L’ alterità come problema

L’ alterità come problema

ABSTRACT

Non si darebbe un'etica senza il rischio costante che l'alterità reciproca di esseri umani eticamente concepiti e voluti come dei fini si trasformi in estraneità. E' presente nell'essenza stessa dell'alterità il rischio che essa divenga estraneità. Questo rischio costituisce esattamente la sua natura.
E' dunque essenziale distinguere tra un'etica (falsa perché troppo facile) che non affronta il problema dell'alterità, perché non sa nulla della condizione materiale, naturale degli esseri umani, dell'aggressività e dell'egoismo che ne plasma l'essenza prima di ogni intervento correttore della cultura e della coscienza, senza che mai tale correzione possa considerarsi certa e definitiva.
Tale etica facile e consolatoria finisce per porre la soluzione del problema dell'alterità prima del problema stesso e al posto del problema. Si tratta di un'etica che presuppone una sorta di onnipotenza della bontà e dei valori, che ne fa delle intenzionalità etiche che agiscono senza incontrare ostacoli e dunque sottrae loro quell'elemento centrale che ne fa invece l'obiettivo di obblighi e di costrizioni, chiamate ad ostacolare, senza poterlo cancellare, l'egoismo che insieme all'altruismo costituisce la struttura non modificabile dell'umana antropologia.
Un'etica come questa, al tempo stesso rigida e ipocritamente catechistica, non serve quando Eros e Thanatos si dividono l'anima umana, come "potenze celesti" di pari vigore.

Che gli esseri umani siano tra loro diversi nella loro costituzione fisica e nelle scelte culturali che definiscono le diverse forme delle civiltà che si dispongono nello spazio e nel tempo, è una constatazione ovvia. E’ altrettanto ovvio che, anche solo per il fatto di parlare della diversità tra esseri umani, noi supponiamo che qualcosa di comune appartenga a tutti e quindi li identifichi. Se questo è vero, l’espressione ” alterità ” tra esseri umani, ossia appunto quel che designa il loro reciproco differenziarsi nelle infinite e mutevoli forme in cui ciò accade, indica comunque la differenza di una eguaglianza, o il mutamento di qualcosa che resta identico nonostante il mutamento nello spazio e nel tempo, esterni ma anche interni, storici e geografici, ma anche psichici, che modificano ed alterano individui singoli, gruppi e società.  Sembra dunque che la questione dell’alterità non sia affatto problematica e che la si possa rapidamente chiudere ricordando quel che si è già osservato: siamo, come esseri umani, diversi non nonostante, o a dispetto della nostra eguaglianza, ma grazie a tale eguaglianza, all’interno di tale identità. Gli esseri umani sono l’espressione di una infinita e imprevedibile, costante alterazione di qualcosa di identico.

Ogni regione ontologica, ogni gruppo di esseri che abita il mondo naturale, si potrebbe obiettare, presenta le stesse caratteristiche di compresenza dell’alterità reciproca e della identità. Esiste una differenza tra i singoli cavalli o tra i singoli alberi di abete, solo perché esiste qualcosa che comunque definisce la essenza comune o universale dei cavalli e dei mammiferi, così come esiste qualcosa che comunque definisce l’essenza comune delle conifere e degli alberi. Un elemento, tuttavia, distingue l’universo ontologico complessivo, ed assegna alla diversità tra gli esseri umani delle cartteristiche molto distanti da quelle che articolano il mondo degli esseri naturali. Solo per gli esseri umani, la diversità reciproca, l’alterità, e la dinamica storica incessante della differenziazione sono strumenti di una identificazione di individui singoli e di gruppi che può essere variamente orientata, guidata e comunque decisa e voluta, poiché diviene oggetto di scelte culturali che interferiscono con i dati della natura e, entro certi limiti, li trascendono. Solo per gli esseri umani, dunque, il rapporto tra differenti identità diviene una questione dove si esercitano scelte di tipo etico.