Anche quel giovedì 16 marzo 1978 mi ero alzato alla mia solita ora, alle 7.30, per andare a scuola, facevo la seconda media, e fin dal momento in cui avevo sbirciato attraverso le fessure della saracinesca della mia cameretta il cielo, il quale mi era apparso plumbeo realizzando così subito che la mattina sarebbe stata alquanto buia e fredda, avevo provato una indefinita sensazione di tristezza, di angoscia e di paura. Dovendo sostenere proprio quella mattina il sempre detestato compito in classe di matematica mi fu alquanto facile associare queste mie brutte sensazioni all’impegno che mi attendeva, anche se ciò che provavo era, pur nella sua indefinitezza, qualcosa di più profondo che mi sembrava toccasse e soprattutto minacciasse in maniera incombente non solo me, ma tutti: tutta una nazione, tutto un popolo, tutta la nostra bellissima Italia. Mi lavai e mi vestii con quei singolari abiti che andavano di moda negli anni Settanta e pantaloni a zampa di elefante, maglia e pullover di lana stretti in vita, scarpe con la spessa suola di gomma. Feci colazione e poi, indossato un cappottino grigio, presa la cartella accuratamente preparata la sera prima e salutata la mamma, uscii, erano circa le 8.20, per recarmi a scuola, cosa facilissima da fare dal momento che mi bastava attraversare la strada davanti alla mia abitazione e poi percorrere qualche decina di metri aggiuntivi. Appena uscito di casa constatai che, effettivamente, la mattina era buia e fredda e che durante la notte era anche piovuto. Entrato in aula due compagni di classe, esultanti, mi comunicarono che la professoressa di matematica era assente per malattia e che, ovviamente, il compito, almeno quel giorno, non si sarebbe fatto. Provai una sorta di ebbrezza e di immediato rilassamento, di certo non contentezza, poiché sapevo benissimo che la prossima settimana l’ingrato compito ci sarebbe, comunque, toccato. Appoggiai la cartella sulla seggiola del mio banco e mentre i miei compagni di classe si disperdevano in vari punti dell’aula in piccoli gruppi intenti a parlare, ridere e scherzare, mi avvicinai al finestrone che dava sul retro della scuola scrutando il cielo come avevo già fatto un’ora prima. Quella indefinita sensazione di tristezza, di angoscia e di paura che avevo provato al momento della sveglia e sentito come una minaccia incombente si riaffacciò dentro di me con prepotenza, pesantezza, sgomento. E la natura, con il suo spettacolo orrido e sublime, faceva il resto: il cielo mi apparve ancora più plumbeo di prima oltre ad essere ora solcato da grosse nuvole nerastre che il vento muoveva lentamente; gli alberi ancora in buona parte scheletrici, eravamo nell’ultima settimana dell’inverno, si stagliavano con i loro lunghi rami in una luce cupa e bieca mentre gli alti palazzi circostanti, lividi e anonimi, mi sembravano crudeli entità sovrumane; lunghi brividi di freddo, quel freddo penetrante che sembra appartenere più alla mente e al cuore dell’uomo che alla natura, iniziarono a corrermi lungo la schiena, benché l’aula fosse abbondantemente riscaldata. Rimasi a guardare fuori dal finestrone per parecchi minuti, poi mi sedetti al mio posto, tirai fuori dalla cartella il libro di storia e mi misi a leggere mentre il primo bidello si dava da fare non poco per mantenere la disciplina in aula. Alle 9.25, come lo spettro, il mostro di un libro, di una favola o di un film, quella tristezza, quell’angoscia e quella paura che mi avevano tenuto compagnia fin dal momento in cui mi ero svegliato in quella buia e fredda mattina di marzo, si materializzarono attraverso la voce di una radio tenuta a volume abbastanza alto che si trovava a pochissimi metri dall’aula, la cui porta era rimasta aperta, nello stanzino riservato ai bidelli, i quali l’avevano accesa per sentire le notizie della prima mattina. Ecco che cosa disse quella voce:

