La Vipavska četa

Vipava è una graziosa cittadina con interessanti resti medievali nell’altopiano carsico a 40 km circa da Gorizia, bagnata dal fiume omonimo, un affluente dell’Isonzo. È nota, almeno in Slovenia, per la produzione di vino e di ciliegie. Nel 1919, assieme al resto della Venezia Giulia, entrò a fare parte del Regno d’Italia. Il 18 aprile 1942 nella valle che circonda la cittadina (in italiano la «valle del Vipacco») avvenne un episodio poco conosciuto della nostra storia: un contingente «misto», formato da settecentosettanta soldati (bersaglieri, alpini e lancieri a cavallo) circondò il monte Nanos (che sovrasta la valle) dove si era rifugiata una formazione partigiana: la «Vipavska četa» (la banda del Vipacco). Lo scontro avvenne alle 8 del mattino e durò circa sette ore. Il grosso della Vipavska riuscì a ritirarsi, quattro partigiani restarono uccisi, un quinto fu trovato morto tre giorni dopo da una pattuglia di Carabinieri, nove (due dei quali feriti) furono fatti prigionieri; gli Italiani ebbero quattro caduti e sette feriti. Furono sequestrate armi di vario calibro e nazionalità: sui lati del calcio di molti fucili era impressa a fuoco il simbolo della falce e martello. Il comandante del gruppo, Carlo Maslo, sfuggì alla cattura assieme ai suoi due fratelli e agli altri elementi di spicco della formazione. I «ribelli» catturati indossavano indumenti militari con mostrine del disciolto esercito jugoslavo e berretti con la stella rossa; erano tutti molto giovani, di lingua slovena, si definirono combattenti dell’«Oslobodilna Fronta Slovenskega Naroda» e dichiararono, oltre alle generalità, i loro nomi di battaglia. I due feriti furono ricoverati e piantonati all’ospedale di Gorizia, gli altri vennero tradotti nelle carceri della stessa città. Dai primi interrogatori resi agli ufficiali italiani e dalle prime informazioni provenienti dai comandi militari risultò che uno soltanto era di Lubiana: gli altri otto erano originari di paesi vicini alla località dove era avvenuta la cattura e risultavano cittadini italiani ricercati da tempo per non avere risposto alla chiamata delle autorità militari o per avere abbandonato i reparti di appartenenza.

I nove partigiani catturati furono tradotti a Roma, rinchiusi nel carcere di Regina Coeli e processati il 14 giugno dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato in quanto cittadini italiani, per giunta soldati e accusati di avere commesso reati in territorio italiano. Durante l’udienza furono contestati loro fatti gravissimi: diserzione, costituzione di banda armata, insurrezione contro i poteri dello Stato, uccisione e ferimento di soldati dell’Esercito italiano e furono condannati a morte. L’esecuzione avvenne a Forte Bravetta il 26 Giugno 1942.

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