Gli Italiani che fecero l’impresa. La Grande Guerra in un manoscritto inedito di Gioacchino Volpe

A completare la trilogia dedicata da Gioacchino Volpe alla Grande Guerra (Il popolo italiano fra la pace e la guerra; Il popolo italiano nella Grande Guerra, Da Caporetto a Vittorio Veneto) mancava il manoscritto inedito, Il popolo italiano nel primo anno della Grande Guerra, ora pubblicato per la cura di Eugenio Di Rienzo e Fabrizio Rudi, nella collana “Biblioteca della Nuova Rivista Storica”, edita dalla Società editrice Dante Alighieri, dove ritroviamo tutte le caratteristiche del Volpe storico del primo conflitto mondiale. In questo corposo saggio, il fuoco dell’indagine ancora più che sugli aspetti militari e diplomatici della grande contesa, che pure sono analizzati in profondità, si concentra, infatti, sulla «storia civile, interna del popolo italiano durante la guerra», analizzata, a volte spietatamente, nelle sue tante debolezze (politiche, sociali, economiche, ideali) ma anche nell’indomito vigore e nella secolare capacità del nostro popolo di sopportare prove terribili e di lunga durata e, infine, di prevalere su di esse, se ben motivata e ben guidata da élites capaci e provviste di indiscusse autorità morale come quelle uscite dal ceto politico liberale.

Da questa visione, nascono le pagine, lucidissime ma appassionate, dedicate al successo della mobilitazione industriale, al ruolo non secondario svolto in essa dal genere femminile, al fenomeno del vario volontariato militare, alla presenza rilevante della nostra emigrazione nello sforzo bellico, alla capacità della società civile in tutte le sue componenti (ceto imprenditoriale, classe dirigente, proletariato dei campi e delle fabbriche, media borghesia, intellettuali) di affiancarsi al popolo in grigioverde che lottava «per una più grande Italia» nelle trincee del Carso e sulle vette dolomitiche.

Come evidenzia Di Rienzo nella lunga introduzione, Il popolo italiano nel primo anno della Grande Guerra è un contributo scritto senza retorica e boria di nazionalismo, nonostante il fatto che il periodo della sua composizione (1940-1943), potesse spingere un intellettuale di regime, come Volpe, ad impantanarsi nella palude della retorica patriottarda e dello sciovinismo. Un rischio, questo, evitato da Volpe, che nel suo scritto pare voler insistere più sulle fragilità strutturali che sulle risorse dell’Italia alla vigilia e nei primi mesi del conflitto.

Della consapevolezza delle difficoltà della guerra italiana del 15-18, lo storico aveva già dato aperta testimonianza, infatti, nell’articolo Radiose giornate di maggio (proposto al «Corriere della Sera», nel marzo 1939 ma poi, una volta redatto, respinto al mittente dalla censura interna del quotidiano milanese, il 24 maggio seguente), il cui paragrafo d’esordio si apriva ricordando le preoccupazioni del governo Salandra, per le deficienze del nostro Paese, posto dopo il 28 luglio 1914, al bivio tra neutralità e belligeranza e ancora indeciso se affiancarsi agli Imperi centrali o alle Potenze dell’Intesa.

 

Inutile dire che Salandra non era animato da spirito battagliero. Altro volto il suo, da quello dei Primi ministri delle altre Potenze europee, tutti chini sulle leve di comando della politica mondiale, tutti intenti pur con linguaggio di pace a preparare coi fatti la guerra. In Salandra, albergava un’alta idea dello Stato liberale e dei suoi compiti, in confronto del suo predecessore Giolitti. Ma, egli vedeva il Paese sempre sotto la minaccia della guerra civile, le finanze in mediocre ordine, il Parlamento irrequieto ed esigente. In tali condizioni una guerra atterriva. E quale guerra! Pare che Salandra non s’illudesse: l’Inghilterra sarebbe intervenuta contro la Triplice. E per l’Italia liberale e costituzionale non era neppur pensabile una guerra con l’Inghilterra, patria del liberalismo e costituzionalismo, “tradizionalmente amica”. Più ancora: che cosa sarebbe avvenuto, in caso di conflitto col Regno Unito, delle città costiere italiane? Che della Libia, dove 50.000 uomini vivevano, giorno per giorno, dei rifornimenti della Madrepatria? Che dell’Eritrea, rinserrata tra Suez e Aden? E il carbone? E la lana? E il grano e il petrolio e il cotone che ci venivano dall’Inghilterra o attraverso il mare dominato dall’Inghilterra?

