Ripensando la mia Storia. Le ragioni di un percorso #4

«Il mestiere delle armi» e il mestiere dello storico

 

Il candore del velo leggero, che ricopre il capo della donna secondo l’usanza del tempo; delle lenzuola, pulite e ripiegate con cura e dei panni, stesi ad asciugare. Tutto questo ha un dolce sentore di fresco e di casa, di semplicità e di pace.

Il colore candido e avvolgente dei tessuti di ogni giorno contrasta fortemente con il bianco gelido e inclemente della neve, che ricopre il lontano campo di battaglia. Neppure il nero corvino dei capelli del comandante, il grigio lucente delle armature o il metallo cupo dell’artiglieria riescono a stagliarsi con altrettanta nettezza e potenza contro il manto nevoso. Non avrei mai pensato che due tinte pressoché identiche, se non fosse per lievi e quasi impercettibili sfumature, potessero opporsi tanto decisamente l’una all’altra.

La donna velata, intenta a piegare delicatamente le lenzuola, per poi fare capolino, dopo un poco, tra i panni che sventolano appesi ai fili nel cortile, è Maria Salviati. Nel momento in cui compare sullo schermo, Maria (che è interpretata dall’attrice Desislava Tenekedjieva) sospende per un momento le faccende domestiche e inizia lentamente a declamare – o, si direbbe quasi, a dettare a un invisibile scrivano – le parole di una lettera per il marito Giovanni de’ Medici, partito per la guerra alla testa dell’esercito pontificio:

Qui ci sarebbe ancora bisogno di lino per fare lenzuola, che non ce n’è più un gomitolo in casa e che mi prometteste di mandarlo costà, ma che poi, lo so, non se ne farà nulla. Ho mandato ugualmente a Vostra Signoria due veste, due saioni e un giubbone, e anche due sacchetti di rose, per tenere in sul letto, profumate.

Sono solo alcuni fotogrammi del film del 2001 diretto da Ermanno Olmi: «Il mestiere delle armi»; fotogrammi probabilmente non del tutto rilevanti né per la maggior parte del pubblico né tantomeno per la critica, eppure per me, che guardavo il film nel buio di una sala semivuota, furono l’equivalente di una folgorazione.

Le semplici parole di Maria riuscivano a rivelare la distanza – non solo fisica – che intercorreva tra lei e Giovanni, ciascuno preso dai propri doveri; al tempo stesso, lasciavano affiorare premura e desiderio di recuperare intimità con il marito, rendendosi “presente” attraverso quei sacchetti profumati che – lei sperava, forse – avrebbero suscitato in lui ricordi e affetti, nel tenerli vicino a sé nel letto.

La breve scena evocava un intero mondo e un’intera epoca, in cui i matrimoni erano combinati dalle famiglie per puro interesse, seguendo strategie di potere e di prestigio, e in cui le donne erano generalmente relegate tra le mura domestiche a occuparsi della prole, novelle Penelopi in devota e paziente attesa del loro Ulisse. Maria infatti, benché probabilmente infatuata sin da giovanissima di Giovanni, fu data a lui in sposa dal padre Jacopo Salviati al solo scopo di ottenere il ricongiungimento dei due rami del casato; la sua vita trascorse nella vana attesa del consorte lontano e interamente dedita al figlio Cosimo, futuro granduca di Toscana.

Credo sia stato in quel preciso istante, in quella sala buia, che mi resi conto di quanto intensamente desiderassi dedicarmi alla ricerca storica: perdermi tra le carte di un archivio e scovare documenti che mi restituissero frammenti di esistenze passate con tutto il loro bagaglio di vita vissuta, di pensieri e di sentimenti; sottrarre quei documenti alla polvere dell’oblio – quasi fosse un mio dovere morale – e lasciare che restituissero finalmente, a distanza di anni o di secoli, la loro fondamentale testimonianza.

Con questo non intendo dire che il film di Olmi mi abbia fatto scoprire, per la prima volta in assoluto, la passione per la storia (quella, in fin dei conti, c’era già e risaliva, anzi, a molto tempo addietro); senz’altro, però, fu in grado di solleticare qualcosa che covava in nuce dentro di me: un interesse profondo nei confronti degli aspetti più quotidiani e intimi, piuttosto che per episodi o personaggi rimarchevoli cui, solitamente, viene riservato spazio in maniera preponderante se non esclusiva.

In seguito, mi sono trovata spesso a riflettere su come la quotidianità e il privato non irrompano semplicemente nella storia, benché così si soglia dire, bensì ne costituiscano parte integrante: sono tasselli del mosaico che completano la visione d’insieme, poiché forniscono utili e significativi dettagli; perfino quando all’apparenza possono sembrare banali o vengono sbrigativamente considerati come marginali, in fondo possono rivelarsi ricchi di senso e di importanza e, pertanto, esigono di essere esaminati e compresi.

