Ripensando la mia Storia. Le ragioni di un percorso #2

Da piccolo giocavo alla Rivoluzione Francese

Da piccolo giocavo alla Rivoluzione francese. Non mi piacevano né il pallone, né le folli corse in bicicletta. Mi piacevano i soldatini, i fumetti e i libri di storia. E della Storia mi piaceva soprattutto la Rivoluzione francese. La nonna, sarta in pensione, mi aveva cucito una giacca a coda di rondine ed un paio di pantaloni al ginocchio che ricordavano l’abbigliamento dei rivoluzionari; una parrucca bianca con boccoli laterali e codino, acquistata in occasione di un carnevale, insieme ad un foulard di mia madre completavano questo artigianale ed infantile abito di scena. Il gioco consisteva soprattutto nell’interpretare, di volta in volta, due tra i principali protagonisti della Rivoluzione: Georges Jacques Danton e Maximilien Robespierre (a tale proposito, ancor oggi, mi domando come riuscissi, allora, a mandare a memoria così facilmente brani interi dei loro discorsi ovviamente tradotti in italiano). A Danton e Robespierre, più in generale alla Rivoluzione, ero arrivato per due strade: la lettura dei volumi La Rivoluzione Francese di Augusto Mignet (traduzione italiana dell’opera Histoire de la Révolution Française depuis 1789 jusqu’eu 1814 di François-Auguste Mignet) e La rivoluzione giacobina, una corposa serie di scritti di autori diversi curata da Umberto Cerroni; la visione, nell’ambito del programma televisivo Sapere, delle cinque puntate di Processo a Robespierre, dove storici di diverso orientamento discutevano animatamente sulla figura dell’Incorruttibile. Eravamo nel 1975-76 e facevo la quinta elementare. Ovviamente l’interpretare Danton e Robespierre presupponeva di conoscere non solo i momenti salienti della Rivoluzione francese, ma anche il messaggio, comunque profondo e sempre attuale, lasciato dalla Rivoluzione stessa: messaggio condensato nel celebre “slogan” Liberté, égalité, fraternité. E in effetti, allora (ma anche oggi, sia pure in modo diverso), mi sembrò facile e naturale trovare nella Rivoluzione tutto ciò che di positivo ci fosse (e/o c’è) nella nostra civiltà occidentale: la libertà dell’uomo, l’uguaglianza dei cittadini al di là delle condizioni sociali, la fraternità o meglio la comune appartenenza ad una dimensione europea ed altro ancora. Perfino uno strumento macabro come la ghigliottina, ideato per rendere veloce la morte, faceva parte di questo insieme di positività, le quali finirono immancabilmente per trasfigurare in senso eroico e romanzesco nondimeno fumettistico la Rivoluzione nel suo insieme ed in particolare le pagine intensamente drammatiche del Terrore, “semplice parentesi” che non inficiava assolutamente il grande significato della Rivoluzione francese, parentesi a cui i personaggi che interpretavo per gioco, Danton e Robespierre appunto, appartenevano a pieno titolo.

