Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

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Riflessioni sulla peste tra storia globale e microstoria

di Paolo Luca Bernardini

 

Sto trascorrendo la mia personale, solitaria quarantena nel piccolo paese di Moneglia, estremo lembo orientale della provincia di Genova, feudo un tempo della Repubblica, amena località ora deserta, o quasi. Come ogni tempo di sospensione, questo è (anche) tempo di riflessione, non tanto sul mestiere dello storico, quanto, per quel che mi riguarda, qui e ora, sulla storia della malattia: non tanto poi su questo virus – sul quale non ho gli strumenti tecnici per parlare – quanto sul rapporto tra malattie e storia dell’umanità. Una tematica gigantesca, e un campo di applicazione privilegiato – per ovvi motivi – per la storia globale.

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Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus – Moneglia (foto di Paolo Luca Bernardini)

Più modestamente, le mie riflessioni partono da congiunture spazio-temporali maggiormente circoscritte; ad esempio, dalla considerazione che la preghiera medievale “A fame peste et bello libera nos Domine!”, non solo esibiva una riconosciuta gerarchia dei disastri, a partire dal più frequente, la carestia (e per esteso: la carenza di cibo), per passare a quello non meno frequente, l’epidemia (“pestis” aveva un significato generale, che comprendeva molte altre malattie, il tifo ad esempio, che non erano propriamente la bubbonica e la polmonare, ovvero le due “pesti” vere e proprie), e per finire con la guerra. E anche in questo caso, credo – ma potrei sbagliarmi – che il concetto sia in qualche modo flessibile, comprenda, ad esempio le “faide” (che proprio per la Liguria di antico regime ha studiato l’amico Osvaldo Raggio, che trascorre immagino la sua quarantena a pochi chilometri a ponente da me, sulla medesima riviera, sopra Zoagli, se non ricordo male nella bucolica Semorile, frazione minima ma nobilitata dalla mirabile chiesa barocca dedicata al Battista); e in generale ricomprenda quel concetto antropologicamente fondamentale (che gli storici dovrebbero studiare meglio) di “inimicizia”: in inglese “crossness”; in sardo (lo dico in modesto omaggio per la mia nuova collega insubre Maria Paola Bissiri, linguista) “disamistade” (campidanese, o logudorese, non saprei dire) – titolo tra l’altro del film d’esordio del regista Gianfranco Cabiddu, del 1988; concetto citato (per rimanere in Liguria: a pochi chilometri da me e poco oltre il rifugio di Osvaldo ha casa la figlia di De Andrè, Luvi, a Leivi, sopra Chiavari) da Fabrizio De Andrè, in una canzone del ciclo “sardo” tra le più belle e meno note. Concetto fondamentale perché sulla “crossness” tra irlandesi e inglesi, ma anche all’interno degli irlandesi stessi, divisi in gruppi e clan – quel filosofo e storico geniale che fu Mario M. Rossi (1895-1972) (di cui sto promuovendo col mio gruppo insubre di ricerca la riscoperta, e di cui Laura Orsi sta per pubblicare l’inedita autobiografia), vide l’origine sia dell’indipendenza irlandese, sia soprattutto del (troppo) lungo cammino per ottenerla (con contorno, peraltro, di guerra civile, una volta ottenuta). La “crossness” ritarda le indipendenze, anche, credo, quella della Scozia e della Catalogna. Tra gli altri infiniti danni che provoca, anche e proprio in tempo di pestilenza.

In ogni caso, per comprendere il peso dei tre cavalieri – manca il quarto, ma il quarto è tradizionalmente la Morte, il frutto dei primi tre, il “cavalieri pallido” – nella storia, si può elucubrare e speculare di storia globale, cosa peraltro legittima (di cui parlerò qui); ma anche riflettere sul nome stesso del paese in cui mi trovo ora, Moneglia, tornando sanamente a gravitare nel “locale”. La sua etimologia sembra riferirsi al “monile”, data la sua bellezza. Ma non mi ha mai convinto, questa etimologia, che pare invece quella accettata. Più verisimile l’origine da “moenia”.

