Una sola laicità

Ogni giudizio scientifico, anche quello che si dà di un libro come l’ultimo di Stefano Rodotà, Perché laico, Laterza 2009, dovrebbe essere caratterizzato dalla Wertfreiheit, la libertà dal giudizio di valore, che Max Weber esaltava come l’atteggiamento capace di isolare le idiosincrasie e i gusti personali dello scienziato o dello studioso dalla materia o contenuto del suo giudizio. Nell’osservare che su questo punto si gioca uno dei valori fondamentali della laicità di cui Rodotà offre una difesa civilmente e teoricamente appassionata, si dovrà precisare che l’atteggiamento neutrale ed imparziale di cui parliamo ricordando Max Weber non significa affatto la cancellazione delle convinzioni dell’autore, o, come in questo caso, del recensore del libro. Tale atteggiamento, infatti, serve allo scopo del tutto opposto di rendere evidenti le differenze, se ve ne sono, tra il punto di vista di chi giudica e ciò che viene analizzato, giudicato e valutato. Vengono predisposti in questo modo i tratti essenziali di quella che andrebbe definita la tipica scena laica. Ogni spettatore di questa scena, ne diventa anche attore, se ed in quanto il suo giudizio sarà reso informato e dunque libero dalla conoscenza piena delle convinzioni che l’autore porta con sé nel proprio lavoro scientifico. Se si moltiplica all’infinito le rete delle connesioni che prendono le mosse da tale nucleo a tre attori, si avrà la definizione formalmente corretta della sfera pubblica libera e laica.

Principale e forse unico dispositivo della scena laica è la volontà programmatica, promanante da un scelta morale e codificata in tutte le costituzioni liberaldemocratiche, di fare un passo indietro rispetto al confronto conflittuale o anche collaborativo tra le divinità culturali, ideali, filosofiche, etiche, religiose, che abitano il cielo del moderno “politeismo dei valori”, affinché al massimo grado rigorosa sia la difesa del libero gioco tra i poli diversi, virtualmente infiniti, tra i quali si svolge la vita sociale. A tale “passo indietro” che apre e poi difende lo spazio del confronto, di cui del tutto legittimamente dovrebbe essere rivendicata l’assolutezza sacrale e l’intangibilità di valore ultimo, diamo il nome di laicità. Nell’ossimoro di un “passo indietro” interessato a ciò da cui si prendono le distanze converge il modo, specificamente moderno, illuministico, di un atteggiamento dello spirito degli individui presi nella loro singolarità, e quella forma dell’organizzazione sociale e politica, che letteralmente vive dell’osmosi reciproca tra la libertà di coscienza degli individui stessi e la libertà dell’opinione pubblica che fornisce nutrimento essenziale alla vita politica di una democrazia.

Questa lunga e volutamente enfatica premessa alla presentazione del libro di Rodotà sul “perché” della laicità serve a giustificare l’entusiasmo morale, civile e anche teorico con il quale merita di essere salutata la pubblicazione di questo libro in un paese come il nostro e in un momento come l’attuale, in cui l’arrembaggio alla Costituzione repubblicana da parte del potere politico clericale e dei suoi battaglioni sedicenti ‘culturali’ sta sequestrando ed annullando i fondamentali diritti di autodeterminazione degli individui (anzitutto nel rapporto con il proprio corpo). Essere entusiasti che un libro rigoroso e civilmente combattivo come questo raggiunga il pubblico, accompagnato dalla speranza che esso possa infondere qualche motivo di mobilitazione alla opinione pubblica progressista delusa da una rappresentanza politica incerta e strutturalmente votata al compromesso sui principi, significa in questo caso ‘prender parte’ per quella solo impropriamente definibile ‘parte’, la laicità appunto, cui è affidata la salvaguardia del libero gioco delle parti. Se è così, tale entusiasmo, e la speranza che lo accompagna, che chi scrive non intende nascondere neutralmente, coincide con l’entusiasmo che accende ogni battaglia a difesa della libertà e della democrazia, e dunque non è in alcun modo di parte, nel senso preciso che non deforma il proprio oggetto in base ad una qualche pregiudiziale ideologica. Se infatti si dice che con questo libro – più e meglio dei tanti e troppi che spesso confusamente hanno invaso la pubblicistica politica italiana – si offrono le ragioni, i ‘perché’, della difesa della laicità, si dovrà precisare subito che nessuna posizione ideologica viene con ciò messa in campo, dato che la laicità non è e non può essere una ideologia o un valore ideologico. Essa possiede infatti la propria sobria e non religiosa ‘sacralità’ proprio nell’essere il valore che difende il libero conflitto tra valori.

