“Cinismo, realismo, ottimismo e il Covid-19”. Massimo Livi Bacci nell’intervista di Micol Ferrara

Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

“Cinismo, realismo, ottimismo e il Covid-19”. Massimo Livi Bacci nell’intervista di Micol Ferrara

di Micol Ferrara

In questo periodo non sono mancate, ovviamente, su diversi canali di informazione le comparazioni tra il Covid19 e la pandemia influenzale del 1918 nota come Spagnola. In particolare in merito ai rischi di una seconda ondata pandemica del Covid19 il prossimo autunno. Qual è il suo giudizio su questo tema e inoltre un raffronto tra le due pandemie – tenendo conto che l’attuale è ancora in corso e quindi con tutte le limitazioni del caso – dal punto di vista demografico è possibile?

 

Il confronto tra la Spagnola (chiamiamola così per semplicità, anche se è sbagliato) e l’attuale epidemia, sua discendente, è stato fatto in molte sedi. Molte sono le analogie sotto il profilo biomedico (la struttura genetica del virus, la contagiosità, la letalità, la diffusione pandemica) e molte sono le differenze sotto il profilo delle condizioni sociali. La Spagnola colpì l’Europa, e il mondo, al termine della Prima Guerra Mondiale, e colpì popolazioni in profondo disagio economico, malnutrite, con presidi sanitari sguarniti per le esigenze di guerra, grande e disordinata mobilità per la smobilitazione di milioni di giovani uomini. Tuttavia si possono fare interessanti considerazioni a partire dagli esiti delle due pandemie. Mi limito al caso italiano, interessante anche perché, in Italia, la mortalità per la Spagnola fu assai più elevata che nel resto del continente. Naturalmente, un confronto appropriato potrà farsi solamente quando l’epidemia, con le sue eventuali ricadute, si sarà esaurita. Si possono però fare dei rozzi confronti su alcune “grandezze”, anzi “ordini di grandezza”, di natura demografica e sociale, relativi all’Italia. Per la durata possiamo dire che fu di 10 mesi per la Spagnola, tra prima e seconda ondata: impossibile è fare una previsione per l’epidemia attuale, la cui prima ondata si sta esaurendo dopo quattro mesi. In Italia, i decessi stimati per la Spagnola, da una recente e approfondita ricerca di Alessio Fornasin (Spanish flu in Italy: new data, new questions, «Le Infezioni in Medicina», 1, 97-106, 2018) basata sui dati dello stato civile e sulle statistiche militari, furono 466.000 (su una popolazione di 36 milioni di abitanti nel 1918). Per quella attuale – che fino al solstizio d’estate, ha fatto 35.000 vittime – possiamo avventurarci a ipotizzare un bilancio finale pari a 50.000 – (al 21 Giugno, quando viene rilasciata l’intervista, i decessi imputati al Coronavirus erano 34.600 n.d.a.). Supponendo un 20% di sottostima, e un’eventuale seconda ondata di virulenza pari a un quinto della prima, si arriva a 50.000. Si tratta naturalmente di ipotesi, al solo fine di indicare un ordine di grandezza possibile – includendo le sottostime, e una eventuale ma attenuata nuova ondata, oppure gli strascichi della prima. E questo su una popolazione di 60 milioni, con una mortalità pari a un sedicesimo rispetto alla Spagnola. Ma le vittime della Spagnola furono prevalentemente giovani, con una età media di meno di 30 anni, e si stima che, mediamente, perdessero 29 anni di vita: in totale quasi 14 milioni di anni di vita perduti. Secondo i rilievi dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS, dati aggiornati al 28 Maggio scorso), l’età media dei deceduti in questi primi mesi è stata pari a 80 anni; ciascuno di questi (ancora in media) ha perduto al più 10 anni di vita, con un bilancio totale di 0,5 milioni di anni di vita non vissuti (circa la 28esima parte rispetto alla Spagnola). La Spagnola uccise 200 mila persone tra i 20 e i 50 anni, e di conseguenza centinaia di migliaia di persone rimasero vedove, o vedovi, o orfani in minore età. Le vittime dell’epidemia attuale sotto i 50 anni sono state, secondo la rilevazione dell’ISS, appena l’1 per cento del totale, e vedove e vedovi sotto i 50 anni, e i loro figli minori rimasti orfani saranno, a fine epidemia, solo qualche centinaio.

