Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

Vivere nella fortezza.

Intervista a Ludovica Andò sul tempo, lo spazio, le soglie e sul fare teatro in carcere

di Benedetto Fassanelli

Ci vogliono un paio di tentativi per stabilire la connessione via Skype con Ludovica Andò, anche la rete sembra arrancare in queste settimane di videoconferenze, didattica a distanza, videochiamate e download compulsivi di tutto ciò che è scaricabile. Ironia della sorte, nell’era dell’interconnessione globale, un virus che ha fatto ormai il giro del mondo rende difficoltosa e a tratti distorta la comunicazione tra due persone che si trovano a qualche centinaio di metri l’una dall’altra.

Da oltre dieci anni, Ludovica, con la compagnia Ad-Dentro, porta il teatro negli istituti di reclusione di Civitavecchia e Latina, tenendo corsi e laboratori che diventano spettacoli (L’orda oliva, Fortezza, Il campo, Il figlio mio…). Alcuni di questi spettacoli riescono a varcare i cancelli del carcere e a conquistare il palco e il pubblico di teatri veri, senza sbarre. Uno, Fortezza, è diventato un film, diretto da Ludovica Andò e Emiliano Aiello, e ha portato le voci e i corpi dei detenuti-attori, o attori-detenuti, fin sugli schermi di importanti festival del cinema come quelli di Roma e di Rotterdam. Ed è inevitabile iniziare questa intervista sul fare teatro in carcere proprio da Fortezza, una rivisitazione del Deserto dei tartari di Dino Buzzati. In una delle prime scene, due ufficiali si incontrano fuori dalle mura del presidio militare. Sono un tenente appena giunto e un capitano da diciott’anni in servizio sulla frontiera. I due si parlano e il nuovo arrivato scopre così di essere stato assegnato a un avamposto su un tratto di frontiera considerato ormai «morto», a una fortezza «vecchissima», «completamente superata», che era già rimasta tagliata fuori dalle ultime guerre combattute. «Quindi la fortezza non è mai servita a nulla?» chiede il tenente, la curiosità e l’entusiasmo mutati in smarrimento di fronte a una prospettiva – passare la vita lontano da tutto – fino ad allora non contemplata.

La domanda – serve la fortezza? –  resta sospesa per tutto il tempo della messa in scena e, ancora, una volta accese le luci in sala. E riecheggia oggi, nelle stanze in cui scontiamo la nostra particolare quarantena.

 

La mia percezione dell’epidemia è strettamente legata al carcere: mentre fuori continuavamo a muoverci tranquillamente, a portare i bambini a scuola e ad avere una vita abbastanza normale, in carcere – in particolare in una sezione femminile dove lavoro – la paura si era già diffusa, esasperata dalle notizie trasmesse dalla tv che è il principale strumento di mediazione con l’esterno. Un giorno ho trovato le donne con cui faccio teatro parecchio spaventate e sono state loro le prime – e le sole – a chiedermi dove fossi stata nei quindici giorni precedenti. Ho vissuto una sorta di ribaltamento: ho provato la strana sensazione di venir percepita come possibile portatore di pericolo. In realtà, la tensione all’interno del carcere era dovuta al fatto che le detenute avevano cominciato a sentir parlare di limitazioni dei colloqui, in particolare c’era una donna che aveva il compagno di Reggio Emilia a cui avevano detto che non avrebbe potuto vederla. A me, invece, nessuno aveva chiesto nulla e questo le aveva fatte sollevare. Quando sono tornata, la volta dopo (con l’autocertificazione!), abbiamo lavorato sulla paura a partire da un monologo tratto da Sette minuti di Stefano Massini, in cui una donna straniera, un’operaia, si rivolge alle colleghe in un momento di tensione a causa di un possibile licenziamento. E questa donna a un certo punto dice «voi state cominciando a percepire solo adesso cosa sia la paura, mentre io, che ho sempre convissuto con la paura, so che cosa significa vivere pensando solo a come salvarti e so cosa significa essere disposta a tutto pur di salvarti». Dal mio punto di vista – quello del “fuori che entra dentro” – era come se fossero le detenute a rivolgersi a noi che stiamo fuori, perché la maggior parte delle persone che sono detenute sono cresciute in questa condizione di paura – la paura per la propria sopravvivenza, la paura dovuta alla vita in contesti difficili e anche alle guerre interne al carcere. La cosa che mi ha colpito è che una di loro ci ha raccontato che la sua più grande paura era di “morire fesso” che, in qualche modo, è esattamente quanto avviene con questo virus: si “muore fessi”, senza nessuno accanto, senza neanche il tempo di ragionare, di preparare la propria morte e i propri cari alla morte.

