Luciano Canfora, La storia falsa, Rizzoli, 2008

C’è un significato del recente libro di Luciano Canfora che non è stato adeguatamente o per nulla messo in evidenza. Né dalla promozione editoriale, né dai vari commentatori. Eppure vi è dedicato il capitoletto quasi conclusivo che porta il titolo dell’intero volume. Si tratta della tendenza a scrivere «una storia lineare, senza increspature, sostanzialmente occultatrice di tutto quello che stonasse con tale voluta linearità» (p. 284).Canfora si riferisce alla Storia del Partito Comunista Italiano di Paolo Spriano, il quale, pur dichiarando di voler segnare il passaggio dalla storiografia “di partito” a quella “scientifica”, finì col ricadere in una storia dove «i buoni e i cattivi sono sempre distinti da vistosi contrassegni», in cui «non c’è veramente racconto, o meglio, il racconto coincide, si identifica, con la spiegazione dei fatti voluta dalla parte vincente» (p. 286); e vincente era il Pci uscito dalla Resistenza. Come nella Storia ecclesiastica di Eusebio, suggerisce l’antichista, modellata sui libri “storici” dell’Antico Testamento. Come nella Storia del Pc (b) dell’Unione Sovietica, scritta da un “pool” di politici capeggiato da Stalin. Quella di Spriano era un intreccio di storia vera e storia falsa.

Dunque, “storia falsa” è un’espressione polisemica. La sua accezione prevalente riguarda documenti scritti falsi o falsati, cioè inventati di sana pianta o astutamente manipolati. È il caso della lettera che il potentissimo “reggente” spartano Pausania avrebbe scritto al re di Persia, secondo Tucidide: un’inverosimile missiva che gli avversari del presunto estensore avrebbero “fabbricato” per poterlo accusare di tradimento e murarlo vivo. La lettera, d’altronde, è «il genere falsificabile per eccellenza» (p. 13). Infatti, numerose sono le false sillogi epistolari, create per “colmare un vuoto”, tramite l’inserimento di un artefatto pezzo mancante in una serie coerente, come avvenuto ad un discorso di Demostene del IV a.C.

Canfora indaga la ragione, l’obiettivo del falsario e insieme il suo metodo, la sua tecnica. E per dimostrare la persistenza e l’universalità di entrambi, si muove dall’antichità fino ai giorni nostri, e spazia dalla Cina alla Russia. Non sarebbe facile districarsi in storie così ingarbugliate, se l’autore non permettesse di individuarne i tratti comuni, se non fornisse assunti generali del tipo: uno degli scopi principali dei falsari o manipolatori di documenti di rilevanza storica è quello di «salvaguardare la continuità», ovvero «uno dei segreti per la conservazione del potere» (p. 32). A tale scopo risponde la dubbia autocritica di Deng Xiaoping sulla repressione delle manifestazioni in piazza Tian’an Men, contenuta nel presunto “testamento” del 1997. O il più celebre e discusso “testamento” di Lenin, prima occultato da Stalin per celare la rottura con il padre della Rivoluzione d’ottobre, quindi manipolato al fine di colpire i suoi oppositori.

Per quanto riguarda le tecniche di falsificazione/manipolazione, è molto istruttivo il percorso illustrato nel caso di un presunto articolo del ministro francese radicalsocialista Pierre Cot, che nel 1933 avrebbe chiesto la soppressione del Parlamento. L’operazione si basa su condizioni di vario tipo: una tradizione ideologica e propagandistica a cui riferirsi, in questo caso la tendenza della destra radicale a presentare la sinistra come altrettanto nemica del parlamento; l’irreperibilità di un documento, qui una fantomatica rivista; un collage di materiali più o meno autentici. Accanto a esse, si può trovare l’ambiguità delle traduzioni linguistiche, che ritroviamo – proprio a proposito dell’antiparlamentarismo della sinistra – in una delle lettere inviate da Ruggero Grieco ad Antonio Gramsci nel febbraio 1928, dove il termine ravages viene inteso come “stragi”, invece di “danni, guasti, disastri”, andando a connotare una frase «inconcepibile anche nel più “settario” linguaggio comunista: “In Francia il parlamentarismo fa ancora della stragi» (p. 98).

È proprio su tre celebri lettere di Grieco, indirizzate a Umberto Terracini e a Mauro Scocimarro, oltre che al citato Gramsci, che è basato quasi tutto il volume. Esse hanno permesso di sollevare i sospetti che i dirigenti comunisti fuoriusciti avessero peggiorato volontariamente la situazione giudiziaria degli imputati davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, per mantenere la leadership dell’organizzazione. Dei tre documenti esistono solo le riproduzioni fotografiche effettuate dalla polizia politica fascista. Attraverso l’esame degli aspetti più materiali, come la piegatura dei fogli, della grafia, degli errori di scrittura, ma soprattutto tramite la rilevazione dell’incoerenza del loro contenuto, Canfora dimostra che le lettere sono state manipolate, “farcite” di compromettenti osservazioni sulla politica internazionale. Ciò senza togliere che, «così come erano scritte, le tre lettere si prestavano all’operazione che su di esse la polizia politica imbastì» (p. 219).