Ma quali mura? Le mura naturali della Liguria, i monti e il mare, che la separano dalla provincia di La Spezia, ma in particolare da Deiva (il monte Nicolao), e dal genovesato: Riva, e Sestri Levante, ove dominavano i Doria (e qui non posso che ricordare che un altro mio Maestro, nell’ateneo genovese, Edoardo Grendi, che ai Doria dedicò uno dei suoi ultimi libri). Inoltre, pare che la frazione in cui in effetti mi trovo, Lemeglio, prendesse il nome dal semplice “è meglio…”; mentre ancor più verso i monti si trova “Comeglio”: “…ancor meglio!”. Ma perché? Perché lontano dal mare, portatore di saraceni; ma anche, inevitabilmente, di peste. E infatti i saraceni pare che avessero raggiunto l’abitato di Lemeglio verso l’anno mille, rapendo le fanciulle e uccidendo tutti o quasi gli abitanti. E allora dove fuggire? Verso i monti…Ancor meglio di Lemeglio, Comeglio: ove evidentemente i saraceni, e magari neanche la peste, potevano arrivare. A Lemeglio la dolce chiesetta dell’Assunta, nel suo romanico classicamente ligure, il bianco del marmo che s’alterna col nero dell’ardesia, come nella tastiera di un pianoforte, sembra ancora vigilare sul mare – un mare, in questi giorni, splendidamente, terribilmente deserto – con parroci solerti a suonar le campane caso mai s’avvicinassero i saraceni, untori, e rapitori, naturalmente. Dunque se la lontananza dal mare è garanzia di salute, la malattia sembra essere legata al mare – portatore di ricchezza, per eccellenza, e da sempre, ma anche di pericolo (tanto che in genovese, lo ricordano in molti, “ma”, mare, vuol dire anche male, si pronuncia e scrive allo stesso modo) (e qui di nuovo entriamo nei territori ricchissimi e fomite di sempre nuove ispirazioni, ed emozioni affatto antiche, anche, di “Faber”, De Andrè). Ed ecco dunque che dal mio terrazzo che guarda la Corsica – che solo una volta mi è stato dato di vedere, tanti anni fa – getto oltre, molto oltre, lo sguardo: e solo con la fantasia salto nell’Egeo, e mi fermo ad Atene. Dov’altro?

Non che la peste d’Atene sia la prima pestilenza d’Occidente, o la prima peste mediterranea. Omero la ricorda nel Proemio dell’Iliade, insieme all’ira funesta di Achille, e pari alla prima per sciagure procurate: Apollo, “irato col re/mala peste fe’ nascer nel campo, la gente moriva /perché Crise l’Atride trattò malamente,/il sacerdote…” Ma vedi anche Esiodo (vv. 243ss), “limòn homoû kaì loimón”, la peste e la fame…

L’aver avuto, tuttavia, la pestilenza ateniese, due cantori come Tucidide e Lucrezio la rende degna di una ancorché breve, ma quasi doverosa, direi inevitabile riflessione, assai più di quella omerica o esiodeo. Innanzi tutto giova sempre ritornare ai Classici – perché la grandezza dell’Occidente sta in loro, prima che in altro, in un non ben chiarito “altro”. E a Tucidide prima che a Lucrezio, per tanti aspetti. Rileggendo il testo nella traduzione di Giuseppe Rosati (Scrittori di Grecia. Il periodo attico, Sansoni, 1972), si nota la straordinaria modernità di Tucidide: non solo tratteggia il morbo nelle sue caratteristiche epidemiologiche – forse non una peste, ma una forma di influenza con tratti di colera, ad esempio, un morbo molto particolare – ma mostra come il mondo si sia alterato (la peste, come quella manzoniana del 1630, come molte altre, è accompagnata dalla guerra e portata dalle truppe); e la prima cosa che il protostorico (e quasi protomedico) nota è proprio – nel 430 a.C. come ora – che i primi a morire sono i medici: si avvicinano ai malati, per compiere il loro lavoro. Sia detto tra ideale parentesi: Tucidide è contemporaneo perfetto di Ippocrate, entrambi vedono la luce nel 460. E nota il “disordine” in cui “avviene la strage”: il sovvertimento sociale di ogni strage, dalle prima (per peste, vera o presunta) fino alle ultime, studiate egregiamente per Venezia da tanti (Paolo Ulvioni, ad esempio); per Reggio Calabria da Giuseppe Restifo, caposcuola, e poi con risultati ottimi, per quel che riguarda il mondo meridionale, da altri (Alberto Tanturri; Ida Maria Fusco [soprattutto]; e Daniele Palermo).

