Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

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Valorizzazione, memoria e social media, il Parco Archeologico dell’Appia Antica nell’era del lockdown.

Intervista a Simone Quilici

Di Marina Baldassari

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica  racchiude oggi una superfice di circa 4500 ettari che si estende dalle Mura Aureliane sino alla località di Frattocchie nel comune di Marino, tra la via Ardeatina e l’Appia Nuova, includendo vaste zone quali la Valle della Caffarella e Tor Marancia.

Un’area in cui vestigia antiche convivono in una dimensione ormai per noi abituale con il centro abitato, con le case, i condomini e le strade che percorriamo giornalmente, restituendoci l’immagine, non troppo lontana, di esempi di un’architettura maestosa e fragile sparsa tra natura e insediamenti umani.

Antichità considerate – come affermava il giornalista Antonio Cederna che ha dedicato tutta una vita alla loro tutela e salvaguardia – “uno spiacevole ingombro” da quella classe di politici e amministratori che dal dopoguerra in poi ha deturpato e stravolto un patrimonio artistico, archeologico e identitario compiendo scelte rovinose e scellerate a suon di condoni e abusi edilizi.

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica nasce come istituto dotato di autonomia speciale nel 2016 con la riforma Franceschini a seguito della riorganizzazione del MiBACT, l’istituto ha sofferto della alternanza di governo degli ultimi anni e dei differenti indirizzi politici, perdendo di fatto la sua autonomia con il decreto del Ministro dei Beni e delle Attività culturali Bonisoli (giugno 2019), per poi riacquistarla, nel dicembre dello stesso anno, su decisione del Governo Conte 2.

Direttore del Parco è Simone Quilici, architetto con un passato di studi e specializzazioni nel settore della valorizzazione e recupero del patrimonio culturale, con cui ci pare utile un confronto in un momento in cui il mondo della cultura, con le sue infinite connessioni, sta vivendo un preoccupante stallo dovuto alla emergenza sanitaria.

 

Prima di addentrarci nel presente e nelle numerose implicazioni che il blocco delle attività sociali e economiche può significare per la tenuta del settore culturale, ci piacerebbe approfittare delle sue conoscenze per una breve “passeggiata” tra le meraviglie dei siti archeologici, chiedendole di raccontarci brevemente la storia del Parco, cosa racchiude il suo ampio territorio e le ragioni della sua istituzione.

 

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica è nato, a seguito delle lunghe battaglie per la tutela del patrimonio culturale italiano condotte da importanti intellettuali e studiosi nell’arco del secolo scorso, con il compito di salvaguardare un vasto territorio altamente complesso e denso di valori.

È un grande onore e una grande sfida dirigere un’istituzione giovane a tutela di un patrimonio antichissimo e di un paesaggio unico al mondo ma è soprattutto un impegnativo compito raccogliere l’eredità di chi si è battuto negli anni per la salvaguardia della Via Appia. Il pensiero va ovviamente ad Antonio Cederna, Italo Insolera e Vittoria Calzolari, pionieri e paladini della tutela del grande museo a cielo aperto della Regina Viarum.

Il territorio del Parco è caratterizzato dalla presenza di aree di scavo, restauri e allestimenti di luoghi di inestimabile valore come il mausoleo di Cecilia Metella, il complesso di Capo di Bove, la Villa dei Quintili e i tanti monumenti disseminati lungo l’antica strada, che l’architetto Luigi Canina a metà dell’Ottocento restaurò e sistemò come museo a cielo aperto.

Il territorio del Parco costituisce inoltre una significativa porzione del paesaggio residuo della Campagna Romana, immaginata dagli anni Venti del Novecento dagli architetti Marcello Piacentini e Gustavo Giovannoni come un grande cuneo verde che penetra fino al centro della città.

Giornale-di-storia-Call-for-reactions-Storia-e-Storie-al-tempo-del-Coronavirus-Intervista-a-Simone-Quilici-direttore-del-parco-archeologico-Appia-Antica
ll casale di Santa Maria Nova in una fotografia storica (Archivio PAAA, fine Ottocento – inizi Novecento).

 

Molti dei monumenti all’interno del Parco costituiscono meta di visita da parte di turisti stranieri, ma, data la sua estensione e le potenzialità, quali sono invece le iniziative volte a incentivare l’afflusso giornaliero dei visitatori romani?

