Vietato studiare, vietato insegnare. Il ministero dell’educazione nazionale e l’attuazione delle norme antiebraiche (1938-1943), a cura di Vincenza Iossa e Manuele Gianfrancesco, Palombi Editore, Roma 2019

Il volume Vietato studiare, vietato insegnare. Il ministero dell’educazione nazionale e l’attuazione delle norme antiebraiche (1938-1943), Palombi Editore, Roma 2019, curato da Manuele Gianfrancesco e Vincenza Iossa e pubblicato nell’ambito della ricorrenza degli ottanta anni delle leggi razziali “fasciste” italiane del 1938, si apre con una domanda che ci pone di fronte all’obbligo di una riflessione, non soltanto storica, ma anche necessariamente morale: «È esistita una scuola razzista in Italia?». Manuele Gianfrancesco titola così la sua Introduzione al libro, che è il frutto di un lavoro di ricerca effettuato presso la biblioteca del MIUR “Luigi De Gregori” di Roma – l’altra curatrice, Vincenza Iossa, è la responsabile bibliotecaria – e che si inserisce nel panorama degli studi storici sul tema della legislazione razzista che ha visto impegnata la storiografia degli ultimi anni.

La premessa di tale lavoro, come ci ricorda Michele Sarfatti nella Presentazione, è che «nel 1938 il regime fascista mise in atto una delle sue maggiori aberrazioni: vietò a una parte dei docenti di insegnare e vietò a una parte dei discenti di studiare». E qui bisogna soffermarsi per illustrare la metodologia di ricerca che sta alla base dell’ampia documentazione riprodotta nel volume, il cui scopo, dichiarano i curatori, è prima di tutto la volontà di favorire l’accesso alle fonti documentali originali e la lettura critica delle stesse. Infatti, l’indagine meticolosa dei Bollettini ufficiali del Ministero dell’Istruzione, conservati nella biblioteca “Luigi De Gregori”, ha permesso di individuare oltre 700 provvedimenti emessi dal 5 settembre 1938 all’inizio del settembre del 1943.

Il testo è stato arricchito da un indice completo di tali provvedimenti applicativi delle leggi razziali, diviso per anni per agevolarne la lettura oltre che espletare il rigore metodologico. Si tratta di una mole impressionante di documenti che racchiude circolari, bandi di concorso, divieti, regolamenti e tanto altro. Sono quei provvedimenti che resero operativo il divieto legislativo del regime fascista attraverso l’applicazione della legislazione che di fatto fu razzista e antisemita, come rimarca più volte Michele Sarfatti.

 

1938-razzismo-antisemitismo

 

È emblematico che il ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai – così si chiamava quello che oggi è il MIUR – in un discorso radiofonico per l’inaugurazione dell’anno scolastico 1938-1939 presentava la novità dell’emanazione delle leggi razziali e antisemite dichiarando che «la scuola non ha dubbi. Comincia un’altra fase del suo lavoro. Con dignità e serietà. La sua separazione dagli ebrei è, letteralmente e sostanzialmente, una separazione». Partendo da questa dichiarazione Gianfrancesco analizza i termini di questa “separazione”, che vide la sua prima attuazione nel decreto-legge del 5 settembre 1938 n. 1390 e che aveva di fatto escluso insegnanti e studenti classificati di “razza ebraica” dalle scuole di qualsiasi ordine e grado. Ed è proprio dalla lettura delle norme raccolte nel volume che ci troviamo di fronte allo sforzo messo in atto dallo Stato fascista per escludere dalla vita scolastica e dunque dalla società civile, i cittadini declassificati di “razza ebraica”.

Per rispondere al quesito posto all’inizio del libro, Gianfrancesco ripercorre e analizza criticamente le riflessioni già poste in auge dalla storiografia, sia ponendo al centro dello studio i rapporti e le influenze tra scuola e ideologia fascista sia affrontando l’aspetto più “materiale” della scuola, ossia l’analisi di tutto quell’apparato che compone il mondo educativo: libri di testo, pagelle, manuali, registri di classe. Effettivamente ci troviamo di fronte ad un materiale prodotto e verificato dallo stesso regime che ha voluto controllare l’Istruzione per favorire e plasmare la costruzione “dell’uomo fascista”: una pedagogia fascista che impiegò soventemente il tema del razzismo come una necessità dello Stato e della Scuola per penetrare la cultura e la società facendone “coscienza nazionale”.

Sono tanti gli esempi tratti dai testi usati per “formare” sia il docente fascista e razzista che una cultura scolastica e pedagogica antisemita. Ed è proprio alla luce di queste riflessioni, scrive Gianfrancesco, che diventa fondamentale ricostruire il tessuto normativo nel Bollettino ufficiale e con esso concorrere a decostruire il mito del “bravo italiano” e rinforzare un discorso critico e di confronto con la storia del fascismo che porti al superamento del mito pubblico spesso strumentalizzato come un fascismo tutto sommato immune dalle vicende razziste ma solo uno Stato compiacente all’alleato nazionalsocialista tedesco.

Una seconda riflessione, scaturita dal censimento del Bollettino ufficiale, è stata quella di rintracciare la «Dichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica» per evidenziare, all’opposto, il razzismo ivi presente soprattutto nelle norme che hanno riguardato i protagonisti dell’educazione fascista. Come riporta lo stesso Gianfrancesco: «dai docenti agli studenti, dal mondo dell’università fino alla scuola elementare, dai presidi fino a ogni singolo lavoratore classificato di “razza ebraica” dal complesso sistema architettato dal fascismo».

Si evince che il primo passo dell’espulsione determinò irrevocabilmente la possibilità di accedere alla vita scolastica pervadendo, in questo modo, le vite private d’ognuno degli esclusi, ai quali si riservava in deroga la soluzione di “ghettizzarsi” in classi o scuole classificate di razza ebraica.

Così facendo, l’inaccessibilità alla vita scolastica si trasforma di fatto in esclusione totale della vita pubblica con tutto ciò che ne concerne: impossibilità a partecipare a qualunque bando di concorso pubblico indetto dallo Stato fascista e dalle sue derivazioni, borse di studio, premi, corsi di perfezionamento o di specializzazione, nonché l’esclusione al diritto ai sussidi di assistenza economica per i meno abbienti. E infatti fu nel 1939 che il linguaggio burocratico-amministrativo si arricchì delle formule di “razza italiana” e “razza ariana”, che diventarono elementi imprescindibili nell’autodichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica per chi faceva domanda di partecipazione ai suddetti bandi pubblici.

Sicuramente la storiografia dovrà approfondire in modo comparato e andando ad indagare nei diversi contesti i singoli casi scolastici della penisola italiana per produrre delle analisi quantitative esaustive in relazione ai decreti e i provvedimenti promulgati dallo Stato fascista. Fondamentale sarà investigare lo stretto legame fra educazione e progetto di costruzione dell’uomo nuovo mussoliniano per valutare la pervasività del totalitarismo fascista attraverso la quotidianità e gli strumenti delle istituzioni educative che furono di fatto “arianizzate” all’indomani delle leggi razziali.

Ma una cosa rimane chiara: questo volume propone una corposa base documentaria indispensabile per comprendere l’impatto delle leggi razziali sulla scuola e le conseguenze che ne seguirono.

Un’ultima considerazione ci riporta al quesito iniziale: «È esistita una scuola razzista in Italia?» Lo studio del Bollettino ufficiale sembra indicarci una risposta.