Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

Una storia al presente

Dario Miccoli

 

Ora sono a Tel Aviv, sto passeggiando con un’amica vicino a piazza Dizengoff dopo aver pranzato insieme in uno dei tanti caffè disseminati per le strade della città, un tempo frequentati da poeti e intellettuali come Leah Goldberg, che ogni giorno vi sedeva sola e stando «distesa sul suo taccuino […], avvolta in una nuvola di fumo, come fosse fatta di solo spirito». Questa mattina ho tenuto una lezione sulla storia degli ebrei del Nord Africa alla Bar-Ilan University, a Ramat Gan.

Avrei voluto scrivere questo, che è in effetti ciò che avrei potuto e voluto fare se l’epidemia di Covid-19 non mi avesse costretto a casa da ormai tre settimane, forse più. Il mio mestiere è studiare il passato, ho imparato a leggere un documento d’archivio e un’autobiografia, registrare storie di vita e provare a capire cosa vogliano dirci. Insegno a classi di ragazzi e ragazze che cos’è stato l’Illuminismo ebraico nell’Europa ottocentesca, cosa scrivevano i pionieri sionisti nella Terra d’Israele a inizio Novecento, come si coniuga un verbo ebraico nella forma pi‘el. Da quando siamo tutti a casa e ci è chiesto di uscire soltanto per andare al supermercato o per portare fuori il cane – se ne avessi uno – ho dovuto anche io riorganizzare le mie giornate: una lezione online su Meet, il ricevimento via Skype, videochiamate a amici e famigliari con WhatsApp. Alcune cose, certo, sono restate identiche a prima: leggo, trascorro ore davanti allo schermo per rispondere alle mail e continuo a correggere i capitoli di un libro sugli ebrei sefarditi che spero uscirà prima della fine dell’anno. Ma dalle finestre quasi non percepisco rumori, se non le voci lontane dei vicini, qualche usignolo che canta dagli alberi del giardino su cui affaccia la mia casa, il suono delle campane della chiesa che scorgo poco oltre i tetti.

In questi giorni, riandando con la memoria a letture degli anni di dottorato, ho provato a ricordare come i fiorentini avessero reagito alla peste del 1348, ho pensato alla bellezza sofferta della basilica della Madonna della Salute a Venezia – costruita dopo che la città sopravvisse alla peste del 1630 – e mi è tornato alla mente il lazzaretto milanese de I promessi sposi. Ho letto articoli sulla Cina, editoriali di Yuval Noah Harari sul Financial Times e David Grossman su Ha-’Aretz. Eppure ancora non sono venuto a capo di una domanda che mi appassiona e mi sorprende: cosa accade nelle case durante un’epidemia? Intendo dire, cosa cambia nella percezione che abbiamo e che avremo di noi, degli altri, del mondo, quando osserviamo tutto ciò da uno spazio così intimo? Fossi uno storico del 2120, mi incuriosirebbe allora indagare le conseguenze che il Coronavirus ha avuto sulla vita domestica e sulla percezione del tempo e dello spazio da dentro le nostre abitazioni: la casa come cronòtopo attorno al quale costruire la storia di una famiglia, che in fondo è anche la storia di un quartiere, una città, un mondo.

Se guardo aldilà della finestra, sembra che ciò che accade a me, stia avvenendo anche al piano di sopra, alla collega che mi scrive preoccupata da Parigi e all’amico che vive a Boston. Il Coronavirus dunque come storia connessa, una microstoria globale che come tale dovrà essere letta e compresa – non da me che la sto vivendo, ma da chi tra qualche anno avrà cura di farlo. Oppure, al contrario, il Coronavirus come evento che ognuno affronta da differenti e talora opposti régimes d’historicité, a seconda del luogo dove vive, il genere, il lavoro che fa, l’essere sano o ammalato. E forse anche, mi sia concesso dirlo, come una storia a suo modo ebraica: oggi siamo infatti tutti in esilio dal mondo cui apparteniamo e ognuno prova a costruire, e sentirsi parte, di una diaspora di amici, colleghi, sconosciuti – al telefono, cantando al balcone, con una videoconferenza Zoom. Queste settimane di isolamento sono un esilio da un mondo di fuori che, nonostante la tecnologia e Internet, non possiamo vivere né abitare. Esse sono però un incontro – voluto e forzato – con un mondo di dentro: la casa e le persone con cui la condividiamo, i nostri pensieri.

Tra qualche giorno avrò appuntamento su Meet con un piccolo gruppo di studenti di un Master per discutere insieme di com’è andato l’esame di fine corso e salutarci. Come tutti, nelle ultime settimane non ho insegnato stando in un’aula, scrivendo col pennarello alla lavagna e avvicinandomi ogni tanto ai ragazzi della prima fila per chiedere se avessero capito o dovessi invece ripetere la spiegazione. La stanza che uso come studio è diventata la mia aula. Mentre faccio ricevimento online, ho così la fortuna di scorgere le case degli studenti, i dorsi dei libri che hanno letto, un poster alla parete. E di nuovo penso alla casa come cronòtopo di una ben strana storia, dove i giorni si susseguono indecifrabili l’uno all’altro e dove il passato e il futuro paiono già scomparire. Il Coronavirus come storia al presente e che dunque ancora non è e, forse proprio per questo, più di ogni altra vorremmo poter scrivere.

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Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus, foto di Dario Miccoli