Vincenzo D’Aquila, Io, pacifista in trincea. Un italoamericano nella Grande guerra, a cura di Claudio Staiti, Donzelli, 2019

In occasione del centenario dell’intervento dell’Italia nel primo conflitto mondiale, che ha costituito una nuova e importante occasione per riflettere su quattro anni cruciali della storia nazionale, moltissimi sono stati i temi sui quali si è concentrato l’interesse degli studiosi. In misura notevole, l’attenzione è stata rivolta alla guerra delle presone comuni, alle biografie familiari e individuali, di quanti si trovarono costretti ad andare in guerra e di quelli che, tra “antichi patriottismi e nuovi nazionalismi”, decisero invece spontaneamente di parteciparvi. Tra questi vi fu Vincenzo D’Aquila, il giovane palermitano del Lower East Side di New York partito nel giugno 1915 per arruolarsi volontario nelle file dell’esercito italiano e che, impaziente di poter arrivare a recitare il ruolo di “capitano coraggioso” (p.49), davanti alle atrocità del conflitto si convertì subito in pacifista convinto.

Al suo rientro, D’Aquila fu autore del volume di memorie Bodyguard Unseen. A True Autobiography, pubblicato per la prima volta nel 1931 negli Stati Uniti, in cui narra della particolare esperienza “di guerra e pazzia” che fece in Italia tra il 1915 e il 1918. Una testimonianza unica, raccontata attraverso la forma del romanzo autobiografico che, dopo quasi un secolo di oblio giunge in Italia grazie al lavoro di Claudio Staiti, giornalista pubblicista e dottore di ricerca all’Università di Messina. Staiti, che ha tradotto e curato il testo originale, fornisce una documentata introduzione del personaggio così come della “verità oltre il racconto”, nonché della fortuna che ebbe il testo dopo la sua pubblicazione, consentendo di inquadrare le vicende narrate e di meglio interpretare le divergenze tra la verità vissuta e la finzione del racconto. Ad arricchire il volume la prefazione storica di Emilio Franzina e un’appendice documentale.

Strutturata in tre parti, la narrazione non inizia con il viaggio verso l’Italia; il lettore si trova invece proiettato immediatamente al fronte, durante il decimo giorno della prima battaglia dell’Isonzo. D’Aquila si trova già al comando della brigata Bergamo (25° Reggimento) “al sicuro da proiettili e granate”, spettatore di quegli attimi in cui «i soldati venivano condotti alle pendici dei monti Santa Lucia e Santa Maria per essere falciati come il fieno fresco viene raccolto dalle mietitrici» (p. 38).

Le vicende che precedettero questo momento drammatico, e che lo portarono alla “chimerica promessa” di non voler uccidere nessuno anche a costo di perdere la propria vita, vengono raccontate soltanto a partire dal terzo capitolo della prima parte, non a caso intitolato “Giocatori d’azzardo”, in cui il protagonista-narratore ricorda la traversata atlantica sul piroscafo San Guglielmo a bordo del quale «ogni condizione sociale era rappresentata: medici e impostori, avvocati e ciarlatani, lavoratori e scansafatiche, avventurieri e vagabondi, soldai di ventura e di sventura, ministri di Dio e seguaci del diavolo»; tutti “agnelli al massacro” accomunati da una palpabile euforia, «pronti ad andare incontro al mulino della morte per la grandezza della madrepatria Italia» (p. 45). L’entusiasmo lasciò tuttavia subito spazio alle prime disillusioni; già a Napoli l’esercito di volontari dovette constatare l’assenza di “manifestazioni di benvenuto”, di un “coro di “evviva” e addirittura di un semplice “sventolio di bandiere” (p. 51). A queste delusioni si sommarono quelle riservate dall’addestramento militare a Piacenza, dove i soldati italiani li accolsero “con una grossa e sonora risata” e non gli risparmiarono “accurate espressioni di disprezzo”, ritenendoli fra i responsabili del prolungamento della guerra (p. 59). Più forti furono le delusioni che giunsero con il battesimo del fuoco nelle valli slovene dell’alto Isonzo. Difatti, fu durante la prima notte in trincea che D’Aquila iniziò a “ragionare lucidamente”, realizzando che il moschetto gli “era stato piazzato tra le mani per uccidere”. Vedendo affiorare nella sua mente l’ammonimento delle Sacre Scritture: “tutti quelli che prendono la spada, periscono per la spada” (pp. 88-89), prese dunque la decisione di continuare la guerra senza uccidere nessuno divenendo così, come lo definisce Franzina nella prefazione all’opera, un obiettore di coscienza ante litteram. La singolarità non si rileva però soltanto nella scelta pacifista, ma nella presenza di un “Potere Divino”, una “guardia del corpo invisibile” (p.119) che lo accompagnerà e aiuterà durante tutto il racconto.

Da qui, hanno inizio quelle singolari avventure che lo videro prima passare indenne sul fronte Isontino attraverso varie peripezie di trincea e poi, in seguito a un periodo d’infermità involontariamente contratta, scivolare in una spirale di “pazzia” che lo costrinse a girovagare tra i manicomi civili e militari del Friuli e della Toscana poiché ritenuto “pericoloso per sé e per gli altri”. Le traversie alle quali D’Aquila andò incontro negli ospedali psichiatrici in cui fu in cura sono state ben ricostruite grazie al ritrovamento delle cartelle cliniche del giovane volontario e dalle lettere che lui scrisse durante il suo ricovero. A rendere la storia ancora più singolare furono le licenze che vennero concesse al folle D’Aquila dopo essere stato dichiarato guarito, che lo tennero lontano dal fronte fino al suo rientro negli Stati Uniti, di poco anticipato rispetto alla firma dell’armistizio. Un epilogo fortunato su cui, come si evidenzia nei saggi introduttivi, ben più della protezione divina probabilmente pesò il fatto che, oltre a non essere un suddito italiano, le argomentazioni sulla fraternità cristiana predicate dal giovane palermitano avrebbero potuto “contaminare”, alla stregua della propaganda disfattista, altri soldati già stanchi della guerra non solo in trincea ma anche dentro le strutture ospedaliere.

Un volume che assomiglia dunque ad un romanzo introspettivo sulla fuga dalla guerra in cui agli afflati religiosi si uniscono alcuni dei temi ricorrenti della memorialistica quali l’orrore e la miseria della guerra, il fenomeno degli imboscati e la critica alle gerarchie militari e alle modalità di gestione del conflitto. “Una testimonianza straordinaria narrata da un uomo ordinario” (p.3) che costituisce oggi un prezioso documento, utile agli storici e agli studiosi, ma anche un racconto avvincente di come sia possibile sopravvivere alla guerra, senza sparare un solo colpo, dando “allo spirito … pieno controllo sulla materia e sulla … natura umana” (p.157).