 

D’altra parte, l’impossibilità evidenziata da Volpe, di poter affrontare uno scontro vittorioso con le «Potenze marittime», era stata sostenuta con forza nella lettera del 1° agosto 1914, inviata dal Capo di Stato Maggiore della Marina, Paolo Thaon de Revel, a Salandra, dove la scelta di non impegnarsi contro l’Intesa era motivata, più che da ragioni ideali o di affinità politica verso Francia e Inghilterra, da un calcolo necessariamente e brutalmente legato alla posizione geopolitica del nostro Paese.

 

Indipendentemente dal parallelo or ora fatto sulle potenzialità effettive delle forze antagoniste e ammettendo la necessità di conflitto armato marittimo con le Potenze dell’Intesa, nel quale certamente la Regia Marina farebbe tutto ed intero il proprio dovere, esso, pei suoi riflessi sul Paese, va esaminato sotto due punti di vista: 1° dal punto di vista della politica interna: è indubitato che con Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Palermo, Ancona completamente esposte alle offese marittime che certo non mancherebbero e sarebbero gravi, la popolazione invocherebbe l’intervento della flotta, or qua or la, aumentando la già grande difficoltà di far fronte al suo compito. Né vi potrebbe essere il vantaggio della reciprocità perché il litorale mediterraneo francese è assai ristretto e praticamente non offrirebbe che Nizza quale preda. In queste condizioni le probabilità favorevoli sono troppo scarse a petto alle avverse, perché sia augurabile una tale lotta: la convenienza di evitarla s’impone! 2° dal punto di vista militare-marittimo: pur ottenendo la nostra flotta la completa indipendenza nei riguardi della politica interna per l’adempimento del suo difficile compito strategico-tattico, la lotta che si prospetta non dà affidamento di poter sicuramente conquistare quel dominio del mare necessario alla protezione del litorale nazionale contro le offese del nemico. Mi onoro infine di far presente all’E.V. che in caso di lotta contro Francia ed Inghilterra non è possibile garantire i necessari contatti colle nostre colonie poiché tutte le vie ad esse adducenti sono sotto il controllo inglese.

 

Sulle inadeguatezze dell’Italia a partecipare al «gran cozzo delle Nazioni», Volpe sarebbe tornato a riflettere proprio con la stesura de Il popolo italiano nel primo anno della Grande Guerra, che significativamente si apriva con questo sconsolato paragrafo:

 

Fra le Grandi Potenze, impegnate nella guerra mondiale, l’Italia, era l’ultima intervenuta, e anche la più piccola, quanto a popolazione, ricchezza e vastità territoriale. La differenza era enorme, sotto taluni aspetti, con la Russia, grandissima, sotto altri, con l’Inghilterra e anche Francia. Non aveva la possibilità di regolare essa, non che la guerra altrui, ma neppure in tutto la propria, dipendendo, nei suoi bisogni essenziali, dagli alleati o dai neutri; al contrario della Gran Bretagna, entrata liberamente in guerra e libera di ritrarsene quando avesse voluto, anche per la stessa insularità sua e per il dominio del mare, che la facevano veramente arbitra della propria guerra e della propria pace. E quanto a mezzi di guerra, l’Italia non si trovava né nelle condizioni dei popoli arretrati, dai bisogni rudimentali, dall’organizzazione quasi a tribù, dall’intatto originario spirito guerriero, e capaci di scendere rapidamente in campo e a lungo durarvi (Serbia). Né era in quella dei popoli saldamente organizzati da secoli in unità statale (Francia, Germania, Inghilterra e, sotto certi rapporti, Russia e Austria). Popoli che erano allenati a guerre continentali o coloniali, fiduciosi in sé per virtù delle grandi prove affrontate e superate, consapevoli di aver un grande passato e un grande presente da difendere. Popoli, come quello tedesco, che erano assistiti da un esteso sistema industriale, da un robusto sistema infrastrutturale, da immense risorse materiali e finanziarie, da una potente manifattura di guerra, forniti di un saldo ordine militare cui tutto si subordinava, di una preparazione che, se anche deficiente in atto, esiste in potenza, esiste nello spirito del Paese, nei quadri che lo governano, ed è prontamente realizzata.