Il racconto di Tucidide è straordinario anche perché tiene conto di tutti gli aspetti del morbo, dei suoi effetti sulla natura, sulla società, sulla religione. E della psicologia umana: quella ricerca di godimento immediato, sensuale, quel cercare di “cogliere l’attimo”, finché si può (che poi diverrà caratteristico di un epicureismo tragicamente gaudente come non fu quello di Lucrezio). La peste come “punizione” ha qualcosa di grandioso, in un contesto pre-cristiano. Lucrezio tre secoli dopo trasforma la peste in un dramma del tutto individuale: nei versi che chiudono (per caso, forse) il De rerum natura, si parla della metamorfosi dell’uomo nel malato, del suo diventare “imago mortis” prima di morire; della deformità che arreca il male. La traduzione più bella – in italiano – è quella di Luca Canali, questo comunista illuminato sulla via di Damasco dai fatti d’Ungheria, espulso dal partito, ma rimasto comunista e ateo e tormentato tutta la vita, una vita molto lunga, e operosa, di docente, scrittore, traduttore raffinatissimo. Uscita nel 1990, con l’introduzione di Gian Biagio Conte, benedetta da Alfredo Giuliani (che bei tempi quando la sinistra italiana aveva una cultura e dei cultori della medesima di cotale livello!) con una celebre recensione su La Repubblica (29 agosto 1990), la traduzione di Canali (Rizzoli) ci restituisce un Lucrezio nella sua vera dimensione, estetizzante, mortifera, quasi dannunziana, decadente, insomma. Un trionfo della morte che corona un poema di infelicità: e che inizia una vivace tradizione nel contesto latino: Virgilio (Georgiche III, 474-566), Ovidio (Metamorfosi, VII, 523-613), e Lucano, (Farsaglia VI, 80-105), per citare solo alcuni emuli dell’infelice suicida. Dove sono i porci del gregge di Epicuro? Di recente Valentina Prosperi ha parlato della tradizione lucreziana nel Rinascimento, mostrandone tutti i limiti, ma anche gli spazi inaspettati. Il “gaudeamus igitur” par sempre più cristiano, che ateo. Anche nello par excellence “individualistico” Rinascimento…

Di certo Lucrezio mette tra parentesi tutta la ricchezza sociologica di Tucidide. E rende della peste un quadro di mero orrore fisico, legato al degradarsi in vita del corpo umano (qui gli animali che fanno la gioia della “Environmental History” quando incontra Tucidide, non ci sono, almeno quando si parla di peste, altro il discorso sui cavalli fermati in un furente, tristissimo amplesso quando non di “morte” ma di “amore” parla l’epicureo), un vero e proprio esser morti in vita. In ogni caso, il quadro pestilenziale è mediterraneo.

Singolarmente, durante il mio viaggio in Uzbekistan nel febbraio 2020 (sono tornato con l’arrivo della peste del momento, proprio il 24 febbraio), riflettevo sui luoghi di origine della civiltà che prima d’ogni altra mi sta nel cuore: quella veneta. Nel museo di storia locale di Tashkent vi sono ceramiche e altri oggetti che chiaramente fanno pensare ad una origine ben precisa delle popolazioni venete, che giunsero nel II millennio nel Veneto attuale. Gabriele Rossi-Osmida da decenni sostiene – grazie alle sue ricerche e scavi in Turkmenistan – l’origine in quei luoghi dei veneti. E se fossero scappati da una peste? Ipotesi che lancio dal momento che la peste risulta ancora endemica tra le montagne kirghize e tagiche. In questo caso fu la peste a giungere nel Mediterraneo dall’Asia centrale. Ma con essa una popolazione che in indoeuropeo ha un nome, una radice, *wen, “veneti”, che significa “bene-amati” (con probabile derivazione etimologica della parola stessa “bene”, nel giuoco di scambi e reciproci influssi tra veneto antico e latino). Il Bene che giunge dal Male!

Per questo la peste ha un destino mediterraneo, anche se forse le sue origini sono centro-asiatiche, con trasferimento magari in Siria – con Tamerlano, magari, che vi arriva alla fine del Trecento, ma, ancor prima, con Genghis Khan. La pax mongolica della metà del Duecento è anche un patto con la malattia (che dura peraltro poco)? E anche quella peste particolare che è il colera, che invece si affaccia sul Mediterraneo quando, a inizio Ottocento, la peste sembra scomparsa, ha un rapporto privilegiato, anche se non esclusivo, col Mare Nostrum. Tra le opere sul colera, mi piace segnalare quella di uno studioso di lungo corso delle malattie nella storia: Christopher Hamlin, della University of Notre Dame negli USA. Cholera. A Biography, pubblicato dalla Oxford University Press nel 2009, in una collana appunto di “Biography of Diseases”, è un libro straordinario perché mostra bene come fu proprio il colera a trasformare la società nei suoi aspetti socio-sanitari, ma anche nella mentalità. In fondo era una malattia terribile, incurabile, devastante, rapidissima nel decorso, crudele per la forma in cui la morte si manifestava (prosciugamento di tutti i liquidi vitali), che colpiva l’Europa al culmine del sogno positivistico: per cui evidentemente costituiva una sfida.

