L’Italia nello specchio della storia globale

Prima di rispondere alla domanda che mi è stata posta sugli intrecci tra storia d’Italia e storia globale, non è forse inutile definire che cosa sia quest’ultima, o piuttosto e più modestamente darvi la definizione personale cui sono giunto nel mio ultimo saggio, L’histoire pour quoi faire? Vorrei sottolineare, in particolare, due aspetti utili a circoscrivere l’ambito proprio di questo tipo di approccio. Mi pare che la storia globale si sforzi di capire le dinamiche che permettono, o che ostacolano, i processi di mondializzazione del globo che si sono succeduti nel corso del tempo. Vi è una frase di Martin Heidegger che descrive bene una di queste dinamiche, cui ha contribuito attivamente l’Italia nel Rinascimento e nell’Ottocento: «Il tratto fondamentale del mondo moderno è la conquista del mondo risolto ad immagine». Un’altra dinamica, altrettanto importante, è costituita, a mio avviso, dal processo di storicizzazione delle memorie, ossia dalla proiezione dello storicismo europeo sul resto del mondo, considerato che l’inizio di questo processo rimonta all’epoca delle grandi scoperte realizzate sotto la guida delle potenze iberiche.

knowledge-1052011_640-Foto di Dariusz Sankowski da Pixabay

Storia globale significa storia con una molteplicità di protagonisti: si passa dal gioco a due a quello a tre o a quattro; si abbandona una visione binaria del passato così da ridurre al massimo il peso dell’eurocentrismo. Si tratta dunque di individuare laboratori d’analisi che consentano di studiare l’intreccio, le connessioni tra locale e globale, sempre a partire da domande collegate con il processo di mondializzazione. Perciò, pensando alle dinamiche appena descritte, anche per non confondere la storia globale con la World History o con la storia imperiale, ho scelto tre epoche – il Cinquecento, l’Ottocento e l’età contemporanea – per osservare l’Italia nello specchio della storia globale.
Per il Cinquecento farò riferimento a due esempi che ricavo dalle mie ricerche relative alle manifestazioni della mondializzazione iberica nel Cinque e Seicento.

 

La nascita dell’Amazzonia

Il primo esempio riguarda quello che si può definire il processo di nascita dell’Amazzonia come regione del mondo battezzata con questo nome e ambita dagli europei. La storia è globale quando articola, fa dialogare uno spazio locale con altri spazi che delimitano un ambito geografico, una sfera globale entro cui si sviluppa lo spazio sotto indagine. Il caso su cui mi vorrei soffermare ha al centro una nota lettera, inviata il 20 gennaio 1543 dal cronista spagnolo Gonzalo Fernández de Oviedo al celebre cardinale Pietro Bembo. Oviedo si trovava allora nella città di Santo Domingo in qualità di rappresentante della corona castigliana. Il cardinal Bembo era uno degli amici con i quali Oviedo era in contatto. Che genere di informazioni forniva Oviedo ai propri corrispondenti veneziani? La lettera del cronista contiene tutta una serie di notizie che insistono sulla regione del Rio delle Amazzoni come zona eccezionale per il mondo in generale e per il mondo occidentale in particolare. Spiegava Oviedo:

 

A me pare, reverendissimo e illustrissimo Signore, che d’una cosa nuova alli cristiani e in sé tanto grande e maravigliosa come è la navigazione del grandissimo fiume chiamato il Maragnone, che io incorrerei in colpa di molta trascurraggine se non ne desse notizia a Vostra Signoria reverendissima, che, come dottissima ed esperta nelle cose della istoria, ne pigliarà piú piacere che alcun altro, intendendo un caso che non è di minor maraviglia che si fosse quello della nave Vittoria, la quale girò e andò per quanto si contiene del circuito del mondo, per quel paralello e camino che ella andò: entrando per lo stretto di Magaglianes verso occidente, arrivò al luogo delle spezierie e qui, caricata di garofani e altre specie, voltò per l’Oriente e capo di Buona Speranza e venne a Siviglia.

 

Conosciamo la lettera di Oviedo nella versione italiana pubblicata nell’opera di un altro veneziano, le Navigationi et viaggi di Giovanni Battista Ramusio.

L’immagine dell’Amazzonia moderna iniziò, dunque, a definirsi tra l’isola di Santo Domingo e la laguna di Venezia. Il secondo passaggio si verificò alcuni anni più tardi, quando i torchi tipografici della città veneta ne diffusero la descrizione nel resto d’Europa. Nella lettera, Oviedo giocava subito con la dimensione planetaria: invece di mettere a confronto il Rio delle Amazzoni con il Nilo, oppure con gli altri grandi fiumi dell’Asia, paragonava la navigazione sul fiume con la più prestigiosa e gigantesca navigazione fatta fino a quel momento, la circumnavigazione del mondo di Magellano ed El Cano. Non confrontava le realtà antiche del Vecchio Mondo – il Nilo, i fiumi della Bibbia – con la natura americana, ma giustapponeva due spazi immensi, scoperti da poco da castigliani e portoghesi: l’interno del continente americano meridionale e l’oceano che separa l’America dall’Asia, cioè il mar del sur, l’oceano Pacifico.

È qui che interviene l’Italia, quella veneta, aperta sull’Oriente, avida di notizie sulle nuove terre, desiderosa di trovare nuove merci dal grande valore aggiunto. La globalità si costruì grazie ai navigatori iberici, ma anche alle città italiane che attiravano come un magnete le informazioni prodotte dalle esplorazioni portoghesi e castigliane e, in particolare, le notizie riportate da commercianti e marinai italiani che lavoravano al servizio di Lisbona e della corte di Spagna. L’Italia del Cinquecento faceva da “cassa di risonanza”, che conferiva a notizie locali una dimensione e una proiezione internazionale. La storia globale dev’essere attenta a questi interventi, la cui moltiplicazione genera quella che, insieme a Louise Bénat-Tachot, chiamiamo «coscienza-mondo».