Mošèh Zacuto, L’inferno allestito. Poema di un rabbino del Seicento sull’oltretomba dei malvagi, a cura di Michela Andreatta, Bompiani, 2016

Michela Andreatta, docente di lingua e letteratura ebraica presso l’Università di Rochester negli Stati Uniti, ha curato e pubblicato la nuova traduzione italiana del poema ebraico L’inferno allestito (Toftèh ‘arùkh), opera dell’eclettico e prolifico rabbino Mošèh Zacuto, cultore della cabbalà, esperto di giurisprudenza talmudica e massimo esponente della poesia ebraica di età barocca.
Zacuto, nato ad Amsterdam nella prima metà del XVII secolo, dopo aver soggiornato ad Amburgo e in Polonia, trascorse gran parte della sua vita in Italia, in particolare a Venezia e infine a Mantova, dove morì nel 1697. L’Italia fu patria eletta del suo genio poetico, terra che gli ispirò la redazione di inni sacri, poesie d’occasione e soprattutto del Toftèh ‘arùkh, la cui editio princeps apparve nel 1715 presso la Stamperia Bragadina di Venezia. La prima traduzione italiana del poema, libera trasposizione in versi, fu condotta da Salomone Isacco Luzzati: L’inferno preparato. Poema ebraico del rabbino veneto Moise Zacuto trasportato in versi italiani da S.I. Luzzati di Casal Monferrato, Torino, Dalla Stamperia Ghiringhello e Bonaudo, 1819. La seconda versione italiana, invece, a cura di Cesare Foà, riprodusse il poema in prosa: Toftèh gnarùch, ossia il castigo dei reprobi. Poema ebraico del secolo XVII, di Mosè Zacùt. Versione italiana in prosa di C. Foà, Finale-Emilia, Tipografia Coen, 1901.
Andreatta, attraverso i sei paragrafi di cui consta il saggio introduttivo, con rigorosa acribia filologica esplora la temperie storica entro cui fiorì il magistero intellettuale di Mošèh Zacuto, approntando una perspicua esposizione della genesi, della struttura e dei contenuti del Toftèh ‘arùkh: 1. Vicende biografiche e scritti letterari di Mošèh Zacuto (pp. 15-25); 2. Contenuti e struttura del Toftèh ‘arùkh (pp. 25-35); 3. Fonti e ispirazione (pp. 35-54); 4. «Che sogno è mai questo che sto sognando?»: elementi barocchi nel Toftèh ‘arùkh (pp. 54-68); 5. Per chi e perché fu scritto il Toftèh ‘arùkh (pp. 68-76); 6. Fortuna di un testo (pp. 77-81).
Il poema drammatico di Zacuto, intessuto di lugubri suggestioni e reconditi allusioni cabbalistiche, descrive con «verbalità immaginifica» (p. 65) l’oltretomba ebraico e il tormentoso destino di condanna che attende gli empi nella gehènna. Con icastica perizia lirica Zacuto ritrae il risveglio dei malvagi nella tenebra del sepolcro, l’incontro con i demoni fustigatori, il susseguirsi delle bolge infernali e dei patimenti inflitti ai rei. La composizione è un mélange armonico di fonti giudaiche e di stilemi proprî delle coeve letterature europee, ovvero del barocco italiano e di quello spagnolo: «Come nel caso di altri dotti ebrei della sua epoca, anche nella personalità di Zacuto convissero fianco a fianco, alimentandosi a vicenda, attaccamento alla tradizione giudaica e apertura nei confronti della cultura non ebraica circostante. Animato da un’intensa religiosità nella quale lo zelo mistico si combinava con la rigorosa osservanza della legge ebraica, Zacuto coniugava nelle sue opere una vastissima erudizione nelle discipline giudaiche tradizionali con una profonda familiarità con la cultura profana, in particolare con la letteratura italiana e spagnola, e le scienze naturali» (p. 17).