Suscita un sentimento di tristezza il dover ribadire, facendone l’oggetto di un impegno civile ancora necessario e persino urgente, ciò a che si configura a tutti gli effetti come la base teorica e il fondamento giuridico della nostra carta costituzionale. Ma è ben noto che i momenti e le forme delle lotte civili e sociali, e dell’impegno politico in genere, non siamo noi a sceglierli. Oggi, in Italia, la difesa anche teorica della laicità coincide con la difesa della democrazia. Bene fa quindi Rodotà a stabilire il nesso tra laicità e democrazia quale perno del suo argomentare apologetico e insieme polemico. Se infatti, democrazia è il nome che diamo ad un governo del popolo lontano dalla declinazione populistica oggi prevalente che tende a fare del richiamo al popolo lo strumento distorsivo dell’articolazione dei poteri, dei controlli e (ma si tratta di un punto capitale ed ‘originario’) delle differenze di opinioni, di fedi, di culture che compongono l’opinione pubblica, laicità indica a sua volta lo spirito che anima le istituzioni che sono a garanzia del permanere di tale articolazione. E poiché tali istituzioni fondano il loro vigore nella forza di una legge fondamentale costantemente sostenuta dall’uguale consenso di ogni singolo individuo, a prescindere dalle opzioni volta a volta singolarmente diverse che lo distinguono da tutti gli altri, laicità è, inseparabilmente il nome che diamo al sentimento con cui ogni individuo, non solo ogni cittadino, vive la democrazia o vive della democrazia. Laicità è, in una parola, quell’eguaglianza delle diversità, che si estinguerebbe se queste ultime venissero meno. È dunque opportuno concludere, come fa Rodotà, la premessa alla sua apologia della laicità, ricordando che “abbiamo bisogno di chiarezza, di rifiuti di travestimenti, di chiamar le cose con il loro nome. Per questo non è tempo di laicità flebile, timida, devota. È tempo, pieno e difficile, di laicità senza aggettivi, o, se vogliamo definirla, semplicemente democratica” (p.8). Questa conclusione così netta è importante perché corregge la perplessità suscitata nel lettore dalla preoccupazione forse eccessiva da parte di Rodotà di non autorizzare l’equazione tra laicità e privaticità dell’esercizio delle fede religiosa, come se si sentisse il bisogno da parte sua di ricordare quel che è in ogni caso del tutto ovvio, ossia che la vita delle democrazie si nutre anche dell’apporto delle fedi individuali, e delle prese di posizione pubbliche delle chiese. Che il punto venga ripetuto e ribadito nel contesto di un duro attacco al “temporalismo”, ossia all’intervento delle chiese (in Italia, della sola Chiesa cattolica) nella vita politica e civile del paese, con la precisazione che “dal mondo dei laici non vengono soltanto critiche o ripulse di fronte ad usi troppo mondani della fede, ma anche domande che riguardano il modo in cui la Chiesa guarda se stessa e si definisce rispetto al Vangelo”; che si avverta che la laicità non nasconde tentativi obliqui per ricacciare “la Chiesa nelle sagrestie”, in quanto essa ospita in sé piuttosto il riconoscimento e la sollecitazione di una presenza di un discorso pubblico “che non metta tra parentesi il contributo profondo che la religione può dare” (pp.7-8): tutto ciò suona certamente non superfluo di fronte all’ondata clericale che sembra sommergere il paese, e alla manipolazione delle realtà che ne deriva. Ma ciò non toglie che tale prudenza nel non volere essere classificati antireligiosi da parte dei laici, per un verso risulta ridondante rispetto al significato essenziale, o di principio, del termine “laicità” e dei comportamenti laici, che sono tali esattamente perché non sono in conflitto con nessuno dei contenuti delle fedi religiose. Se infatti ogni fede si nutre di contenuti, non di contenuti, di preferenze sostantive e determinate si nutre la laicità. D’altro canto, solo l’assoluta simmetria assiologia che lo spirito e le istituzioni laiche assegnano alle fedi religiose di ogni tipo, così come ad ogni altro tipo di opzione valoriale, consente di collocare nel suo equilibrio di principio l’attenzione non distratta che pur si deve, nel nostro paese, anche ai contributi pubblici offerti dall’istituzione religiosa cattolica, secondo la insistita preoccupazione di Rodotà.