 

Nel suo ultimo libro che uscirà a luglio  I Traumi d’Europa. Natura e Politica ai tempi delle guerre mondiali, Il Mulino, 2020 analizza la situazione attuale in una prospettiva di lungo periodo osservando come “i traumi” della vita dell’uomo siano sempre condizionati da Natura e Politica. Il Coronavirus ha messo in evidenza la fragilità di questi equilibri può illustrarci i più significativi? La Pandemia può essere letta come un sintomo dell’insostenibilità dello sviluppo, legato ad un progressivo deterioramento dell’equilibrio uomo/natura?

 

Fino all’Ottocento inoltrato, i grandi traumi di natura demografica furono inflitti dalla Natura: microbi, carestie, terremoti, inondazioni. I due Cavalieri dell’Apocalisse, con i loro cavalli Verdastro e Nero. È nella seconda metà dell’Ottocento che la Politica – cioè le decisioni del Monarca, Tiranno, Governo, Élite, e le azioni collettive conseguenti – sviluppa le capacità che nel Ventesimo secolo si tradurranno in traumi tremendi. È il cavallo di color Rosso. Le due guerre mondiali, le guerre civili, le carestie determinate da decisioni politiche, i casi di pulizia etnica, i genocidi, le migrazioni forzate e le deportazioni. Le armi della Natura sono state spuntate dallo sviluppo, che ci fa vivere meglio, dalla scienza che ci fa vivere più a lungo, dalle conoscenze che ci permettono di difenderci meglio. Parlo di questa fase storica, non di un lontano futuro nel quale l’impatto antropogenico sull’ambiente e sul clima potrebbe innescare le vendette della Natura. La guerra in Iugoslavia negli anni Novanta, ha causato più di 100.000 vittime, il triplo di quelle prodotte fino ad oggi dal Coronavirus nel nostro paese.

Quanto all’insostenibilità dello sviluppo, della quale la pandemia sarebbe figlia, bisogna andare cauti. Si diffonde l’idea che il sorgere dell’epidemia sia la conseguenza dell’intrusione umana nei delicati equilibri naturali, a riprova dell’insostenibilità delle attività produttive e consumistiche di una massa crescente di persone, oramai prossima alla soglia degli 8 miliardi. E, per di più, in un mondo sempre più mobile, interconnesso e globalizzato. L’epidemia è, dunque, il sintomo dell’insostenibilità dello sviluppo. Ci sono sicuramente alcuni elementi di verità in questa considerazione, ma l’emergenza di nuove patologie – come quella attuale – non ne è l’inevitabile conseguenza. L’intrusione degli umani negli ambienti naturali è antica quanto l’umanità, e l’interazione umani-animali e le zoonosi che ne sono sorte, sono all’origine di gran parte delle patologie trasmissibili, dall’influenza alla peste. Anzi, questa interazione era, nel passato, assai più intensa: si pensi nelle nostre campagne, ai pastori con le loro greggi, alle famiglie contadine conviventi con gli animali da cortile e coabitanti con gli animali nelle stalle, ai cacciatori nei boschi e nelle paludi. Quanto alla globalizzazione, è vero che essa mette in contatto anche gli angoli più remoti della terra, fa viaggiare rapidamente microbi e virus da un gruppo umano a un altro. Le popolazioni americane non avevano mai conosciuto né il vaiolo né il morbillo fin quando gli imprudenti navigatori misero in contatto l’Eurasia e l’Africa col Nuovo Mondo, completando quella che Le Roy Ladurie aveva chiamato Unification microbienne du monde. Peraltro, il resto del mondo era già unificato prima di Colombo: la peste bubbonica originaria dell’estremo oriente in pochi anni fece il giro dell’Europa, della Russia e dell’Africa settentrionale, sette secoli prima che si sentisse parlare della Via della Seta (o BRI, Belt and Road Initiative) cinese. La Spagnola, che nella sua forma più blanda prese avvio, sembra, nel cuore degli Stati Uniti nella primavera del 1918, a fine anno si era già diffusa in quasi tutto il mondo, pur in assenza di un traffico aereo che accorciasse le distanze. Possiamo dire perciò che le condizioni per la veloce diffusione di un virus esistevano già da tempo, assai prima che la mobilità delle merci e delle persone prendesse il ritmo frenetico degli ultimi decenni. Intanto, il Coronavirus, ospite inatteso e sgradito, resta con noi. Più che sulla sua partenza, contiamo, prima di dargli uno sfratto vaccinale, in un reciproco e pacifico adattamento.