La vocazione didattico-moraleggiante del poema, a vaga imitazione della Commedia dantesca, richiama alla memoria i toni della «vibrante oratoria sacra cristiana di epoca controriformista» (p. 12). Infatti, come osserva Andreatta nel prosieguo dell’introduzione, Zacuto, «oltre a conferire alla rappresentazione dell’inferno un tragico senso dell’orrore, assume in più punti proprio il tono drammatico e sferzante del predicatore. Non a caso nel poema l’autore utilizza gli strumenti proprî della retorica dell’epoca, gli stessi usati nelle prediche e nella letteratura moralistico-religiosa dei gesuiti» (pp. 53-54). A guisa di meditatio mortis, le 185 strofe si traducono in un reciso ammonimento dei reprobi, in un’accorata esortazione alla spirito di contrizione e di resipiscenza. Si erge perentoria la denuncia della laidezza marcescente del corpo e della vanità umana, la quale reca in sé lo stigma dell’ingannevolezza e della caducità.
Dopo un breve proemio, protasi del poema e acre invettiva contro l’arte medica, il poeta ci rende partecipi del risveglio del morto nell’oltretomba, dove le anime dei peccatori, oppresse dall’impietoso giogo infernale, gemono tra gli spasmi delle pene inflitte. In principio il morto non sa di essere morto, bensì se ne avvede quando, «come morto calato nella fossa» (v. 104), dinanzi ai suoi occhi atterriti «gli inferi si offrono ora nella loro straordinaria topografia: valli, monti e caverne dalla ributtante consistenza geologica, un regno in cui gli elementi dominano nelle loro conformazioni più estreme sotto forma di melma, fuoco ribollente, gorghi marini, neve e ghiaccio» (p. 28).
Alla visione parossistica delle infere tribolazioni segue il monologo di uno dei diavoli tormentatori che, dopo aver deplorato la stolida ignoranza dei mortali, enumera le colpe dell’estinto: una lucida requisitoria che restituisce al protagonista il greve fardello del consapevole, ancorché doloroso, accoglimento dei proprî peccati. «Emanato il verdetto di condanna, dall’elenco delle trasgressioni si passa all’illustrazione delle pene. Inizia così il metaforico viaggio del defunto – e con lui del lettore – attraverso le bolge dell’inferno, a far da guida alle quali è lo stesso demone» (p. 31).
La voragine infernale illustrata da Zacuto si compone di sette bolge. La prima, denominata Bor (vv. 671-705), ospita coloro che fecero un uso perverso della parola: gli ipocriti e gli iracondi. La seconda, Šàḥat (vv. 706-735), fagocita le anime che sono state ammorbate dalla piaga della menzogna o da peccati di natura sessuale: indovini, negromanti, incestuosi, fornicatori e onanisti. Nella terza bolgia, Dumàh (vv. 736-775), precipitano gli usurai, i maldicenti, i delatori, i fautori delle false interpretazioni della Legge e gli omertosi. La quarta bolgia, Ṭiṭ yawèn (vv. 776-815), è dimora di quanti si lasciarono irretire dalla seduzione dei beni materiali o dai piaceri carnali, degli spergiuri, di coloro che presero a pegno senza restituire ecc. La quinta, Še’òl (vv. 816-840), accoglie gli assassini, i ladri e i seminatori di discordia. La sesta, Ṣalmàwet (vv. 841-860), è il luogo di condanna dei lussuriosi, dei superbi e dei vanitosi. Infine, nella settima, Taḥtìt ha-’àreṣ (vv. 861-880), si riversa la lordura di tutte le altre bolge e qui trovano condanna gli eretici, coloro che convertirono gli altri al male e coloro che si unirono a donna sposata o impura.
Conclusa la sequela orrorifica delle bolge infernali, il lettore viene messo a parte della pace beatifica dei giusti e Zacuto corona l’epilogo del poema affidando alle anime prave l’accettazione delle punizioni comminate e il riconoscimento della divina giustizia.
La traboccante copiosità linguistica, simbolica e concettuale del Toftèh ‘arùkh testimonia l’indefessa alacrità intellettuale dell’ebraismo della prima età moderna. L’opera del dotto Zacuto rivela «come, lungi dal costituire una barriera impermeabile, le mura del ghetto non solo non impedirono agli ebrei di venire a contatto con la cultura cristiana esterna, ma anzi paradossalmente permisero loro di assorbire e fare proprie le principali espressioni culturali della società maggioritaria, riproducendole all’interno del loro quartiere rielaborate in forme accettabili per l’ebraismo» (p. 7).