 

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica ha un aspetto fortemente suburbano costituito da numerose ville con giardino ma anche da ampie superfici agricole e naturali. Per queste sue caratteristiche il Parco, oltre ad essere quell’immenso museo a cielo aperto cui ho accennato, rappresenta una grande risorsa per lo svago, il tempo libero e lo sport dei cittadini non solo di Roma ma anche di Ciampino e Marino e più in generale degli abitanti dell’area dei Castelli Romani.

Per attirare il pubblico è di vitale importanza l’organizzazione di eventi espositivi e musicali, come le mostre fotografiche presso il Casale di S. Maria Nova e il Festival estivo Dal Tramonto all’Appia. Analizzando i flussi degli ultimi anni abbiamo notato che i picchi di visita all’Appia Antica si registrano nel corso delle domeniche gratuite e in occasione di grandi eventi promossi e comunicati in modo molto efficace dal Ministero come le Giornate Europee del Patrimonio a fine settembre. In occasione di questi due momenti abbiamo picchi dieci volte superiori alla media degli altri mesi. È la dimostrazione che con la comunicazione e l’organizzazione di eventi si può ottenere molto.

Per incoraggiare a vivere ed esplorare il nostro Parco è stata inoltre realizzata ItinerAppia, una app che propone agli utenti e ai cittadini un’ampia selezione di itinerari orientati alla scoperta dei tanti siti di interesse archeologico, culturale, ambientale o storico.

È inoltre prioritario migliorare i collegamenti tra i quartieri circostanti e il Parco e i servizi al pubblico nei siti, anche in funzione dei numerosi visitatori che percorrono la strada e che attualmente sono privi di punti di sosta e ristoro. Così come è di vitale importanza intervenire sul fronte dell’accessibilità con l’abbattimento delle barriere architettoniche e l’installazione di dispositivi per gli altri tipi di disabilità sensoria e cognitiva affinché i siti siano più facilmente fruibili dal pubblico.

 

Al giorno d’oggi quali sono le competenze del Parco e cosa significa in termini di possibilità e potenzialità il travagliato e spesso contestato riconoscimento della autonomia speciale?

Quali sono i vantaggi di questa riforma?

 

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica è stato istituito nell’ambito della riforma del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo nel 2016 come istituto di livello nazionale dotato di speciale autonomia. Svolge un duplice ruolo: tutelare e valorizzare il patrimonio della Via Appia, unendo insieme le competenze di una soprintendenza unica con quelle di un museo. Il che richiede un grande sforzo di coordinamento tra le istanze della tutela archeologica, architettonica, paesaggistica ed artistica ma allo stesso tempo garantisce o per lo meno tende a raggiungere un equilibrio interno tra esigenze di tutela e valorizzazione.

La grande difficoltà insita nella condizione di istituto autonomo è legata all’obiettivo di una maggiore sostenibilità finanziaria. Ad oggi questa autonomia non può essere perseguita esclusivamente con l’incremento degli introiti dei biglietti, anche perché i visitatori del Parco sono appena sessantamila all’anno. Abbiamo pochi visitatori paganti perché la forza dell’Appia non sono solo i siti ma è la strada e il suo contesto, unico al mondo e liberamente accessibile. Se contassimo i passaggi delle persone sulla via potremmo tranquillamente stare al pari non certo del Colosseo ma degli altri siti di Roma.

L’Appia però soffre della sua posizione periferica rispetto ai circuiti turistici classici di Roma che si concentrano in pochi luoghi. Nel giro di poche centinaia di metri dall’Appia sorgono il Colosseo, che conta circa sette milioni di visitatori all’anno, e le Terme di Caracalla che sono di competenza della Soprintendenza Speciale di Roma con circa trecentomila turisti. Man mano che ci si allontana dal centro si verifica un crollo verticale dei flussi turistici.

Fino alla creazione del Parco esisteva un biglietto integrato che univa i siti lungo l’Appia: le Terme di Caracalla, il Mausoleo di Cecilia Metella e la Villa dei Quintili. Successivamente è stato predisposto un biglietto integrato per i soli siti di Cecilia Metella e Villa dei Quintili ad un prezzo di cinque euro, inizialmente della durata di un giorno e successivamente esteso a due giorni, viste le difficoltà anche logistiche connesse al raggiungimento di entrambi i siti nella medesima giornata. D’intesa con il concessionario, per incentivare la fidelizzazione del pubblico, si è aggiunta la Mia Appia Card che al costo di 10 euro all’anno permette l’accesso illimitato a Cecilia Metella e alla Villa dei Quintili con i relativi eventi espositivi e musicali.