 

I grandi agglomerati urbani hanno agito da potenti recettori-diffusori del contagio. La densità umana, la frequenza delle interrelazioni fisiche, la mobilità sono ovviamente fattori che influenzano la diffusione del virus, il “distanziamento sociale” oggi come in passato, al di là del progresso della medicina, è l’unico strumento realmente utile?

 

Sì, e no. È indubbio che le grandi aree metropolitane, densamente popolate, al centro di fitte reti di scambio, motori di una intensa mobilità a breve e a largo raggio, sono potenti recettori e diffusori dei contagi epidemici. Così è stato in questi mesi per Milano e la Lombardia, per Parigi e Madrid, per Londra e per New York, per Città del Messico e per San Paolo. Ed è vero che l’isolamento, la rarefazione degli incontri umani, il distanziamento fisico (fisico, mi raccomando, non “sociale”!), il blocco (non “lockdown”, per favore!) della mobilità, siano, per ora, le uniche armi efficienti per combattere il contagio. Così la pensavano Boccaccio e i suoi amici a Firenze, e molti conoscenti del Dottor Rieux a Orano, sei secoli dopo. Quarantene, confini bloccati, cordoni sanitari, lazzaretti, case murate…Mille invenzioni per tenere a distanza il “nemico invisibile”. Oggi il nemico non è più invisibile, grazie alla tecnologia, ma mettere il catenaccio alla porta di casa (il lockdown!) è un antico rimedio, che anche oggi funziona bene, Prima o poi, però, verrà un vaccino… e “tutto sarà come prima”!

 

Spostando l’attenzione verso altre realtà come ad esempio l’Amazzonia, che prospettiva assumere, quali sono rischi e scenari per queste popolazioni?

 

Il bacino amazzonico è grande quasi quanto l’Europa  (Russia europea inclusa), e le popolazioni che si autodefiniscono indigene sono diversi milioni, ma solo poche migliaia vivono in isolamento o quasi isolamento. Sono questi i gruppi a rischio sia perché vivono in comunità di piccole dimensioni e un’elevata mortalità può compromettere la continuità della comunità stessa, sia perché vivono lontane dai presidi sanitari, sia perché prive delle immunità nei confronti di patologie virali e microbiche delle quali sono provviste altre popolazioni. Per la maggior parte delle popolazioni amazzoniche i rischi non sono diversi da quelli relativi a popolazioni del resto del mondo che vivono in analoghe condizioni economiche e sociali.

 

Quali saranno gli effetti del Covid-19 sull’andamento demografico? È possibile prevederne sin da ora linee di sviluppo?  In particolare rispetto a nascite, morti e, non ultimi, quelli sulla mobilità degli individui?

 

Penso che gli effetti saranno molto meno avvertibili sulla demografia che non sulla economia. Per esempio sulla speranza di vita gli effetti saranno minimi, poiché l’età media dei morti è molto alta (80 anni, secondo gli ultimi rilievi dell’Istituto Superiore di Sanità), e gran parte dei deceduti avevano anche altre gravi patologie concorrenti. Suona cinico ma occorre dirlo: il Coronavirus ha anticipato un evento che, quando non imminente, era molto vicino. Come ho detto, I decessi sotto i 50 anni sono stati meno dell’uno per cento del totale. Maggiori preoccupazioni ci sono per la natalità che del resto è già adesso molto esangue. La disoccupazione, i tagli ai bilanci familiari, l’incertezza per il futuro, fanno ritenere che, almeno a breve termine, si possa verificare una contrazione delle nascite. C’è anche qualche studioso poco ortodosso (come il sottoscritto) che ricorda che i semi del baby-boom del dopoguerra furono gettati, in Europa, durante i duri anni della Seconda Guerra Mondiale, sotto le bombe, tra le distruzioni, sotto la minaccia di regimi tirannici. L’animo umano e i fenomeni di massa sono insondabili , e gli studiosi in genere sono bravissimi nelle analisi ex-post, ma inaffidabili in quelle ex-ante… Ciò che più preoccupa è invece il fatto che l’epidemia possa rafforzare l’ostilità verso i movimenti migratori: se il blocco della mobilità ha avuto successo nell’arrestare il contagio perché non estenderlo per difenderci dalla diffusione di altri spiacevoli fenomeni (criminalità, terrorismo, concorrenza sleale, credenze non condivise…)?