È per questo motivo che si sottolineava sopra la opportuna chiarezza con cui in questo libro si stabilisce l’equazione tra laicità e democrazia. Qui siamo infatti di nuovo nella regione argomentativa di principio che in certo senso fonda la serie delle riflessioni che seguono nel libro sulla storia del problema in Italia, e sulle forme dell’opposizione odierna alla laicità, e dunque anche sui vantaggi e gli svantaggi eventuali di questa o quella pratica politica a seconda del variare delle contingenze. Non è forse superfluo osservare che proprio la radicalità e il rigore con cui il valore della laicità deve essere difeso proprio nel momento in cui pure ci si immerge in una battaglia politica di resistenza sembra siano stati assenti e continuare a mancare nella opinione pubblica che si vuole e si dice laica, ma resta molto contaminata dallo spirito del politicismo, ossia del compromesso politico, dall’attenzione a ciò che solo, in questo ambito, si può fare. Va ribadito con fermezza, sebbene il rilievo critico non si rivolga in questo caso alle tesi di Stefano Rodotà, che sulla questione della laicità ogni attenzione a ciò che si può fare deve dipendere dalla più originaria attenzione a ciò che si deve fare. In questa prospettiva si apprezza al meglio il contenuto del libro, diviso da una prima parte di riflessione più storica e teorica e una seconda parte di “cronache di una laicità difficile”, in cui si raccolgono articoli di stampa dedicati al tema. Mi limito a segnalare almeno uno tra gli spunti più interessanti, in particolare quello su cui abbiamo richiamato l’attenzione. Si tratta della questione della presenza pubblica, nell’Italia di oggi e in un quadro culturale mutato in virtù del prorompere di un qualche ‘ritorno del sacro’, come lo si definisce alquanto confusamente, e dello sviluppo della tecnoscienza, della presenza e del ruolo pubblico della religione. Appare del tutto evidente che le posizioni di Rodotà si allineano a quelle che abbiamo indicato appena sopra come proprie di una laicità sans phrase. Con ciò si dissolve ogni possibile residua perplessità critica.

Ma risulta confermato, d’altra parte, che uno degli elementi strutturali di questo libro è dato proprio dalla volontà di dialogo fermo e rigoroso, da parte laica, con la richieste del riconoscimento di una presenza pubblica delle fedi, delle religioni e delle loro istituzioni, allo scopo di definire le forme corrette di tale presenza, ossia i confini non superabili di quest’ultima. È evidente che, secondo Rodotà, la specificità della difesa della laicità in Italia passa attraverso un’esplicita presa in carico critica delle posizioni cattoliche, piuttosto che attraverso una loro più o meno silenziosa neutralizzazione. Tale taglio argomentativo può suscitare consenso pieno o parziale, ma è certo che il dato della presenza in Italia del centro istituzionale della religione cattolica costituisce un fatto di tale peso, che anche un difensore della laicità attento alla assiologica neutralità dei principi rispetto ai dati di fatto, sembra non poter prescindere da tale circostanza. Si spiega così l’attenzione (non nostalgica di un tempo ormai lontano, come viene precisato) di Rodotà verso quel modo della presenza pubblica dei cattolici italiani, affermatosi dopo disgelo culturale e politico degli anni settanta e ottanta, che incontra il tema della laicità in un punto cruciale in quanto mostra che l’essere cattolici e seguaci quindi di una fede non solo non impedisce una presenza laica sul terreno delle scelte politiche, ma rende queste scelte libere per tutti, e consente così di misurare il peso reale della volontà di tutti i cittadini, ossia quel che in coscienza (su temi come ad esempio quello dell’aborto) essi pensano giusto e legittimo, oltre che moralmente accettabile. Nel distinguere tra quel che un cittadino ritiene moralmente accettabile e quindi difendibile come libertà di scelta in virtù di una legge dello stato, da un lato, e, dall’altro lato, quel che comunque i singoli cittadini decidono di non fare o non scegliere, perché vietato dall’autorità religiosa, si afferma il duplice principio della libertà della coscienza individuale e della libertà della scelta pubblica. Le due libertà possono non coincidere in un credente.

È proprio questa intuizione laica che induce il cattolico Aldo Moro, dopo la sconfitta nel referendum sul divorzio, “a sottolineare la necessità che i cattolici testimonino la loro fede nella società piuttosto che cercar di imporre il proprio punto di vista con lo strumento della legge” (p.15). Non saranno stati quelli dei tempi d’oro, ma è indubbio che un qualche equilibrio laico si rompe in Italia esattamente quando i cattolici mutano atteggiamento e puntano ad introdurre nella legislazione pubblica i precetti sedicenti morali di una religione. Non si misurerà mai abbastanza la regressione culturale che è causa ed effetto di tale mutamento. Né si sottolineerà mai abbastanza il fatto che tale mutamento corrisponde all’arrivo al pontificato di papi anticonciliari. Ma non si dovrà neanche dimenticare che esso si innesta perfettamente nelle pieghe di un’opinione pubblica che nessuna delle due correnti politiche dominanti in Italia, quella cattolica e quella comunista, non di rado reciprocamente intrecciate, ha mai veramente orientato praticando una politica laica, corrispondente ai principi di un liberalismo filosofico prima che politico nettamente marginale nel nostro paese.

