Rileggere “La banalità del male” dopo “Hannah Arendt” di Margarethe von Trotta

Può succedere ad uno studioso di filosofia politica, di etica e di filosofia europea del
Novecento, ma anche attento alle tragedie storiche che dal recente passato si proiettano, in
forma assai diversa ma senza perdere nulla della dirompente pericolosità e tragicità che le
connota nel nostro secolo, di accorgersi che un libro, peraltro famoso, attenda e in certo senso
richieda di essere riletto oggi. Lo richieda, voglio dire, allo scopo di imporre all’attenzione di
una riflessione odierna quello che una prima lettura di un classico e famoso libro come La
banalità del male di Hannah Arendt rischia di occultare, e paradossalmente proprio a causa
della enormità delle risonanze che il tema (lo sterminio nazista degli ebrei e la punizione
esemplare, sulla base di un regolare processo, di uno dei criminali responsabili) trascina con
sé.