Il libro di Hamlin è necessariamente panoramico – una storia globale del colera – ma dal mio privilegiatissimo osservatorio ligure non posso non guardare al caso di Genova – l’epidemia del 1835 giunse dalla Francia, dove a propria volta era giunta dalla Spagna, seguendo un percorso da ovest a est contrario a quello del COVID-19, che, almeno così sembra, segue il corso del sole e giunge dall’Est – e aggiungere un’ulteriore osservazione, ed un altrettanto ulteriore stimolo per la ricerca. Ove si guardi alle dinamiche del contagio, al problema già allora fondamentale della comunicazione, pubblica e non solo, ma soprattutto alla quota di superstizione popolare ancora presente, ci troviamo in una situazione che mostra bene la persistenza dell’antico regime nel nuovo: che nuovo davvero non è, almeno per l’Italia. La “Morte Algida”, la “Morte Azzurra”, imperversa in Italia almeno fino al 1837, e si sposta da Nord a Sud. Lo testimonia il c.d. “Manoscritto Wenzel” (testo straordinario, custodito in archivio privato), un manoscritto panoramico che riguarda soprattutto il Ponente Ligure. Ma le testimonianze sono molte: ancora si parla di untori, di possessioni diaboliche, di streghe, vampiri, e così via. Singolare che l’epidemia coincida con l’inizio della pubblicazione del Cours di Comte (1830-1842). Il positivismo continua la lotta dell’illuminismo contro nemici ancora ben vivi. E come la peste, del resto, il colera non ha cura. Va via da solo, come è arrivato. Da qui, tra l’altro, il nome della collana della OUP: “Biografia delle malattie”. Nascono, crescono, muoiono, per lo più seguendo un percorso tutto loro, pur con l’impegno che gli uomini mettono per farle morire il prima possibile.

Dopo aver citato Hamlin, vorrei concludere queste mie impressioni sulla peste in tempo di peste citando uno dei lavori più belli – perché più radicalmente critici rispetto alla storiografia precedente – che riguarda invece la peggiore di tutte le pesti, la Peste Nera. Si tratta di un lavoro dove la dimensione mediterranea è ovviamente molto presente ma che si muove senza ostentazioni metodologiche tipica di certa storia globale un po’ troppo superba, in tutto il mondo, compreso il Vietnam, l’Africa e l’India. The Black Death Transformed: Disease and Culture in Early Renaissance Europe di Samuel K Cohn Jr. (London and New York: Arnold and Oxford University Press, 2002) è opera imprescindibile per chiunque si occupi di questi temi.

Cohn infatti ci conduce in una revisione profonda dell’idea che la peste nera sia stata una peste bubbonica portata dai topi e dalle pulci e zecche, ma indaga invece la malattia come malattia nuova, peculiare; non solo, ma lo storico di Glasgow mostra anche come la peste nera abbia rafforzato, piuttosto che indebolito, l’Europa tutta, e soprattutto le società colpite, dando una nuova consapevolezza identitaria, una consapevolezza sulla capacità di resistenza e si direbbe ora di “resilienza” della società, che in qualche modo ne esce consolidata, e capace di progredire in modi inaspettati. L’identificazione tra peste e crisi andrebbe rivista (come andrebbe peraltro rivista tutta la tesi di Parker sul Seicento come età di “crisi globale”). Un peccato che quest’opera di Cohn non sia stata tradotta in italiano, così come non lo fu quella, dedicata eminentemente all’Italia centrale e al culto dei morti dopo la peste, che l’aveva preceduta: The Cult of Remembrance and the Black Death: Six Renaissance Cities in Central Italy (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1992).

Un lungo filo rosso collega l’Atene del quinto secolo prima di Cristo all’Europa, e al mondo, del 2020. Rosso, in questo caso, è colore quanto mai appropriato. E, per concludere con una nota letteraria, un colore che ci riporta ad uno dei capolavori di E. A. Poe, The Masque of the Red Death, del 1842 (l’anno in cui, sia detto per inciso, Comte pubblica il sesto e ultimo volume del suo Cours, concludendo con le celebri, ingenue parole: “Cette triple élaboration positive, toujours dominée par un même principe fondamental, conduira donc certainement l’humanité au régime universel le plus conforme à sa nature, où tous nos attributs caractéristiques trouveront habituellement à la fois la plus parfaite consolidation respective, la plus complète harmonie mutuelle, et le plus libre essor commun.”). Un Leibniz dell’Ottocento che incontrò fin troppi Voltaire e fin troppi Candide, perché si debba ritornar sul tema.

 

Finalmente. Per evidenti fini apotropaici – e ricordando come Poe scrivesse all’indomani del colera che aveva devastato l’Europa come Comte, ma da tutt’altra prospettiva – riporto, in chiusura, l’incipit, straordinario, del racconto, che è storia non solo di ieri:

 

The red death had long devastated the country. No pestilence had ever been so fatal, or so hideous. Blood was its Avatar and its seal — the madness and the horror of blood. There were sharp pains, and sudden dizziness, and then profuse bleeding at the pores, with dissolution. The scarlet stains upon the body and especially upon the face of the victim, were the pest ban which shut him out from the aid and from the sympathy of his fellow-men. And the whole seizure, progress, and termination of the disease, were incidents of half an hour…