dell’Italia? Punto delicato che costituisce la premessa di quella che, dopo l’otto settembre 1943, sarà definita la morte della patria. Infine abbiamo preziose informazioni sulle settimane successive alla caduta del fascismo che vedono una prima ripresa dell’attività politica libera e poi sulle quattro giornate di Napoli, cui Parente partecipò attivamente.

Durante il fascismo, soppressa ogni libertà politica, i margini di azione erano ridottissimi e l’opposizione si poteva manifestare in modo cauto. Parente racconta che quando voleva saggiare l’opinione rispetto al regime di un interlocutore faceva il nome di Croce, lodando i suoi scritti. Se questo giudizio suscitava interesse e non ripulsa, allora si poteva timidamente avanzare anche qualche altro argomento e, se si riscontrava una convergenza, si poteva considerare la persona un possibile antifascista.

Parente parla anche dei luoghi dove “si tenevano deste le forze dell’opposizione e della resistenza morale” (p. 84). In primo luogo l’ufficio della sovrintendenza all’arte medievale e moderna per la Campania, dove lavorava, e la sede centrale della Banca agricola commerciale; altri luoghi dove si potevano esprimere opinioni non allineate erano la casa editrice Ricciardi, la biblioteca nazionale, la redazione del giornale «Roma». In una fase successiva, d’intesa con Carlo Ludovico Ragghianti, si costituirono delle vere e proprie cellule di oppositori, organizzate a comparti non direttamente comunicanti, entro cui si facevano circolare dattiloscritti di critica al regime.

Il toscano Ragghianti, storico dell’arte, veniva spesso a Napoli, con il pretesto di svolgere ricerche sulla scultura rinascimentale, per tessere rapporti. Altri contatti con ambienti romani erano tenuti dallo stesso Parente e da altre persone della cerchia crociana, in primo luogo l’avvocato Renato Morelli. Proprio Ragghianti, cui è dedicato il diario a riprova dello stretto rapporto che Parente aveva con lui, ci può far capire quanto complessa, dal punto di vista personale, sia la vicenda della diaspora liberale. Ragghianti, infatti, aderirà al Partito d’Azione.

Parente racconta come in un incontro romano nell’estate del 1943 ci fu, tra di loro, una discussione accesa, anche se «cosa dicessimo in tanta concitazione non saprei ridire: ma si venne poi via via da parte di entrambi alla rassegnazione [..] che qualcosa di irreparabile fosse avvenuto», successivamente però i legami di affetto impedirono una rottura personale, così la serata si chiuse «tra noi con cordialità e si esaminò alla fine il modo in cui, pur militando in diversi partiti, avremmo potuto continuare sul piano comune della libertà la nostra collaborazione nata dall’intolleranza e dall’odio per la dittatura» (p. 165).

Si è detto che la narrazione prende le mosse dal 1939, più precisamente dal 30 marzo di quell’anno, quando Parente ascoltò a una radio straniera il discorso del primo ministro francese Daladier in risposta a un intervento mussoliniano che aveva celebrato il ventennale dei fasci di combattimento. Un discorso, quello dell’uomo politico francese, che segnava una svolta rispetto alla politica remissiva di Monaco dell’anno precedente e faceva sperare «che il limite della sopportazione da parte delle democrazie occidentali fosse raggiunto» (p. 36).

Restava però sempre il dilemma che derivava «dalla duplice e contrastante condizione di cittadini della patria italiana e di uomini feriti nella libertà e anelanti di recuperarla», avendo di fronte la prospettiva o di dover «accogliere la libertà qualunque fosse la mano che potesse restituircela», cosa che avrebbe colpito «il nostro orgoglio e la nostra dignità nazionale», oppure la non meno deprimente prospettiva «di un periodo indefinito di servitù» (p. 31). Dubbi che, dopo i lunghi mesi di non belligeranza in cui erano rimasti come sospesi, tornarono vivi e angosciosi al momento dell’entrata in guerra dell’Italia e si risolsero del tutto solo quando le sofferenze della guerra e dei bombardamenti non scemarono il desiderio di vedere rovesciato il regime. Allora, Parente ed i suoi amici furono certi che «la nostra rassegnazione alla sconfitta, avesse radici profondamente morali, perché non si affronta con disinvoltura il sacrificio di se stessi e delle proprie carni se non quando si agita nell’uomo la fiamma di un ideale» (p. 56).

Il diario rende bene l’atmosfera delle settimane successive al 25 luglio 1943. La libertà ritrovata invogliava a un attivismo politico quasi frenetico, ma restava una incertezza sul futuro che rendeva precaria quella rinata operosità. A settembre lo sbarco alleato a Salerno illudeva su di una possibile rapida liberazione ma l’avanzata lenta rendeva angosciosa l’attesa, tenendo sempre vivi i timori di rappresaglie tedesche.

Una condizione di incertezza ma anche un senso di partecipazione attiva segna anche le Quattro giornate di Napoli. Parente non ci dà un quadro d’insieme insurrezione popolare del 27-30 settembre 1943, come farà un altro intellettuale antifascista, partenopeo d’adozione, Corrado Barbagallo. Si limita a riportare la sua esperienza personale, quasi a voler velare, o ridimensionare, il suo ruolo di attivo organizzatore della resistenza al regime. Da quanto detto si ricava l’idea di una rivolta che, almeno nel suo quartiere, non era stata preordinata, ma fu il frutto spontaneo di una avversione per i nazisti, che si catalizzò con il concorso spontaneo di varie componenti (partiti da poco rinati, cittadini comuni, ufficiali e soldati del Regio Esercito non più sbandati ma pronti a battersi, corpi di polizia).