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Tenente

 

L’immaginario sul carcere – come avviene per certe “retoriche del lockdown” – è segnato dalla contrapposizione tra il tempo, dilatato nella sua immobilità, e lo spazio limitato entro cui la durata si consuma. Anche i personaggi di Fortezza fanno i conti con un tempo che incombe. Il capitano, nel monologo che apre lo spettacolo e il film, avverte tutti, e forse se stesso: «Non lo devi combattere il tempo, non è una guerra – ammazzare il tempo, rubare il tempo – non serve a niente. Col tempo ci devi convivere». Il nemico dunque non è né il tempo, né ciò che sta oltre i confini ostinatamente presidiati. Ciò che fa paura è

 

… fare i conti con se stessi. In carcere si ha la sensazione che proprio il presente, paradossalmente, venga rimosso. In carcere si parla al passato o al futuro, mai al presente, si parla di come era la vita prima e di come sarà dopo, i detenuti manifestano le loro proiezioni sul futuro, cosa faranno, cosa non faranno. Solo molto raramente si percepiscono al presente. La maggior parte di loro vive la detenzione come una sospensione del tempo. A pensarci, in questo periodo, mi prende una sorta di vertigine quando mi chiedo come facciano a vivere così sospesi: noi stiamo impazzendo dopo tre settimane mentre loro – che magari hanno davanti dieci anni – è come se, apparentemente, non considerassero questa parte della propria vita. Invece la grande intuizione di Marco – il detenuto, ora ex-detenuto, che ha scritto e interpretato il monologo del capitano sul tempo – è stata riconoscere che questo tempo così fermo, così vuoto, può diventare un’opportunità. Ed è esattamente quello che stiamo vivendo anche noi adesso: possiamo trasformare questa sospensione in un’opportunità?

