Anime-Yamada-Voce

La forma della voce (Naoko Yamada, Giappone 2016)

ABSTRACT

La Forma della voce è un Anime uscito nel 2016 in Giappone. Partendo come una denuncia del bullismo giovanile, il film di Yamada si rivela un ritratto sulla difficoltà dell’esistere in una società tardo moderna e sempre più parcellizzata, quella dove ciò che fin a pochi decenni fa, come ben ha ricordato René Kaës, era percepito come un disagio, ha sempre di più assunto l’aspetto di un vero e proprio “malessere”; un malessere che colpisce le fondamenta stesse dei legami sociali tra gli individui, dei processi di soggettivazione e in questo, quindi, della stessa costruzione di una identità personale criticamente matura e consapevole. Una società, quindi, dove gli individui, rispetto alla modernità, sono sempre meno “soggetti”. Le difficoltà dei giovani messe in scena ne La Forma della voce – acuiti, nella tarda modernità, dalla messa in crisi dei rapporti intergenerazionali e familiari – diventano, quindi, lo specchio di una crisi ben più profonda; quella di una società, pervasa da una comunicazione totale e totalizzante, che sembra (ancora) non riuscita a trasformare il proprio epocale cambiamento – la quarta rivoluzione industriale, quella informatica e/o dell’internet delle cose, e quella dell’economicizzazione totale della sfera dell’umano portata avanti dall’invisibile ideologia neoliberale – in una reale prospettiva culturale e autenticamente “sociale”. Perché senza una vera dialettica che possa rendere ragione, senza limitarsi a giustapporli, di un individualismo scatenato e di una coesione sociale che si pretende essere determinata, “migliorata” e “augmented” da una ubiqua e pervasiva, inaggirabile, comunicazione digitale, il risultato rischia di essere un processo, quello della società, “senza soggetto”, e nella quale, società, si sta insieme soltanto stando da soli.

La forma della voce: trailer

 

Shoya Ishida è uno studente delle elementari, e insieme ad altri compagni passa il proprio tempo a fare scherzi di cattivo gusto ed a bullizzare altri studenti, spesso nell’indifferenza dei compagni. Un giorno nella sua classe arriva una ragazza sorda, Shoko Nishimiya, la quale, passati i primi giorni i cui viene accolta con “curiosità” e benevolenza, comincia, ogni giorno di più, ad essere emarginata, per diventare infine il bersaglio preferito delle angherie di Ishida e dei suoi compagni, che, in una escalation di malignità, la costringono a ritirarsi dalla scuola. Questo, però, va a danno di Ishida e della sua classe, perché nel tentativo di far emergere i responsabili, i vari compagni, ognuno più o meno complice, decidono di scaricare tutte le colpe sul solo Ishida, che da lì in poi non solo si ritroverà emarginato, esposto all’infamia di bullismo, ma diventerà a sua volta soggetto di ripetute prepotenze. E non finisce qui, perché le “amicizie” nella classe, fin lì costruite su di una logica superficiale – unicamente basate da una parte sullo scherno e la derisione, dall’altra sulla paura e la prevaricazione dell’uno sull’altro – si cominciano a sfaldare, prendendo ognuna strade diverse. Qualche anno più tardi, Ishida oramai quasi maggiorenne e alle scuole superiori, vive un’esistenza solitaria, senza amici e nella paura di qualsiasi relazione, al punto da pensare in più di un’occasione, al suicidio. Ma l’incontro, dopo tanti anni, con Shoko innesca una serie di eventi che porterà Ishida, ma anche altri compagni, a doversi finalmente confrontare non solo con il proprio passato, ma anche con se stessi e con cosa si è diventati, per così riuscire a trovare una bussola per orientarsi nella mappa del mondo.

