Di chi è il cadavere chiuso, accuratamente cucito perché nulla traspaia della identità di  quel corpo e di quel che un essere umano ha subito: un cadavere  legato e ricoperto da un bianco sudario gettato  nel sentiero che costeggia l’educandato femminile della Virginia semivuoto e in rovina, mentre un gruppo di giovani donne lo osserva dalle scale dell’edificio immerso nel bosco, sul finire della guerra di secessione americana che gli azzurri nordisti stanno vincendo? Di chi e di che cosa si parla, che cosa si vede e si svela nell’ultima scena del film? Quale senso si ricava dalla rappresentazione finale dell’orrore compiuto e delle sue ragioni? La macchina si allontana lentamente, continuando ad inquadrarlo, dal teatro dell’atto finale di un terribile, truculento evento omicida. Si  stenterebbe  ad  ammettere che sia accaduto ciò che  lo spettatore già sa: esso è stato appena  perpetrato dal gruppo di giovani e giovanissime donne, vestite ingannevolmente della purezza del bianco, sullo sfondo del bianco della palazzina neoclassica in cui si svolge la loro residuale, inutilmente rigida e squallida attività educativa. Esse, come consapevoli della inevitabilità del delitto appena compiuto,  osservano il cadavere impassibili, mentre vengono respinte sullo sfondo  dalla regista, sempre più lontane e quasi  estraniate dalla grande storia della guerra civile e dalla loro storia – tragiche divinità  greche e moderne –  irrigidite nel bianco luogo neoclassico del loro crimine, un luogo  sommerso e quasi divorato dallo scuro della foresta. Il loro sguardo vuoto è posato sull’immobilità mortale del cadavere, mentre tutta la scena, certamente la migliore e la più significativa di un film non eccezionale nonostante la regista Sofia Coppola  (L’inganno, uscito nel 2017, remake di un film di Don Siegel di qualche anno fa), cerchi di trasmettere allo spettatore il senso pieno di quel che il film ha raccontato. Non in primo luogo l’inganno mortale di cui è vittima alla fine  un giovane fuggiasco nordista ferito, trovato ed accolto e curato, come nemico già silenziosamente  desiderato perché uomo, maschio, dal gruppo femminile spietatamente diretto dalla ingannevolmente algida direttrice Nicole Kidman. Certo, la minestra di funghi velenosi che gli viene offerta dal gruppo per una ingannevole, impossibile, riappacificazione, dopo i conflitti scoppiati tra le donne e tra lui e le donne per gelosia, è la trappola che lo conduce a morte: quella morte rappresentata dal bianco sudario deposto sul sentiero che meno ancora di altro merita la purezza del bianco che nel film è presente per essere divorato dallo scuro dell’orrore che esplode nelle anime, così come l’ombra della foresta cancella ogni traccia di luce da ogni scena esterna. Certo, l’inganno perpetrato con il pranzo finale di funghi velenosi offerto dopo che la premessa violenta dell’assassinio finale si è compiuta con l’amputazione gratuitamente omicida della gamba del soldato fatto precipitare dalla scale da quella della donne che, scopertolo insieme ad un’altra, aveva per prima messo avanti il proprio desiderio di lui e gli aveva chiesto e promesso amore, amore fisico anzitutto: certo, questo inganno di cui si fa complice, travolta dalla gelosia accecante, anche colei che aveva con più decisione aperto la scena del desiderio suo e di tutte  e della sua realizzazione  per sé e per il soldato arrivato e assistito nella bianca palazzina nel bosco, è ciò che conduce all’assassinio finale. Certo: quel che accade con tale assassinio finale è l’esito dello scatenamento di una gelosia folle, che nessuna del gruppo femminile riesce a controllare, rovesciandola in una volontà di morte, nell’esplodere cieco di una sorta di volontà di  vendetta per l’emergere del desiderio per un uomo che lì, in quel luogo, in quel momento storico e soprattutto all’interno di anime e corpi femminili deprivati e bramosi di amore, non poteva trovare soddisfazione, se non rovesciandosi nella tragedia che annulla ed uccide insieme. Tutto ciò è vero e racconta la trama semplice e grecamente tragica , la vicenda essenziale della storia, ma se ora ci si torna chiedere chi o che cosa è stato ucciso,  chi o che cosa sta nel sacco cucito e buttato che la camera sempre più allontana da sé, chi o che cosa è stato assassinato, quale corpo doveva essere fatto scomparire per sempre, affinché qualcosa di immateriale svanisse, allora si ha la risposta in cui la regista riassume il significato del suo film, la ragione per cui l’ha girato.  