Tra riflessioni sul principato di Ferdinando I e trame antiottomane: la relazione del 7 novembre 1605 del nunzio Antonio Grimani

L’autore della relazione del 7 novembre 1605 qui pubblicata integralmente è Antonio Grimani, esponente dell’alto patriziato veneto. Figlio di Fulvio e nipote di Giovanni patriarca di Aquileia, Antonio Grimani, nominato vescovo di Torcello nel 1587, era giunto alla guida della nunziatura del Granducato nell’estate del 1605. Al momento dell’incarico, Grimani aveva già avuto precedenti esperienze diplomatiche in veste di ambasciatore di Venezia in Francia e in Belgio. A tali precedenti si era aggiunta poi – da ecclesiastico – la partecipazione alla legazione guidata dal cardinale Alessandro de’ Medici ancora in terra francese nel 1596.

Senza dubbio l’esperienza vissuta al seguito di Alessandro de’ Medici, insieme ai preesistenti rapporti amichevoli sviluppati con Ferdinando, avevano reso la sua designazione alla nunziatura gradita a Firenze. Nel contempo, la nomina di Grimani si inscriveva nella ritrovata sintonia di rapporti tra Roma e Firenze, prodotta dall’avvento al pontificato di Paolo V, rispetto ai non pochi momenti di frizione, che si erano verificati nel corso del papato di Clemente VIII. L’elezione del nuovo pontefice era stata il risultato di una mediazione, che aveva frustrato le candidature avanzate da Pietro Aldobrandini e la linea fortemente personalistica da lui portata avanti nel corso del conclave, fermamente contrastata da parte fiorentina.

La lunga lettera relazione del 7 novembre 1605 prende le mosse dai «sospetti che corrono» tra Spagna e Firenze. In una precedente missiva inviata al cardinal Borghese, segretario di Stato, il 24 ottobre, Grimani aveva segnalato che «si mandano da Napoli a Portolongone sei galere con sei compagnie di fanti», riferendo come il granduca «duole assai questo sospetto di Spagnuoli».