Her Vero e falso. Il potere dell’assenza nell’amore di Lei

In una Los Angeles immaginaria di un futuro ormai prossimo, dove tra foreste di grattacieli dal rassicurante colora avana che tutto scolora, o, meglio, colora dell’assenza vissuta come ovvia di rapporti interumani, si muovono velocemente e quasi sempre da soli esseri umani che dialogano con dei dispositivi interattivi. Dispositivi programmati per collegare, ma anche dispositivi stessi virtualmente “incarnati” nello loro voci, interlocutori privilegiati anche se non unici, assenti ma parlanti ed emotivamente vivi, di ogni singolo individuo che grazie a loro coltiva il proprio occultamento o il proprio mancato bisogno della dimensione intersoggettiva.

In una Los Angeles immaginaria di un futuro ormai prossimo, dove tra foreste di grattacieli dal rassicurante colora avana che tutto scolora, o, meglio, colora dell’assenza vissuta come ovvia di rapporti interumani, si muovono velocemente e quasi sempre da soli esseri umani che dialogano con dei dispositivi interattivi. Dispositivi programmati per collegare, ma anche dispositivi stessi virtualmente “incarnati” nello loro voci, interlocutori privilegiati anche se non unici, assenti ma parlanti ed emotivamente vivi, di ogni singolo individuo che grazie a loro coltiva il proprio occultamento o il proprio mancato bisogno della dimensione intersoggettiva. Ciascuno di loro vive una vita di assenze, o anche di rapporti fragili, rotti o sulla via di rompersi. Ciascuno a suo modo, ma poi tutti nello stesso modo, questi utenti di una tecnologia della comunicazione che connette per isolare, vivono dunque di un sorta di “intersoggettività negativa”, della quale accettano la necessità con una sofferenza soffusa e diffusa, forse anche internamente lacerante, ma ovattata e poco esibita, non tragica, quasi nascosta. Su questo sfondo opaco, appena segnato dal filo di una nostalgia quasi invisibile per una vita autentica di cui si è persa la memoria, prende corpo, o meglio sarebbe dire prende voce, il legame che, su iniziativa autonoma di una macchina-dispositivo per comunicare che si fa voce seduttiva, si stringe tra un giovane uomo (l’attore Joaquin Phoenix) e la voce del dispositivo (quella irraggiungibile nella sua sensualità di Scarlett Johannson ottimamente doppiata da Micaela Ramazzotti). Non c’è una storia, né un racconto nel film Her (Lei) di Spike Jonze, ma l’esibizione della potenza travolgente di un amore tra un essere umano maschile e una assenza femminile, presente solo come voce. O, se si vuole, è questa assenza carnale, questa negatività della femminilità reale ridotta a voce, che guida la vicenda del legame amoroso, della passione contenuta ma travolgente con un uomo reale scelto tra tanti come fa una donna, ciò che fa emergere via via l’impossibilità di rapporti di coppia reali, di matrimoni, di legami che si sciolgono o destinati a sciogliersi. Resta viva, nell’apparente deserto affettivo della corporeità molteplice degli individui sessuati reali, la sola dialogicità astratta ma connettiva della voce femminile di un apparato internet ultrapotente, onnipervasivo e universalizzato che prende il nome di Samantha, che seduce e coinvolge un uomo reale, un maschio amante e desiderante così come lo è, nello stesso modo e con la stessa intensità, l’apparato di Lei, che è Lei. E quando infine il legame asimmetrico si dissolve e per l’uomo si apre la prospettiva incerta della possibile vicinanza reciproca, forse svuotata di desiderio erotico, con una donna reale, questa fine accade perché, come succede nella vita reale dove i legami non sono fratturati e vulnerati dalla negatività, dall’assenza, dal vuoto di un partner pieno, carnalmente vivo, la voce di lei ricorda al suo amante che «io sono tua e al tempo stesso non sono tua». Infiniti sono, infatti, per un apparato o un dispositivo parlante ed amante, così come non diversamente per un essere umano reale, i legami che possono via via aprirsi e che di fatto si aprono insieme a quello che sembra e non è l’unico e il privilegiato. Gli infiniti legami che il dispositivo confessa al suo amante come l’ovvio modo di essere di una rete internet interattiva e autoattivantesi, relegano al ruolo di fantasia infondata, di speranza regressivamente romantica in una continuità senza fratture, senza negatività, senza assenze, l’idea che si dia in qualche modo una realtà non vulnerata, non bisognosa dell’intervento di una apparato o dispositivo parlante ed amante che funge da strumento per mettere in mostra, esibire e ricordare la ferita o forse la lacuna, l’una e l’altra inevitabili, necessarie, ossia la negatività di ogni rapporto d’amore e di ogni legame tra gli esseri umani.

