Your name di Makoto Shinkai: il sublime iperreale come bellezza nella tristezza

Your Name è arrivato in Italia spinto dall’eco del grande successo ottenuto in patria e nel mondo (dove ha incassato più di 360 milioni di dollari, diventando il film giapponese – animato e non – di maggior successo nella storia) e da un diluvio di critiche entusiastiche. Dopo la visione del film non si può non riconoscere che tanto gli incassi quanto i giudizi sono più che meritati. Si tratta, infatti, di una di quelle opere, oramai sempre più rare, per le quali le iperboli – solitamente da evitare in sede critica – non sembrano essere inopportune.

Perché Your Name è un film davvero straordinario, uno “spettacolo magnifico”.

Straordinario non tanto perché racconta, attraverso una tremante emotività, un’archetipica fiaba sulla caparbietà e l’universalità dell’amore, del desiderio e della speranza, finanche sul loro valore salvifico. E neanche perché, attraverso le vicende di due adolescenti, Taki e Mitsuha –  misteriosamente legati l’uno all’altro oltre lo spazio e il tempo dalla gratia contemplationis di una stella cadente – sembra incarnarsi la storica bipolarità del Giappone, quella della tradizione arcaica, rurale e cultuale e quella dell’ipermodernità tecnologica e neoliberista; bipolarità anch’essa espressione a tratti misteriosa e paradossale, come quella di un legame nella divisione, un legame, cioè, che trae forza e vitalità dalla propria (apparente) contraddittorietà, dal continuo rincorrersi dei due aspetti opposti, dall’essere sempre uno l’ombra, l’inconscio dell’altro.