 

Voce-Yamada-Bullismo

La Forma della voce necessita di una premessa: non è un film sul bullismo. O quantomeno, non solo. La Forma della voce, invece, è una delicata rappresentazione della fatica dell’esistere, quella difficoltà che talvolta può assumere l’aspetto di una colpa, quando lo stesso vivere può diventare un peccato. In questo, La forma della voce sembra curiosamente condividere molto con l’altro fenomeno mediatico, ma del 2017, cioè la prima stagione di 13 Reasons Why, poiché anche in questo caso la tematica del bullismo diventa un pretesto, il caso particolare per narrare qualcosa di più complesso ed universale; ad esempio, nel caso del serial statunitense, i paradossi della comunicazione in una società tardo moderna, digitalizzata ed iperconnessa, i quali peraltro e per più di un rispetto innervano anche molti aspetti de La forma della voce.

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La forma della voce, però, non scivola mai nell’eccesso di sensazionalismo-shock che pervade la prima stagione di 13 Reasons Why (ed in particolare gli ultimi episodi), e che, paradossalmente, arriva a depotenziarne il fin lì perfetto meccanismo narratologico, facendo così perdere mordente a quanto raccontato nella prima parte.

Al contrario, Naoko Yamada sceglie di procedere per sottrazione ed attraverso un processo inverso. Ad una primissima parte, in cui il rischio di cadere nella trappola del film a tema sembra essere sempre dietro l’angolo, la giovane regista fa seguire tutta una serie di dislocamenti narrativi che riconfigurano continuamente il focus dell’anime, modificandone il senso ad ogni nuova ristrutturazione del contesto, per così continuamente approfondirlo ed ampliarlo. L’autrice, allora, è in grado di donare allo spettatore un mondo più reale del reale, quello dove a un problema non sempre esiste un’unica soluzione possibile, bensì, a seconda della configurazione dei rapporti, ogni volta diverse in rispetto all’intrigo nel quale le relazioni tra i protagonisti si vanno ad annodare, appunto il loro contesto. Un mondo da intendersi, si potrebbe dire, come sistemico, e dove anche il paradosso e le contraddizioni non sono elementi estrinseci alla vita che devono essere eliminati, evitati o nascosti, bensì fattori che talvolta diventano costitutivi, strutturali, della stessa esperienza del reale, della sua sempre cangiante costruzione e ristrutturazione; aspetti, quindi, che vanno non soltanto affrontati, ma osservati da altri punti di vista, per magari, in questo modo, comprenderli diversamente, ed in questo condividerli e, perché no, talvolta anche farli propri.

Ne La forma della voce, quindi, della questione in oggetto – la psicologia di persone reduci di un evento dal quale sono uscite tutte sconfitte – non sembra esserci un’unica verità, bensì verità sempre contingenti, spesso autoreferenziali, quelle che continuamente si generano, significano nel loro gruppo di riferimento, nello scambio simbolico tra i ragazzi coinvolti, e che per questo sono sempre “verità” dinamiche, aperte ad un continuo farsi e disfarsi. È in questo senso, allora, che le “soluzioni” appaiono sempre reciprocamente funzionali alle alleanze inconsce che si sono andate formando nel gruppo ed alla trama delle loro esperienze, appunto autoreferenziali per rispetto al gioco comunicativo, linguistico, messo in atto; un gioco che sempre abbisogna di una visione perspicua, quella, come dicevamo poc’anzi, in grado di stare dentro e fuori al contingente, per toccare, riordinare e guardare le cose attraverso connessioni sempre differenti.

Per questa ragione Naoko Yamada sembra mettere in scena il necessario rincontrarsi, confrontarsi e scontrarsi dei ragazzi, poiché la “soluzione” – spesso essendo “impossibile” per un osservatore totalmente altro, come possono essere alcune istituzioni, vorrebbe calare dall’alto una risposta preconfezionata, come fosse una regola adatta per tutte le situazioni – è sempre in riferimento al loro sistema relazionale e si può risolverla (quando è possibile) solo attraverso un confronto interno allo stesso gruppo o, tutt’al più, nell’entrare, il gruppo, in risonanza (o anche dissonanza) con i rispettivi riferimenti familiari, e con le loro ulteriori e sempre correlative verità relazionali.