Il film, dicevamo, trova il suo senso profondo nel finale, nella rappresentazione della morte violenta del soldato, nel bianco rovesciato nell’oscurità del non più visibile di quel che vuole essere nascosto alla consapevolezza degli uomini, come un pezzo del loro inconscio, mentre al tempo stesso è lì sotto i loro occhi, esposto, massimamente visibile, cadavere appunto, traccia sanguinosa che attende una risposta al suo perché. Quest’ultimo  non trova una risposta storica, perché racconta vicende dalla valenza più che solo storica, appartenenti anzitutto  al tempo psicologico, al  tempo  senza tempo delle anime, qui delle anime femminili, soggetto dominante della narrazione.

E allora vogliamo darla, insieme a Sofia Coppola, questa risposta che lei ci chiede di comprendere e di  ‘ripetere’ come comunque nostra, sebbene si tratti di una storia della giovane America, storia di alcune donne e di un uomo, di un solo uomo, portatore involontario, almeno all’inizio, della potenza del desiderio? Il film racconta l’assassinio femminile di un desiderio esso stesso femminile, che non può e non vuole essere diviso e spartito, che non può tradursi nell’amore ricambiato di un uomo per più donne. Tutte lo amano desiderandolo ma devono infine ucciderlo per dare espressione simbolica e insieme terribilmente reale alla consapevolezza potentemente attiva in ciascuna di loro come un destino inesorabile, del fatto  che l’amore, il desiderio, sono voluti, agognati, dopo essere stati tanto assenti dalle menti e dai corpi di giovani donne abbandonante nell’angolo di una guerra, ma non possono essere realizzati, non possono ‘democraticamente’ distribuirsi tra le anime e i corpi diversi. E dunque amore e desiderio delle donne amanti e desideranti vanno uccisi, perché di essi, diventati potenziali attori omicidi, non si trovi più traccia, e le anime e i corpi vengano restituiti alla (ingannevole) tranquillità di rapporti senza desiderio e senza sessualità,  prima della prossima destinale esplosione. Ma come si uccide un desiderio, nella situazione raccontata dal film? Chi si uccide perché il desiderio femminile scatenato e sanguinosamente geloso non produca il suo esito di morte, di disordine distruttivo di un ordine spiritualmente spento, ma mortalmente vivo, partecipe indiretto di quella realtà così ingannevolmente più rilevante che è la guerra tra il Nord e  Sud, dove già si muore e si uccide? Si sopprime  l’uomo che incarna e ha fatto rivivere il desiderio femminile, che lo ha fatto nel modo ambiguo e  opportunistico in cui poteva farlo un soldato ferito in fuga, ma lo ha fatto come figura tragica di una storia femminile, cui spettava una fine tragica da lui  non voluta, non cercata, non meritata. In quel soldato muore e viene sepolto (per rimanere aperto come problema appartenente al tempo non storico della psiche inconscia di ogni essere umano) il desiderio, perché quel soldato realizza  l’irrompere stesso del desiderio in una storia che non lo contiene, che lo espelle e  che ne viene fatta a pezzi:  una storia ‘femminile’, solo femminile? ? No, una storia umana in cui ogni attore, anche la guerra, gioca un ruolo che egli non ha deciso, che altri hanno deciso per lui e in cui l’essere vittime e carnefici sono i due lati della stessa impotenza a plasmare razionalmente e con giustizia il gioco delle vite individuali, che non conoscono né ragione né giustizia e talvolta si divertono ad esibire impietosamente l’assurdo della condizione umana.