La maggior parte delle persone che ho incontrato nella mia esperienza in carcere – certo limitata – non ha avuto possibilità di scelta, né opportunità lavorative o scolastiche, si tratta di persone che hanno alle spalle situazioni familiari complesse, segnate da povertà, esclusione e nessuna opportunità. Non si tratta di cercare giustificazioni, piuttosto di affermare che un carcere possibile dovrebbe essere un luogo di costruzione di opportunità, attraverso il lavoro psicologico, curando le gravi ferite emotive che spesso sono all’origine della reazione deviante. Percorsi scolastici, formativi, lavorativi e culturali possono permettere di scoprire le qualità di ciascuno. Questa scoperta di se stessi è la cosa più forte che avviene quando facciamo teatro: le persone si rendono conto di avere delle qualità che nessuno prima aveva dato loro il modo di vedere. Una fortezza vuota, senza senso, è chiaramente inutile sia al detenuto sia alla società, ma se nella fortezza questo tempo fermo viene utilizzato per la preparazione del futuro, allora può assumere un valore. Ovviamente gli istituti in cui ciò avviene sono pochissimi, però è proprio così che il carcere – se deve essere – dovrebbe essere. L’Istituto di Civitavecchia ha creato delle condizioni del genere e, non a caso, un lavoro come Fortezza è nato in un momento di grazia durante il quale erano state accresciute le attività educative, formative, le opportunità di lavoro e di supporto psicologico volte anche a ricreare i legami spesso interrotti tra i detenuti e le loro famiglie. Se, invece, nel presente della reclusione non si costruisce una prospettiva per il futuro, la paura del dopo diventa il vero nemico, tanto è vero che, spesso, i detenuti vivono con difficoltà l’approssimarsi dell’uscita dal carcere perché, dopo essere stati “appesi” così a lungo, è difficile fare i conti con la realtà del fuori, che non si può sapere come sia cambiata ma che sicuramente ha marciato ad un ritmo, a una velocità diversi. La recidiva, in molti casi, è dovuta proprio all’incapacità di riadattamento al contesto esterno: l’impossibilità di trovare una propria collocazione può spingere a commettere reati in maniera anche sfacciata, reati ridicoli palesemente commessi al momento dell’uscita. La mancanza di prospettive ha prodotto storie carcerarie iniziate al minorile e proseguite di detenzione in detenzione, in alcuni casi passando per gli opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari. In una fortezza vuota, l’istituzione – con le sue regole, i suoi ritmi, le sue dinamiche e i suoi codici – tende a spogliare la persona delle proprie responsabilità, trasformando l’individuo in “carcerato” e ciò, ovviamente, non può che incidere negativamente sulla capacità di pensarsi diversamente. D’altronde anche chi in carcere riesce a fare i conti con se stesso – e a cogliere le opportunità che il carcere talora offre – quando esce deve affrontare una realtà che non sembra riconoscere il percorso fatto “dentro”. La scorsa estate abbiamo intervistato uno degli attori di Fortezza, libero. Eravamo al mare e gli abbiamo fatto delle domande sulla diversa percezione che aveva dello spazio e del tempo. Lo vedevo abbronzato, in piena libertà e mi aspettavo un certo tipo di risposte, invece mi ha colpito quello che mi ha detto, cioè che il tempo lo gestiva meglio dentro: «Io lì dentro sono diventato un uomo». In carcere aveva avuto delle opportunità che fuori non ci sono: in carcere lavorava e ora non lavora più, studiava e adesso non studia più, faceva un percorso artistico che non fa più. Succede spesso che, quando i detenuti con cui lavoro escono in permesso, io sia una delle prime persone a cui telefonano, sebbene io sia anche l’unica persona che loro potranno rivedere subito, una volta rientrati: ho sempre avuto la sensazione che, telefonandomi, è come se mi chiedessero di ricordargli che nel momento in cui escono sono gli stessi che sono dentro, come se sentissero che il loro percorso di trasformazione interiore non possa venire riconosciuto – in famiglia, o in altri contesti difficili o devianti – perché incompatibile con la loro vita di prima. Nei rari casi in cui il carcere riesce in qualche modo ad offrire opportunità – rarissimi casi, però ci sono – il bagaglio che chi esce si porta fuori può diventare anch’esso un problema da gestire, un peso difficile da sostenere.

 

 

Fortezza racconta, attraverso le voci dei suoi protagonisti, una condizione universale e al contempo riservata e nascosta, il confronto dell’individuo con se stesso in un tempo e in uno spazio esasperati dall’attesa di qualcosa. Com’è stata l’attività di riscrittura e quanto il teatro riesce a rompere la solitudine e l’attesa che, in carcere, è, insieme, segregazione e promiscuità? Questo lavoro – scrivere e recitare – può essere uno strumento di ricerca o di costruzione di una fortezza interiore indispensabile a vivere il tempo piuttosto che a volerlo ammazzare, o ingannare?

 