«Gentili ascoltatori, siete collegati con la redazione del Gr2. Interrompiamo le trasmissioni per una drammatica notizia che ha dell’incredibile e che, anche se non ha trovato finora una conferma ufficiale, purtroppo sembra vera: il presidente della Democrazia Cristiana, on. Aldo Moro, è stato rapito poco fa a Roma da un commando di terroristi. L’inaudito, ripetiamo incredibile episodio è avvenuto davanti all’abitazione del parlamentare nella zona della Camilluccia…»

Io e altri due compagni di classe ci guardammo in volto muti ed attoniti. Qualche minuto dopo ci precipitammo nello stanzino dove il secondo bidello, anch’egli palesemente turbato, si era appena sintonizzato su un altro canale radiofonico, la cui voce non si fece attendere:

«Gr1, edizione straordinaria. Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito a Roma, stamane, all’uscita dalla sua abitazione. Gli uomini della scorta colpiti e uccisi, non si sa ancora se tutti, dal fuoco del commando.»

Io e i miei due compagni ritornammo in aula dove, con la voce rotta per la commozione che denunciava tutto il nostro orrore e il nostro terrore, informammo la classe del fatto terribile che era appena accaduto. Nessuno ebbe la forza di parlare.

La notizia del rapimento di Aldo Moro e del massacro della sua scorta rimbalzò da un organo d’informazione all’altro e fece presto il giro del mondo. Ma chi era (se mai fosse il caso di ricordarlo) Aldo Moro? E perché proprio lui? Così ce ne parla Sergio Zavoli nel suo bellissimo libro, tratto dalla sua omonima bellissima trasmissione televisiva, La notte della Repubblica(1992):

«Aldo Moro ha una posizione di indubbia, anche se non indiscussa, preminenza politica. Rappresenta infatti un punto d’incontro delle forze, comunisti compresi, che mirano ad una svolta di grande respiro del sistema politico italiano: quello che si chiamerà “compromesso storico”. […] Alla figura dello statista (deputato, ministro, segretario della Democrazia Cristiana, presidente del Consiglio nei governi di centrosinistra, n.d.r.) non manca un radicamento nell’esperienza umana, un retroterra di affetti familiari, di meditazioni religiose, di legami con la sua terra pugliese, di rapporti con i suoi studenti, che gli consentono una percezione profonda di situazioni anche complesse e contraddittorie proprio come quella che egli si trova a fronteggiare nella seconda metà degli anni Settanta. “Siamo in una crisi allarmante” afferma nel 1976 “ma crediamo al suo superamento. Puntiamo sull’avvenire di un Paese sempre più ricco di energia, di intelligenza, di coraggio, di rispetto, di giustizia, di solidarietà. So che pur con distorsioni ed errori, per i quali si paga talvolta un alto prezzo, avanza nella nostra epoca una nuova umanità più ricca di valori, più consapevole dei propri diritti, più impegnata nella vita sociale. Insomma, malgrado la crisi, sotto la crisi c’è un nuovo mondo che si affaccia e al quale è doveroso, e insieme saggio, dare spazio.»

Questo progetto politico “finì” però quel giovedì 16 marzo 1978; il suo ideatore assassinato cinquantacinque giorni dopo, il 9 maggio. Responsabile materiale del fatto, com’è noto, fu la formazione terroristica delle Brigate Rosse. Nel ’78 io avevo tredici anni e non seguii che per sommi capi la drammatica e dolorosa vicenda umana e politica di Aldo Moro. Di essa, nonostante l’abbia negli anni successivi studiata ed approfondita, mi è rimasto soprattutto il ricordo di unaindefinita sensazione di tristezza, di angoscia e di paura, di un cielo plumbeo solcato da nuvole nere, di alberi scheletrici e di lividi palazzi anonimi. Insomma il ricordo di una buia e fredda mattina di marzo.