Tale premessa storica va sempre tenuta presente quando si richiama l’attenzione, come fa Rodotà, sul fatto che alla fase caratterizzata della “ingerenza della Chiesa” realizzata nel contesto del predominio politico democristiano, che tuttavia autorizzava spazi di compromesso ove si conservava una qualche forma di autonomia della politica, si sostituisce nei tempi recenti “un più generale progetto che la Chiesa proietta sul mondo”. La specificità della situazione italiana risulta in parte modificata (non si parlerà più appunto di “ingerenze” ecclesiastiche) in virtù della ‘mondialità’ del nuovo atteggiamento della Chiesa, ma tale specificità finisce poi per ripresentarsi, ed in forma aggravata, poiché l’idea di valori religiosi (cattolici) assoluti e non negoziabili apre un conflitto con i principi della Costituzione e manifesta “l’inammissibile pretesa di realizzare nei fatti una vera e proprie ‘revisione costituzionale'”. La questione della laicità si presenta ormai nella forma inedita (rispetto al passato italiano e rispetto a quel che accade nel mondo, compresi i paesi cattolici come la Spagna), della specifica “modalità della discussione pubblica”, negativamente condizionata non più da una prassi incerta di piccoli compromessi più o meno furbamente parrocchiali, ma da una violenta confutazione di principio, ossia dalla convinzione che la verità attribuita a Dio e il rispetto che le si dovrebbe sia vincolante per tutti, credenti e non credenti, anzi soprattutto per questi ultimi. La categoria stessa di “non credente” viene presentata come problematica, la legittimità di non credere viene sottoposta non di rado a contestazioni radicali, talvolta nascoste da un vocabolario teologico che non brilla per trasparenza e coerenza – come se l’abbandono da parte della Chiesa di alcuni dei caposaldi delle modernità illuministica richieda di essere almeno in parte occultato o camuffato.

Rodotà ammette volentieri che la “cultura religiosa” gioca in tale nuovo contesto un ruolo rilevante, ma il limite che viene imposto a tale rilevanza è netto: “rilevanza” non può equivalere a “pretesa di esclusività” (p.19). Significa questo, voler escludere la religione dalla sfera pubblica, torna a chiedere Rodota? La risposta è ovviamente negativa e si basa sulla tesi che la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica ha reso possibile che la libertà religiosa, custodita, ma non sequestrata nella coscienza individuale, trovasse in questo luogo intoccabile dai poteri esterni la condizione per sprigionarsi ed esercitare, sulla scena affollata da altri soggetti e da altri istanze etiche religiose, “tutte le sue potenzialità nella sfera pubblica”. Rodotà ricorda opportunamente che tale salvaguardia del ruolo pubblico delle convinzioni religiose le più intime e private discende dal principio laico della “autonomia della persona”, a cui dunque la fede religiosa deve riconoscere la possibilità di collocazione strategica in quel privato, che proprio perché ‘sacralmente, ma non religiosamente privato, e dunque non autorizzato da alcuna superiore istanza etica, fa di ogni privato la insostituibile ricchezza di un pubblico, che è più che privato, ma torna ad attingere le sue energie creative nel privato stesso (dunque anche nella sfera delle private convinzioni religiose). Rodotà svolge la sua argomentazione dimostrando, attraverso l’analisi di una serie di articoli della nostra Costituzione, l’insostenibilità della tesi che la vuole indifferente, se non ostile, verso il ruolo pubblico della religione. Si tratta, come si è detto, di uno degli orientamenti problematici di fondo di questo libro. Si può solo osservare a questo proposito che alle spalle e a fondamento degli articoli della Costituzione si rinviene, senza necessità in primo piano l’apologia di una Costituzione non antireligiosa, quella nozione cruciale del pensiero politico moderno, da Rousseau, a Kant, a Hegel, a John Stuart Mill fino a John Rawls, che fa dell’autonomia sorgiva e della creatività dei singoli presi nelle propria assoluta libertà prepolitica, la condizione stessa di una organizzazione sociale e di un ordinamento politico che, mentre travalica tale privatezza, costantemente vi torna come alla propria fonte di legittimazione ultima. Laicità è allora il nome che diamo alla forma che assume la circolarità reciproca tra ragioni del privato e ragioni del pubblico che abbiamo sommariamente richiamato. Ogni riferimento alla religione, pur importante, viene comunque dopo. Non dovrebbe occupare il proscenio.