Ogni volta che si comincia a lavorare con un gruppo nuovo ti trovi di fronte a un’incognita. L’anno di Fortezza il gruppo era particolarmente stimolante anche dal punto di vista della scrittura, ricordo che, all’inizio, portai una poesia di Montale proponendogli di riscrivere qualcosa e venni sommersa da una valanga di testi, bellissimi – e che in questi giorni di clausura sono tornati fuori insieme alle varie stesure di Fortezza. Stavo cercando un testo su cui lavorare e Emiliano [Aiello] mi ha suggerito di fare il Deserto dei tartari. Io ho pensato che fosse una follia. Allo stesso tempo, però, era talmente corrispondente con la loro vita, c’erano talmente tante risonanze, che mi sono detta: bah, vediamo. Così ho portato, senza dire loro di cosa si trattasse, due scene diverse, una da Koltès – contesto portuale, sud della Francia, roba di bassifondi – l’altra dal Deserto dei tartari. Tutti hanno scelto Buzzati e, la volta dopo, si sono presentati addirittura con dei manufatti, ad esempio un cannocchiale fatto con i rotolini della carta igienica, un chiaro segno di appropriazione del testo! Così abbiamo cominciato a lavorare sui temi, principalmente su tempo, spazio e abitudine (e sul sogno, anche se questa parte non è poi entrata nello spettacolo né nel film) e sono venute fuori tantissime cose: il monologo iniziale del capitano è frutto di questa prima discussione sui temi. Per il mio modo di procedere, il risultato artistico finale è sempre secondario, anche se è importante perché nutre il lavoro. Ciò che per me è e resta sempre fondamentale è il beneficio che l’attività può portare nella persona e, chiaramente, la prima cosa su cui si lavora è il gruppo, perché se non costruisci il gruppo non puoi fare assolutamente nulla. La prima fase, dunque, è sempre dedicata a creare un clima di fiducia, di scambio, affinché le persone possano sentire la tranquillità necessaria per condividere contenuti personali. Negli anni ho imparato a mettere delle condizioni molto rigide alla partecipazione, che ovviamente è aperta: viene richiesta fin da subito puntualità e impegno, perché quando non c’è lo stesso tipo di coinvolgimento non si creano le condizioni per aprirsi, le persone continuano a non fidarsi. Si deve riuscire a stabilire una sorta di zona neutra, creare un luogo a parte rispetto alle dinamiche del carcere: al laboratorio succede che partecipino persone che all’interno dell’istituto non si rivolgono mai la parola o che sono in lite tra loro.

L’altra cosa che per me è fondamentale è l’utilizzo dei classici o comunque di un testo forte. Non amo il lavoro sull’autobiografia, che sarebbe comunque molto interessante, perché rischia di riprodurre sempre lo stesso immaginario di se stessi, invece il portare i propri vissuti all’interno di un’altra storia protegge l’esposizione dei contenuti personali e, allo stesso tempo, costringe a fare un passo in più, a mettersi in altri panni e quindi a provare ad immaginarsi in un’altra maniera. Nel caso della Fortezza la cosa enorme, ovviamente, è stata il fatto di indossare una divisa che, chiaramente, non è stata una cosa così automatica e forse non ci avevo neanche riflettuto abbastanza prima di proporlo. Inizialmente c’è stata una certa resistenza: essere l’altro, essere quello che porta la divisa, era difficile perché si scontrava con i codici del carcere secondo cui tu o sei una cosa o sei l’altra e vedere, nel testo, che anche gli uomini con la divisa potevano provare le stesse identiche cose che provavano loro, come detenuti, è stato un passo importante. C’è un ragazzo che mi ricorda sempre che, per lo spettacolo, per l’importanza che aveva per lui quello che stavamo facendo, non solamente aveva indossato una divisa ma l’aveva indossata addirittura bagnata (per colpa mia che l’avevo dimenticata sotto la pioggia)!

 

 

L’esperienza del film, invece, come è stata?

 

Credo che inizialmente sia stato più difficile per me che per loro, nel senso che per loro il passaggio è stato molto naturale, in continuità con quanto avevamo fatto. Ma il lavoro era diverso, io stavo lavorando in un’altra maniera. Nel percorso teatrale – che era fondamentalmente incentrato sulla persona e il gruppo – Emiliano Aiello aveva visto un potenziale artistico che nel film diventava primario.

