Edward Muir, Guerre culturali. Libertinismo e religione alla fine del Rinascimento, Laterza, 2007

L’agile volume di Edward Muir, uno dei massimi esperti di storia veneziana in età moderna e docente alla Northwestern University, raccoglie insieme che tre saggi che, seppure pensati e scritti singolarmente, sono legati da un unico filo conduttore: al centro della riflessione, infatti, sta, ancora una volta, il grande amore di Muir studioso, e cioè la società veneziana (della Serenissma ma anche di tutto lo Stato di Terraferma che intorno ad essa ruota), con le sue forme di cultura e con il suo culto per la libertà così come si andarono esprimendo negli anni d’oro a cavallo tra Cinque e Seicento.

L’indagine muove i suoi passi dall’ateneo patavino, culla, in quegli anni, di ricerche e dibattiti destinati a segnare la visione, anzi la vera e propria elaborazione, dei nuovi concetti di scienza e di modernità anche grazie all’insegnamento di due docenti d’eccezione, uno destinato a chiara fama – Galileo Galilei -, l’altro – Cesare Cremonini -, già all’epoca considerato, forse, il pensatore più importante del periodo. L’episodio del celebre “gran rifiuto” opposto da Cremonini al cannocchiale del collega e alle meraviglie celesti che questi avrebbe disvelato solo al costo di tremende emicranie – ci ricorda Muir nelle pagine del saggio intitolato Gli scettici. Il cannocchiale di Galileo e il mal di testa di Cremonini – se inserito nel giusto contesto, quello del vivacissimo dibattito intellettuale che in quegli anni si andava animando nella Repubblica veneta e che avrebbe avuto tra i suoi esiti l’espulsione dei gesuiti dai territori della Serenissima proprio a difesa dell’autonomia dell’ateneo patavino, assume un valore diverso. La carica di scetticismo e di irrisione delle convenzioni sociali trasmessa dagli insegnamenti del filosofo aristotelico ai suoi giovani e nobili alunni (in gran parte esponenti del patriziato veneziano) si sarebbe tradotta, infatti, di lì a breve, in una frenetica sociabilità culturale che, seppure priva di qualunque intento politico, sarebbe stata, comunque, capace di incidere a fondo sulla produzione artistico-letteraria, sui suoi significati e, cosa più importante, sulle abitudini di vita e sui gusti dei cittadini veneziani, più o meno colti che fossero.

La scelta di collegare gli insegnamenti universitari impartiti a Padova con le pratiche culturali promosse a Venezia dai laureati di quella università si rivela feconda e, nei due saggi dedicati allo straordinario fermento culturale di quegli anni (I libertini. Il divorzio celeste e I librettisti. Poppea nel palco dell’opera), permette di esaminare, con un unico colpo d’occhio, l’attività dell’Accademia degli Incogniti e la contemporanea invenzione dell’Opera. La nascita della lirica e la messa a punto di spazi adatti a queste particolari rappresentazioni teatrali viene così ricondotta all’analisi puntuale delle abitudini sociali e delle passioni culturali di coloro che in veste di autori, di mecenati o, più semplicemente, di pubblico pagante, di fatto, resero possibile l’immediato successo di questa nuova forma di intrattenimento profano e cittadino. È in questa chiave che va interpretata la dizione “guerre culturali” scelta come titolo della raccolta. Negli anni in cui Venezia combatteva una battaglia campale per ribadire la propria autonomia da Roma e dal S. Uffizio, anche il teatro dell’opera svolgeva una sua parte; in quel clima da guerra fredda, pure i libretti messi a punto per la stagione lirica dagli scandalosi Incogniti, quasi tutti discepoli della scuola scettica di Cremonini e tra i quali, peraltro, militava anche una suora dalla penna mordace, Arcangela Tarabotti, potevano servire allo scopo: la lettura in controluce che della società contemporanea offriva un testo così scherzosamente anticonvenzionale come l’Incoronazione di Poppea di Giovanni Francesco Busenello, in cui, in piena stagione della Controriforma e in una delle città d’Europa più infestate di cortigiane (causa l’alto tasso di celibato patrizio coatto) spettava alla moglie brava e buona fare una fine tristissima, traduce appieno quale fosse l’atmosfera del periodo. Certo, non sempre le tragedie andavano in scena soltanto sul palcoscenico; la tragica fine di Ferrante Pallavicino, attratto con l’inganno ad Avignone e lì giustiziato, ricordò agli accademici veneziani (e ai loro emuli sparsi per l’Europa) quale e quanto fosse il peso della Chiesa fuori dai territori sicuri della Serenissima.