Ed è così che ne La forma della voce nessuno appare essere realmente senza “colpa”, categoria, come altre, che in un contesto così fatto diventano sempre più sfuggenti, equivoche: né i ragazzi – e sì, neanche la stessa Shoko Nishimiya – né i genitori, né il sistema scolastico, come neanche quello sociale, ed ognuno, in fondo, porta sempre con sé il proprio inferno. In questo senso, talvolta può accadere che anche il personaggio più “sgradevole” si trovi a svolgere un ruolo decisivo nella risoluzione del “conflitto”, per, e proprio nella sua sgradevolezza, fungere da regolatore dell’equilibrio complessivo. Non pensiamo, qui, al giovanissimo Ishida, ma, piuttosto, a Naoka Ueno, l’unica tra i compagni che, nel tempo e nelle ulteriori relazioni gruppali intrattenute, mostra di non essere minimamente cambiata.

Ne La forma della voce, quindi, anche il perdono assume i tratti non del tutto convenzionali, quelli per i quali in un insieme d’interrelazioni complesse com’è la vita, chiedere e ricevere il perdono talvolta può non essere sufficiente, soprattutto se, prima, non si è stati capaci di perdonare sé stessi.

Solo allora, forse, si potrà (ri)cominciare a confrontarsi con l’altro, incontrarlo attraverso quella che forse è tra le prime forme della voce che impariamo a conoscere e che ci significano: lo sguardo. Perché – così evidenziano anche alcune delle particolari soluzioni visive escogitate sì affascinanti ed intrise di Japaneseness, anche se talvolta un po’ troppo scoperte – cos’è che ci rende estranei, anche a noi stessi, se non vivere nell’incapacità di incrociare lo sguardo, il volto altrui ed essere impossibilitati a scoprire che gli altri non sono (di per sé) un nemico di cui aver paura, non sono, come ebbe a dire Sartre, l’inferno? Anche solo perché, come mostra proprio la Forma della Voce quand’anche ci fosse un inferno, questo non sarebbe l’altro, ma noi stessi, la nostra “solitudine” (per riprendere, qui, l’Eliot di The Cocktail Party).

Pian piano Ishida, Nishimiya e gli altri comprendono che essere esposti al prossimo – approssimarlo anche al di là di ogni esperienza della prossimità, della mera vicinanza sensibile e di ogni contatto – non è mai un castigo o una minaccia, ma un dono, forse il più difficile da accettare e faticoso da maneggiare, perché – mettendoci di fronte a quella nostra originaria, illimitata responsabilità, cioè l’essere inevitabilmente ostaggio dell’altro – è il solo che ci permette di vivere la vita malgrado la vita; una vita, cioè, in cui l’altro, il prossimo, è sempre annidato nelle profondità del nostro cuore, per così sorprenderci, come in una improvvisa trafittura, nello scoprire di averlo in sé malgrado sé. Perché è solo nell’affidarsi, nell’aver fiducia nell’altro nonostante tutto ci dica del contrario, che si può arrivare a scoprire come un problema personale o un dolore “privato” (il mio, il tuo, il suo, il nostro od il loro) può trasformarsi in una risorsa condivisa.

Il finale de La Forma della voce, infatti, cos’altro sembra dirci, cosa ci dicono quelle lacrime di Ishida – nel suo quasi letterale abbandonarsi alla nudità dell’esistere, quando finalmente smetterà di pensare e comincerà a vedere, osservare, vedrà (cioè comprenderà) di non vedere, ascolterà di non ascoltare – se non appunto del coraggio di esporsi all’altro, della gioia per il dolore della responsabilità, la sola cosa che ci permette di sentirci autenticamente umani e ci consente di convivere con l’unica irredimibile “colpa”, l’unico “debito” che nessuno può, e dovrebbe, estinguere: non amare mai abbastanza.