L’opera cinematografica di Olmi riserva un’attenzione enorme alle dimensioni del quotidiano e del privato, sin dalla scelta stessa di concentrarsi unicamente sugli ultimi giorni di vita di Giovanni de’ Medici, dilatando i tempi della narrazione fino ad accogliere ogni risvolto, anche quello a prima vista più futile. Senza contare il rigore storico, la fedeltà al documento, grazie alle quali Olmi è stato in grado di restituire un affresco abbastanza veritiero di quel periodo. Per tutti questi motivi, «Il mestiere delle armi» ha rappresentato certamente una grande fonte di ispirazione per me.

Al di là del crudo realismo del film, tuttavia, se si considerano certe scelte formali e stilistiche operate dal regista (come, ad esempio, l’uso del colore e della luce, la costruzione plastica delle scene o lo stesso taglio narrativo), ci si rende conto di come queste scelte non facciano che caratterizzare in senso estremamente simbolico la vicenda e veicolare una visione del tutto soggettiva. La figura di Giovanni de’ Medici, in effetti, risulta idealizzata: la sua è la parabola di un eroe senza macchia (o quasi), detentore di nobili ideali e virtù, che cozzano con la corruzione e l’ipocrisia dilaganti intorno a lui; è l’emblema di un’epoca mitizzata, in procinto di svanire.

Mi rendo allora conto che operazioni simili rappresentano quanto lo storico non dovrebbe mai fare: lasciarsi affascinare, fino a restarne quasi soggiogato, dai fatti che descrive e non riuscire a mantenere quella che Natalie Zemon Davis chiama, molto appropriatamente, la «necessità del distacco».

Non è cosa facile. Quando ho iniziato a fare ricerca, il rinvenimento di un documento d’archivio, specie dopo lunghe indagini, è stato immancabilmente accompagnato dalla mia gioia e dal mio entusiasmo; mentre le vicende e le persone di un tempo che fu, di cui andavo ricostruendo le tracce, mi hanno continuamente suscitato profonde emozioni.

Tutto sommato, questo non è un male – direbbe ancora Zemon Davis – perché quell’entusiasmo e quell’empatia predispongono a voler conoscere e a voler capire. Ma bisogna sempre ricordare che le testimonianze del passato non sono completamente sincere e spontanee, bensì sono condizionate da cause, intenzioni, situazioni e consuetudini tra loro molto diverse e, pertanto, devono essere vagliate con occhio critico e non credute ciecamente. Bisogna distinguere il vero dal falso ma, al tempo stesso, ricordarsi che costituiscono due facce di una stessa medaglia e che, per restituire quella medaglia nella sua completezza e autenticità, è necessaria un’analisi attenta e imparziale che non tralasci nulla, neppure le brutture.

Le fonti vanno interpretate, vanno formulate anche delle ipotesi, ma il parere dello storico non deve rischiare di divenire soverchiante, né di snaturare quanto le fonti hanno da trasmettere. Il compito dello storico è, quanto più possibile, quello di comprendere e non di giudicare, di esaminare la realtà nelle sue innumerevoli sfaccettature, con la consapevolezza e l’umiltà di non poterla mai penetrare veramente fino in fondo, ma sforzandosi di ricostruirla e descriverla con obbiettività.

Tutt’altra cosa, ovviamente, è l’opera cinematografica (così come quella teatrale, artistica o letteraria), espressione di un punto di vista parziale: quello del suo creatore. Eppure, soprattutto quando l’opera è particolarmente realistica, si tende facilmente a dimenticarne i limiti di oggettività e ad accoglierne quasi passivamente la veridicità. È quel che accade con «Il mestiere delle armi», per via dell’approccio rigoroso di Olmi, quando invece, a ben guardare, il racconto delle gesta del condottiero Giovanni rimane nel solco di una tradizione dai toni essenzialmente encomiastici, seppure tesa a comunicare valori universali come la lealtà e il coraggio.

Nonostante ciò, non ho apprezzato meno il film, né questo ha cessato di essere una fonte di ispirazione: anzi, in quegli anni di studi e di primi passi nel mondo della ricerca, mi ha accompagnato nella definizione di un campo d’interessi preciso e nello sviluppo di una metodologia adeguata. Oserei quasi definirlo la mia pietra miliare, perché ha segnato l’inizio del mio percorso, che è ancora lungo e accidentato, ma di cui ho amato e amo perdutamente ogni singolo tratto.