E’ questo allora il dono di disincantato realismo, di perdita di illusioni pericolose al mantenimento del frammento di felicità che sembra sia stato assegnato, secondo Sigmund Freud, agli esseri umani, che il futuro ipertecnologico di Her offre al presente degli esseri umani desideranti ma disorientati di fronte a questo paradossale dono: una negatività che riduce a semplice voce di un dispositivo che parla dallo schermo di un computer il partner più sensuale che sia dato immaginare. Si tratta di un dono che vale per il presente e che si nutre di una validità senza tempo, il che sottrae alla messa in scena dell’assenza reale del partner femminile in un rapporto amoroso rappresentata da Her ogni legittimità assegnabile al tentativo di riportarla nei binari piuttosto logori della critica della colonizzazione tecnologica del mondo-della-vita, come si esprimerebbe Juergend Habermas. Non una ennesima declinazione della teoria critica della contemporaneità capitalistica alienata ci offre Her, ma, per quanto ciò possa apparire paradossale, la positiva ma disincantata, se si vuole mesta gioia di riconoscersi desideranti ed amanti e dunque in qualche modo attivi e viventi, nonostante tutto viventi, entro un orizzonte di negatività, di assenza del polo carnale della vita affettiva, né voluta, né decadentisticamente agognata, ma semplicemente trovata, riconosciuta e destinalmente accettata come portato del tempo che, si dice e si constata, tecnologicamente progredisce. O, forse in forma più radicale e più autentica, quale modo strutturale della condizione umana. Dunque, Her definisce i termini di una scommessa lanciata alla umanità che noi siamo in sordina e senza enfasi, una scommessa che si vorrebbe definire “laica”. Il “no” fattuale, non urlato, non protestato, non tragicamente sofferto, alla presenza carnale e all’erotismo consumato, dunque il “no” alla presenza e della presenza della libido incarnata nel rapporto amoroso (in un rapporto “costruito” dalla fantasia come relazione privata di uno dei suoi poli) costituisce la condizione, raramente rappresentata prima con tanta intensità, perchè si dia l’esplosione di un legame amoroso assoluto, proprio in quanto slegato dalla presenza reale, terrena, mondana, pulsionale, di un polo reale della relazione.

E’ esattamente in questo snodo, grazie a questa negatività e a questa assenza, che proprio alla sponda negativa risulta fattualmente affidato il compito dialettico di restituire voce al desiderio, di fare della sola voce di una femminilità assente la voce stessa di un desiderio che non è spento, ma ha bisogno di questa scena, di questo contrasto, di questa perdita apparentemente senza salvezza per dichiarasi in vita, parlando ciò che esso è e resta, nonostante tutto. Se non fosse questo il senso dell’invenzione del dispositivo che si fa voce femminile e si sceglie il suo partner, non si potrebbe sostenere ciò che appare in piena evidenza, quando si sia infine riusciti a placare la forte emozione che Her suscita, ossia che la voce incarna nel suo corpo di voce il “no” alla e della presenza reale e che essa, la sola voce, è la creatrice di una seduzione amorosa ricambiata, segnata da grande intensità e da dolcezza inusitata. Essa agisce negativamente perché in Her il reale del contatto, della relazionalità amorosa usuale, il carnale due del rapporto amoroso sono sospesi. La negazione che si afferma grazie alla sola presenza della voce o alla presenza della sola voce si serve del dispositivo che essa è, come di ciò che rende la potenza passionale dell’amore, che nel rapporto asimmetrico si realizza, direttamente proporzionale alla potenza erotica, accompagnata (si direbbe serenamente) alla cancellazione di ogni nostalgia della corporeità duplicemente reale. L’amore vive nella concretissima rarefazione di una voce femminile che interloquisce con un essere maschile vivo e lo lega a sé grazie alla sola condizione che anche quest’ultimo accetti, in una simmetria in qualche modo restaurata, di dire “no” alla richiesta, al desiderio incarnato, al realismo di una consumazione effettiva del rapporto.