Per migliorare le nostre performance di bilancio bisognerebbe puntare anche su altre forme di ricavi come le sponsorizzazioni e le concessioni d’uso degli spazi. Ma come dicevo l’Appia è lontana dal centro di Roma e di conseguenza non è facile trovare interlocutori.

 

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Il Mausoleo di Cecilia Metella e il Castrum Caetani con la Chiesa di San Nicola in una fotografia storica (foto D. Anderson, da Archivio PAAA, fine Ottocento).

 

Il blocco delle attività di questo ultimo periodo ha e avrà nel futuro ricadute sulla stabilità del patrimonio artistico e culturale italiano: musei e siti archeologici chiusi, manifestazioni culturali rinviate sine die, città, borghi, esercenti, che fondano la loro attività sul turismo costretti a rinunciare alla fonte principiale di guadagno…

In tutto questo il Parco come ha reagito alle disposizioni emanate dal Governo per l’emergenza?

 

La situazione è drammatica per la società e l’economia. Noi stessi abbiamo dovuto sospendere molti cantieri che sono ora in fase di riavvio. Abbiamo inoltre seguito le indicazioni governative chiudendo i siti al pubblico e siamo stati tra i primi istituti a ricorrere al lavoro agile in modo integrale. Allo stesso tempo abbiamo garantito il presidio dei siti attraverso la turnazione a ranghi ridotti del personale di vigilanza.

 

Con il proposito per cui “la cultura non si ferma” molti istituti e musei si sono organizzati in maniera alternativa con visite virtuali a collezioni e monumenti, il Parco si è mosso con iniziative analoghe?

 

L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ha portato all’improvvisa chiusura a partire dall’8 marzo. È stato uno shock per tutti. Il 21 marzo abbiamo ricordato l’arrivo della Primavera con un post su Facebook che esprimeva il trauma che come tutti stavamo vivendo: «Avremmo voluto celebrare l’arrivo della Primavera in modo diverso. Anche il gatto del Mausoleo di Cecilia Metella sembra rattristato e incredulo. Teniamo duro, torneremo ad affollare i nostri monumenti, i musei, le aree archeologiche e a godere del nostro Patrimonio».

Da allora abbiamo iniziato a potenziare l’offerta digitale immettendo nuovi contenuti sul sito istituzionale e sui nostri canali social: Facebook, Instagram, YouTube, Twitter. Sono state avviate nuove rubriche coinvolgendo tutto il personale, funzionari e assistenti, per mantenere vivo il contatto con i nostri pubblici e proseguire nell’attività di promozione del nostro ricco patrimonio culturale. Io stesso ho prodotto qualche video “casalingo” che è stato lanciato in occasione di alcune date significative come Pasqua o il 25 aprile. Penso sia un modo per essere vicini ai nostri visitatori in un momento così critico. L’Ufficio Comunicazione del Parco tiene costantemente monitorati gli insights dei nostri canali e mi conferma che stiamo lavorando bene.

Con i video vocidallappia, caricati sul canale YouTube e sulla pagina Facebook, i diversi funzionari responsabili dei siti, archeologi e architetti, si sono messi in gioco realizzando da casa e con il materiale che avevano a disposizione brevi filmati in cui monumenti e aree archeologiche sono raccontate attraverso le loro stesse voci.

Un appuntamento molto apprezzato e condiviso su Facebook è Ilvincolodelgiorno, promosso dall’Ufficio Vincoli del Parco Archeologico. La rubrica ricorda, nel giorno in cui furono emessi, i decreti di vincolo emanati nel corso degli anni per tutelare le aree e i beni archeologici riproponendo foto d’epoca, documenti d’archivio, tutti materiali di grande interesse.

Nel lockdown abbiamo iniziato anche noi ad aprire le scatole di fotografie e a sfogliare vecchi album. Su Instagram, ogni mercoledì, Appiaportrait propone un post con una riflessione su una fotografia, attingendo spesso a immagini storiche grazie anche all’avvio di una collaborazione con l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione della quale sono particolarmente soddisfatto. La cooperazione con l’Aerofototeca Nazionale ha permesso anche di pubblicare, all’interno del sito web del Parco, una nuova pagina Appia Juxtapose nella quale pubblichiamo foto storiche del 1944 in sovrapposizione alle immagini di Google Map del 2018. Una barra centrale permette di scorrere sulle immagini giustapposte compiendo un salto temporale di quasi ottanta anni con un immediato ed efficace riscontro delle trasformazioni del territorio.