Seguirono alcuni anni di oblio connessi al passaggio dall’infanzia dall’adolescenza che videro la nascita di numerosi altri interessi e di nuovi impegni soprattutto in ambito scolastico. La riscoperta della Rivoluzione francese, di Danton e di Robespierre, comunque mai dimenticati, avvenne nel 1983 quando nelle sale cinematografiche italiane uscì il film Danton del regista polacco Andrzej Wajda (1926-2016). E fu la svolta. Tratto dal dramma teatrale L’affare Danton della scrittrice polacca Stanislawa Przybyszweska (1901-1935), il film di Wajda narra sostanzialmente gli ultimi giorni di vita di Georges Jacques Danton, la sua lotta contro Robespierre, l’arresto, il processo e la condanna a morte avvenuta nell’ aprile del 1794 in pieno periodo del Terrore. La pellicola, secondo la critica, si presta ad una duplice lettura: storica e politica. Da un lato la ricostruzione, sia pure con qualche libertà da parte del regista e degli sceneggiatori, dell’episodio storico in sé, in particolare del processo iniquo a cui fu sottoposto Danton; dall’altro lato l’intenzione di mettere a confronto la Francia di fine Settecento sotto il Terrore robespierrista con la Polonia degli anni Ottanta del Novecento sotto il regime militare del generale Wojciech Jaruzelski e più ampiamente con le vicende drammatiche dei paesi dell’Europa dell’Est dominati dall’Unione Sovietica, che si avvaleva dei processi politici per sbarazzarsi degli oppositori. Per tutto il film Danton, interpretato da uno straordinario Gérard Depardieu, sprigiona una forza eccezionale e dimostra un coraggio da leone rivelando insieme una capacità di intuizione che la sua natura passionale, la sua indulgenza e il suo opportunismo non riescono ad offuscare. Egli vuole fermare il Terrore, poiché è convinto che la Rivoluzione, dopo aver abbattuto la monarchia, deve iniziare una fase costruttiva anche perché la Francia ha bisogno urgentemente di pace e di tolleranza. Al contrario Robespierre, interpretato da un altrettanto straordinario Wojciech Psnoniak (attore polacco da noi pressoché sconosciuto), è consumato dalla febbre, combattuto interiormente, austero e monacale, più simbolo della Virtù che sta alla base del suo pensare e del suo operare che uomo in carne ed ossa. Egli vuole proseguire con il Terrore poiché la Rivoluzione ha ancora molti nemici interni ed esterni da annientare e porre fine al Terrore significherebbe determinare il fallimento della Rivoluzione stessa. La visione del Danton di Wajda mi fece conoscere quello che, quasi sicuramente, fu, al di là delle indubbie conquiste positive riassunte nello slogan Libertè, égalité, fraternité, il vero volto della Rivoluzione francese: cruda, terribile, violenta, sanguinosa. Danton e Robespierre mi apparvero allora sotto una luce nuova: non più eroi da romanzo o da fumetto, ma uomini consumati dalla loro passione politica, dalla loro ambizione e alla fine travolti dagli avvenimenti che pure essi stessi avevano contribuito grandemente a mettere in moto. Partendo proprio dal film incominciai allora a indagare, attraverso la successiva lettura di numerosi studi monografici (quelli di Albert Mathiez e di Albert Soboul in primis), la vita e le vicende di questi due personaggi che mi apparvero opposti e nello stesso tempo complementari, entrambi, pur nei loro limiti e nei loro errori anche terribili, comunque maestri, in linea di principio ed in linea effettiva, di storia e di vita anche e soprattutto oltre la loro dimensione storica di appartenenza. In senso sia pure molto lato ha ragione Danton quando dice che si può benissimo essere dei rivoluzionari pur conducendo una vita normale, ma ha ragione anche Robespierre quando dice che per essere dei rivoluzionari occorre avere molta forza e molto vigore; ha ragione Danton quando dice che certe misure eccezionali sono soltanto una necessità temporanea, ma ha ragione anche Robespierre quando dice che non bisogna mai abbassare la guardia; ha ragione Danton quando difende la libertà di coscienza, ma ha ragione anche Robespierre quando dice che per fare la rivoluzione occorre avere idee chiare e condivise.

E dopo aver visto (non una, ma diverse altre volte) il film di Wajda, maturai anche una nuova idea della Rivoluzione francese: sicuramente un avvenimento epocale, una tappa fondamentale della Storia, un complesso di grandi positività sia pure pagate ad un prezzo molto alto, ma anche e soprattutto, e lo stesso slogan Liberté, égalité, fraternité lo dice a chiare lettere al di là di ogni possibile retorica, momento dove la nostra moderna civiltà politica, economica, etica, sociale e culturale è nata e poi cresciuta, come tutte le creature del mondo, tra bene e male, gioie e dolori, salute e malattie, vittorie e sconfitte.

 

Giancarlo FERRARIS

 

Locandina del film di Andrzej Wajda