 

Dopo anni di studi sulle carte d’archivio avendo approfondito fenomeni demografici sotto diversi punti di vista Lei come si pone in questo momento in cui si trova a vivere in uno stato di Pandemia?  Dalla fase iniziale in cui veniva dichiarata un’epidemia sotto controllo agli sviluppi successivi – dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di Pandemia – come è cambiato il suo punto di vista, dalla Storia alla vita?

 

Mah, non saprei dire. Io sono cinico nelle analisi, realista nelle valutazioni, e ottimista nelle prognosi. Cinico quando dico che le ferite inferte al paese dalla Spagnola che uccise giovani, e creò centinaia di migliaia di orfani, vedovi e vedove, fu incomparabilmente più tragica della pur triste sorte di molti anziani, spesso malati, e spesso disamorati alla vita, falciati dal Coronavirus. Realista quando ricordo che l’eccezionale ondata di calore del 2003 produsse, nel nostro paese, un eccesso di morti pari a 21.000 unità, per lo più anziani o persone con salute molto malferma. Certo meno dei 35.000 deceduti per Coronavirus, ma comunque parecchi. Nessuno batté ciglio, né i giornali, i media, gli “opinion maker” versarono troppe lacrime. Ottimista quando dico che abbiamo le risorse, le conoscenze e le capacità di tenere a bada eventuali nuovi fenomeni epidemici. Ricordando che nulla è fisso o fermo nel mondo della biologia, e che le interazioni tra umani, microbi, vettori, animali e ambiente sono in continua e imprevedibile evoluzione. Una evoluzione tanto più dinamica quanto più i protagonisti si agitano e modificano i loro comportamenti. Occorre essere preparati, reagire immediatamente, proporre rapide immediate difese (la più semplice è chiudersi in casa). Occorre anche avere un consapevole e “prudente” coraggio (un ossimoro?)

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Massimo Livi Bacci

Nota bibliografica

Massimo Livi Bacci è nato a Firenze dove si è laureato presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, ed è professore emerito all’Università di Firenze. È stato Senatore della Repubblica nelle legislature XV e XVI (2006-2013). Ha avuto numerose esperienze di studio e di ricerca all’estero, è Accademico dei Lincei, della American Philosophical Society e della Japan Academy.

Nel 2001 gli è stato assegnato il “Premio Invernizzi” per l’Economia. Per vent’anni (dal 1973 al 1993) ha guidato la Società internazionale di studi della popolazione (IUSSP), della quale è Presidente onorario. È tra i fondatori e gli animatori del sito web Neodemos, dedicato a temi demografici e di politica sociale.

Tra i libri pubblicati dalla fine degli anni Novanta, tradotti in molte lingue, si segnalano La popolazione nella storia di Europa (1998), Conquista. La catastrofe degli Indios americani (2006), Storia minima della popolazione del mondo (2015, 6° edizione), Avanti giovani, alla riscossa (2007); Breve storia delle migrazioni (2011); Eldorado nel pantano (2007), Amazzonia. L’impero dell’acqua, 1500-1800 (2012); Il pianeta stretto (2015); Il lungo viaggio dell’umanità (2016). In corso di pubblicazione: I Traumi d’Europa. Natura e Politica ai tempi delle guerre mondiali, Il Mulino, 2020. Sul n. 3, 2020, della Rivista il Mulino è appena uscito il saggio Natura e politica, vandali della storia