Sta riscuotendo un grande interesse anche l’appuntamento del giovedì: Cineappia, nel quale proponiamo spezzoni di film ambientati all’interno del Parco dell’Appia Antica con informazioni e notizie sui luoghi e sui monumenti che si intravedono e che fanno da scenografia. I brani sono caricati su YouTube in una playlist che viene costantemente arricchita.

Con la rubrica Storiedellarte sono invece le opere prodotte nel corso dei secoli a raccontarci le molte vite della Via Appia e della Campagna a Sud di Roma in età moderna e contemporanea: da Shelley ritratto nella maestosa cornice delle Terme di Caracalla, con la pianura attraversata dalla Via Appia e i Colli Albani sullo sfondo, al ritratto di Gavin Hamilton che condusse scavi nell’area della Villa dei Quintili e della Villa dei Sette Bassi.

Con Dietrolequinte, ogni domenica, vogliamo invece far conoscere da vicino il lavoro di chi protegge il nostro immenso patrimonio dalle minacce del tempo: la cura dei mosaici e delle strutture richiedono un controllo continuo e periodici interventi manutentivi che raccontiamo accompagnando i visitatori “dietro le quinte” degli interventi di restauro e manutenzione.

Anche l’attività del Servizio Educativo del Parco è proseguita sui social con la rubrica Il giro dell’Appia in 10 quiz che propone il sabato mattina attività per bambini, famiglie e chiunque desideri trascorrere del tempo in compagnia del Parco. I giochi, che hanno come protagonisti gli straordinari siti del Parco, oltre naturalmente la stessa Via Appia, sono di vario tipo: dai “siti intrecciati” e dal “labirinto di Cecilia Metella” a cruciverba, puzzle, rebus e “trova le differenze”. Con i musei e le scuole “aperti a distanza” è un modo per rimanere vicino a chi frequenta o conosce i tesori del Parco e avvicinare chi invece non ha ancora avuto modo di visitarli.

 

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Spighe di grano trai ruderi della Villa dei Quintili, prima degli scavi e dei restauri (Archivio Cederna)

In un contesto paesaggistico del genere, dove il contatto con la natura è parte integrante del percorso culturale e archeologico, ha senso parlare di realtà virtuale? Qual è il suo parere in proposito?

 

Non c’è dubbio che la realtà virtuale alla lunga non può essere sostitutiva dell’esperienza diretta. Però abbiamo immaginato il periodo di clausura forzata come un momento utile per la conoscenza dei luoghi, sia che si tratti di nuova scoperta o di approfondimento di cose già note, e per la pianificazione di visite in un futuro speriamo prossimo. Bisogna però essere chiari: non sarà semplice organizzare la riapertura dei siti che dovrà necessariamente essere progressiva. Dobbiamo ripensare i percorsi, l’offerta delle attività culturali mirate in particolar modo alle famiglie e le modalità di bigliettazione. Stiamo lavorando con il massimo impegno per organizzare le necessarie sanificazioni e i protocolli di sicurezza per i visitatori e il personale.

 

Il blocco, al di là dei problemi indicati sopra, avrà avuto ricadute pesanti anche sulla gestione del lavoro e sulla amministrazione quotidiana dell’istituto.

Quali sono le misure che avete preso rispetto alle richieste di flessibilità e di agilità delle attività lavorative oggi oltremodo necessarie? Esiste in tal senso una direttiva comune promossa dal MiBACT che investe l’intera struttura organizzativa e i vari comparti del Ministero? Ritiene che la soluzione del lavoro a distanza possa estendersi anche alla formazione e all’aggiornamento dei funzionari e dipendenti?

 

In base a specifiche circolari del Segretariato Generale del MiBACT e alle indicazioni della nostra Direzione Generale Musei, il lavoro agile è stato esteso anche al personale di vigilanza, finalizzandolo ad attività di formazione.

 

La speranza è che tali misure di lavoro e di formazione a distanza, attuate per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori e tamponare le oggettive difficoltà imposte dal distanziamento sociale, possano continuare ad essere utilizzate una volta finita l’emergenza.

Potrebbe essere il lascito positivo di questo momento così particolare e il sorgere di una nuova consapevolezza. Ci può dare un suo parere? Ad oggi riesce a immaginare uno scenario post epidemia proiettato in questa direzione?