 

In Italia, invece, continuava Volpe, il panorama si presentava completamente diverso da quello offerto dagli altri Paesi belligeranti. Da noi, infatti, «l’esercito povero di quadri e con difficoltà di reclutarli, in una Nazione dove mancava vecchia nobiltà di tradizione guerriera e solida borghesia industriale, abituata a inquadrare e comandare uomini, la milizia territoriale esisteva solo sulla carta, e la grande massa dei militarmente abili non era istruita». Le manchevolezze materiali dello strumento bellico, inoltre, erano aggravate dallo «scarso spirito aggressivo dell’esercito e, possiamo dire, della Nazione italiana», più idonei a battersi in una «guerra di difesa in senso stretto della parola» che a cimentarsi «in una guerra d’iniziativa, in una guerra offensiva» come quella in cui le nostre truppe si sarebbe trovate necessariamente impegnate. Ancora più preoccupante era poi lo stato del nostro sistema industriale, «enormemente progredito negli ultimi anni, ma di per se stesso sempre cosa modesta, come quantità e come qualità, impacciato ancora da molte aderenze e legamenti col di fuori e particolarmente con quei Paesi che stavano per diventare nostri nemici».

Se, come sosteneva Volpe, il problema della riorganizzazione delle Forze Armate era stato almeno parzialmente risolto prima del 23 maggio grazie all’instancabile attivismo e al pugno di ferro di Cadorna, restava, invece, per molti versi, insoluto quello della riconversione del nostro sistema produttivo da industria civile a industria militare. Certo anche in questo campo governo e imprenditoria si erano mossi energicamente, già nel periodo della neutralità creando un circolo virtuoso tra iniziativa privata e intervento statale. E indubbiamente questa strategia produsse risultati non disprezzabili. Essa, infatti, negli anni a venire, grazie anche a un’incisiva riforma del sistema fiscale, avrebbe consentito, all’inizio del 1918, di schierare sul campo un apparato militare di dimensioni quantitativamente non minori e non inferiore in termini di armamento rispetto a quello dispiegato dagli Inglesi sul fronte occidentale, contribuendo ad accrescere negli Alleati la fiducia per l’Italia che era stato considerata all’inizio dell’ostilità un poco affidabile «junior partner». Eppure, il 23 maggio 1915, la situazione era ancora fortemente critica perché come Volpe annotava:

 

Tutto si fece con certo sforzo e molta lentezza, quasi che la mentalità degli uomini, educati alla pace, con fatica si adeguasse alla necessità alle necessità della guerra. Si rimase assai lontani da quel che sarebbe stato necessario fare, anche calcolando non già col senno di poi ma con la semplice esperienza degli altri Paesi già impegnati, da tempo, nel conflitto. Attorno al maggio 1915, ha sostenuto il generale Luigi Capello, si calcolò che l’Italia non producesse più di 7000 proiettili al giorno e un limitato numero di cannoni. Brandite le armi, la situazione della nostra economia di guerra migliorò impetuosamente e ci si mise al passo con i nostri alleati e i nostri avversari ma anche allora parve che l’Italia non fosse pari al compito che si era data.

 

E a questo punto si fa forte il sospetto, sottolineato da Di Rienzo nell’introduzione all’edizione del manoscritto (ultimato probabilmente all’inizio del 1943), che Volpe, con un atto di aperta insubordinazione verso le veline del Ministero della Cultura Popolare, nel tracciare la storia della Grande Guerra passata volesse alludere alle difficoltà della presente guerra fascista che aveva già collezionato mortificanti sconfitte, in Grecia, in Africa orientale e settentrionale, sul fronte mediterraneo, in Russia. Sconfitte che in un prossimo futuro, molto probabilmente, avrebbero avuto come teatro lo stesso territorio della Penisola, aprendo la strada alla catastrofe finale.