Due osservazioni sembrano pertinenti. La prima consente di rilevare che il rapporto con il dispositivo comincia ad entrare in crisi quando la voce femminile che ivi parla ritiene di potersi far carico, senza danneggiare l’equilibrio che si è stabilito, del desiderio carnale del partner amato e di dovere “completare” quel che nella sua forma specifica è già perfetto, grazie all’intervento di una donna sostituta, di una femmina che presta il suo corpo alla voce, tentando così di rovesciare il “no” costitutivo in un “sì” che di fronte al rifiuto dell’uomo di accettare la sostituzione si rivela distruttivo. Il “no” salvaguarda il rapporto che il “si” invece disgrega. La seconda osservazione prende le mosse dalla circostanza cruciale, che più volte abbiamo rilevato, che sia una voce femminile ad instaurare, a creare il rapporto amoroso. Qui forse troviamo qualche traccia di una via che conduca almeno nella direzione della risposta alla nota domanda freudiana: «Che cosa vuole una donna?» In questo snodo centrale emerge il coraggio teorico e rappresentativo attivo nel film: quello di fare di una donna l’instauratrice di un amore inusitato, infondato, impossibile eppure molto potente, irrealmente reale. Qui, senza che noi sappiamo rispondere al perché ciò accada, la concretezza erotica, la potenza carnale del femminile, si rendono creatrici di un legame improvviso, dolce e fortissimo poggiante sulla negazione originaria di un incontro concreto. Non un futuro affettivo alienato dallo sviluppo ipertecnologico è quel che viene messo in scena in Her, abbiamo detto ed è opportuno ribadire, ma qualcosa cha appartiene alla struttura psichica permanente degli esseri umani, capaci di “dire no” alla necessità della presenza, alla (presunta) inevitabilità del darsi del reale, perché si dia, in qualche modo, amore.

Un film sull’amore dunque, e non o non soltanto sull’amore che si potrebbe dire “generazionale”, ma sulla rappresentazione dell’amore come riflesso della struttura più intima dell’io; una rappresentazione dell’umano troppo umano, e non di ciò che trasforma l’umano nel senso di una sua inarrestabile perché realissima degenarazione. Se una trasformazione è in atto nel film, si tratta non di quella che il dispositivo opera sul protagonista – la cui connessione tra immaginazione e amore è, lo si noti, presentissima sin dall’inizio, e a partire proprio dallo strano lavoro di lui che consiste nell’ immaginare, al fine di rinsaldare, gli amori altrui – ma bensì del potere trasformativo affidato all’amore, dell’amore come fondamento, originario e senza tempo, della condizione affettiva ed esistenziale di ciascuno. Si potrebbe seguire il filo dell’intero film riflettendo sulla trasformazione che subisce quello che ne costituisce il nucleo assolutamente centrale, e cioè il contrasto tra immaginazione e realtà, o meglio, il conflitto, immortale e costitutivo della psiche tra principio di piacere e principio di realtà, di cui Her ci offre una perfetta messa in scena in chiave futurologica. A metterlo in luce come il centro della vita affettiva del protagonista, è la sua ex compagna, di vita e di amore, alla quale è giustamente affidato il compito di proteggere, quasi redarguendolo, quello che non è più il suo uomo, dal pericolo della fantasia, della ricerca del piacere solo fantasticato (è lei infatti a ricordare come lo scontro deludente della fantasia con la realtà sia stata una delle cause della loro rottura.) Se dunque siamo di fronte a questo conflitto, quello per cui le vie del piacere sono infinitamente altre rispetto a quelle offerteci dalla realtà, e se dunque il film sembra evocare l’atemporalità di questa grande verità psichica, tuttavia, e proprio in modo “freudiano”, più precisamente in ciò che Paul Ricoeur ricava dall’interpretazione di Freud, accade che l’opera d’arte (qui il film), sia insieme il sintomo e la cura. Assistiamo infatti ad una sorta di cura del conflitto: il fantasticato si mescola alla realtà e la riempie là dove essa è vuota, in questo modo esso rientra come segmento della realtà (la storia tra i due sembra una vera e propria storia tra due esseri umani) ma ne è a sua volta vinto, seppur mai definitivamente. In questo senso, il film suggerisce, insieme e attraverso l’immagine del potere insuperabile dell’assenza, della non realtà, come via privilegiata del piacere, una possibilità di salvezza, non di fuga, della realtà stessa: La realtà desiderata, o la desiderabilità del reale, diventa così il luogo della salvezza della realtà stessa, che in Her è senza dubbio perduta ma anche recuperata attraverso la scena finale, altrettanto romantica, in cui lui ed “un’altra lei”, sua amica, questa volta assolutamente reale, condividono lo sguardo gettato sulla fine di un amore potentissimo, ma destinato a scomparire perché nutrito solo dell’assenza, e dunque della rinuncia totale alla imprevedibilità reale dell’altro.