 

In questi due mesi di lavoro agile ho potuto toccare con mano l’ormai noto fenomeno dell’aumento della produttività. Per certi versi, dopo una prima fase di assestamento, il lavoro amministrativo tende ad assomigliare ad una catena di montaggio.

Immagino che la pubblica amministrazione rimarrà a lungo in questa modalità, anche per dare la precedenza al riavvio delle realtà economiche. Condivido appieno questo indirizzo perché le ricadute positive del lavoro agile sono molteplici: dal risparmio del tempo impiegato negli spostamenti da casa al luogo di lavoro alla diminuzione del traffico automobilistico e di conseguenza dell’inquinamento.

Bisognerà tuttavia porre molta attenzione al rischio di invasione della sfera lavorativa in quella della vita privata soprattutto in termini di rispetto e netta distinzione dei due ambiti nell’arco della giornata. Il lavoro a distanza inoltre non facilita quel continuo scambio di informazioni e opinioni che può avvenire in uno spazio comune e che è alla base di un progressivo miglioramento delle “performance”. Le video-conferenze per fortuna ci sono molto d’aiuto.

Bisogna sottolineare infine che l’attività tecnica legata alla manutenzione e al restauro dei monumenti è difficilmente conciliabile con il lavoro agile a meno che non si programmino sopralluoghi periodici sul territorio. Questo è l’indirizzo che ci siamo dati per la “fase 2” dell’emergenza Covid.

 

Sembra che questa esperienza della vulnerabilità dell’umanità (non imputabile ad altri viventi, pipistrelli a parte) ci metta di fronte, senza scuse, alla necessità e alle forme del prendersi cura dell’ambiente (naturale e antropizzato e del patrimonio culturale e paesaggistico) in cui viviamo.

Sono di questo periodo le belle foto degli animali che si muovono liberi per il Parco della Caffarella, senza la presenza ingombrante e minacciosa dell’uomo.

Insomma il Parco vuoto “vive”, ma in generale la natura sembra vivere meglio senza la presenza umana i cui sforzi e interventi di conservazione sono tutti intesi a limitare i danni che proprio l’attività umana determina.

Qui sta il paradosso di questo delicato momento storico.

Vorremmo concludere pertanto con una domanda personale – ma che può essere anche una riflessione collettiva – come colloca questa esperienza nella sua concezione di gestione del patrimonio culturale e naturalistico? Quanto stiamo vivendo potrà suscitare una sensibilità nuova e determinare una consapevolezza diversa nel definire la ragion d’essere, e di conseguenza l’organizzazione, dell’ente che dirige?

 

Come Parco archeologico potremmo essere tra i primi a riaprire. Abbiamo molte vaste aree all’aperto e immaginiamo che le famiglie desiderino uscire per svagarsi coniugando natura e godimento del patrimonio culturale. D’altronde i mesi primaverili sono i più belli dell’anno nei nostri siti. Nel corso dei sopralluoghi di questi giorni, preliminari allo sfalcio del verde in vista della riapertura, ho visto una natura prorompente. La Villa dei Quintili è un fiorire di papaveri e margherite; pecore indisturbate per settimane si aggirano con i loro piccoli appena nati lungo la Regina delle strade.

In realtà le immagini che durante i giorni di quarantena ci hanno mostrato gli animali muoversi liberamente e riappropriarsi dei loro habitat, senza la presenza ingombrante e minacciosa dell’uomo, stanno ad indicare il fatto che siamo stati proprio noi umani ad invadere il loro territorio. È purtroppo certo che, quando torneremo alla nostra quotidianità, noi tutti allontaneremo di nuovo gli animali dai loro spazi vitali senza rendercene nemmeno conto. È per questo motivo che dovremo imparare a vivere e a muoverci in modo meno impattante e a rispettare di più la natura.

In questo senso potrà essere molto utile il progetto del Cammino dell’Appia da Roma a Brindisi su cui stiamo lavorando insieme al MiBACT sulla scia del bel libro di Paolo Rumiz di qualche anno fa (Appia, Feltrinelli, 2016). Pochi giorni prima della chiusura al pubblico abbiamo inaugurato la bella mostra L’Appia ritrovata al Casale di Santa Maria Nova, accanto alla Villa dei Quintili, che illustra il viaggio di Rumiz e i suoi compagni di avventura. Sicuramente i cammini possono porre le basi per una nuova ecologia della cultura e del turismo ma aggiungerei anche del vivere in generale.

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Pecore al pascolo presso il Ninfeo della Villa dei Quintili (Archivio Cederna)