Il cinema è diverso, è molto meno “umano” rispetto al teatro. Questa cosa si è manifestata compiutamente quando i protagonisti del film sono venuti – alcuni da liberi, altri in semi libertà, altri con la scorta – a Roma per la presentazione al Festival del Cinema. Quando avevamo portato “fuori” lo spettacolo, loro erano sul palco ed erano altro da sé ed erano un gruppo. Alla proiezione del film ho avuto la percezione di “esporre dei detenuti”, perché col cinema salta la dimensione del gruppo, nel cinema pesa più l’individuo e anche un po’ di protagonismo, non si è parte contemporaneamente della stessa cosa. Alla proiezione a Roma uno degli attori, ormai ex-detenuto, ha visto che era saltata una scena e è andato su tutte le furie perché ha sentito che era saltato il patto di fiducia e si è sentito tradito. In realtà c’era stato un problema tecnico con una scena che non poteva funzionare: era impossibile da montare, oltre che venuta male, e non avevamo potuto rifarla perché nel frattempo uno degli attori era uscito. Nel cinema c’è un discorso tecnico che è molto disumano rispetto al teatro che rimane sempre profondamente umano, almeno se fatto in un certo modo. Io non taglierei mai una scena in teatro solo perché non funziona particolarmente bene, cercherei di trasformarla. Nel cinema è diverso, avevo chiarito che fare un film era un’altra cosa, però per loro tutto quello che ci avevano messo aveva lo stesso valore.

 

 

Anche alla luce di questa attenzione all’umano – che allena a guardare da sopra le cornici che delimitano ciò che si ritiene consueto, ovvio, o stabilito – cosa significa, per te che attraversi quotidianamente la soglia tra il dentro e il fuori del carcere, questo rinchiuderci, ora, nelle nostre case, in certo modo trasformate in piccole fortezze?

 

Ho vissuto con grande disagio le prime settimane di questa che molti chiamano prigionia o reclusione e mi mancava il carcere e questa era una cosa di cui veramente mi vergognavo, perché chi sta dentro, soprattutto in questo momento, vive una situazione pesantissima. Quello che faccio in carcere è un lavoro di relazione, di contatto. Quando entri in carcere i detenuti ti danno sempre la mano, tutti: hanno bisogno di darti la mano perché hanno bisogno del contatto fisico e gli esterni sono gli unici con cui possono averlo. Dopo la chiusura mi domandavo se non avessi fino ad allora affrontato con troppa leggerezza il fatto di entrare e uscire dal carcere, ogni giorno. D’altronde forse è proprio la leggerezza a permettermi di lavorarci da dieci anni serenamente, senza essere sopraffatta e relazionandomi con i detenuti non in quanto detenuti ma in quanto persone che stanno vivendo la detenzione e che con me stanno facendo una lezione. Certo, la dimensione del carcere emerge, talvolta con violenza, in particolare con le donne, ma quando lavori il carcere è messo tra parentesi.

L’altra cosa che mi sembra inaccettabile è, come ho detto, il fatto che il carcere non porti chi lo vive ad escludere la possibilità di tornarci: penso che ciascuno di noi oggi farebbe di tutto per evitare di rivivere questa situazione, questo stare chiusi. Il carcere non permette a chi è recluso di dire «non lo farò mai più perché non voglio rivivere questa esperienza». La quarantena mi ha fatto riflettere ancora di più sulla mancanza di alternativa, sulla mancanza di possibilità che li porta ad essere lì.

E, ovviamente, c’è la preoccupazione per quello che stava succedendo nei vari istituti, compresa Civitavecchia anche se, guarda caso, là non c’è stata alcuna rivolta perché, evidentemente, le persone sono riuscite a manifestare in altre forme la propria preoccupazione rispetto ai diritti alla salute e all’affettività, a dimostrazione che, probabilmente, un “carcere possibile” rimane “possibile” anche nell’emergenza.

Spero di non trovare più nessuno del gruppo del teatro al mio ritorno, perché dovrebbero essere tutti usciti con misure alternative. La scarcerazione in emergenza non è sempre facile, molti non hanno nemmeno una casa. In ogni caso, anche se il rischio è quello di buttare fuori della gente che si prenderà subito una denuncia, o che rischierà di ammalarsi perché non ci sono strutture d’accoglienza idonee all’emergenza, la possibilità di morire è alta anche in carcere e l’unica possibilità per gestire questa situazione, dentro, è far uscire quanta più gente possibile.

 

La foto all’interno dell’articolo e il trailer del film Fortezza sotto sono stati gentilmente concessi dagli autori Ludovica Andò e Emiliano Aiello.