Ignazio Veca, Il mito di Pio IX. Storia di un papa liberale e nazionale, Viella, 2018

La storia del mythos – secondo quanto già spiegato da G. W. Most (1999) – racchiude un lungo percorso che nasce dal concetto di logos (racconto/discorso) sino alla connotazione “irrazionale” derivante dalla sua elaborazione. Una riflessione concettuale, questa, che Ignazio Veca sembra seguire fin troppo bene, tanto da porla alla base del suo studio, indirizzato all’interpretazione del mito di Pio IX e di quel primo triennio del suo lungo pontificato. Un periodo, che secondo gli schemi della storiografia tradizionale, sempre è stato definito come una parentesi “liberale” – un’anomalia nel reazionario percorso di papa Mastai Ferretti – e a cui poco si è tentato di rispondere. Un’eccezione piuttosto accettata sulla base di una pluralità di caratteri riflessi dalle voci dei contemporanei e dei posteri. Saremmo di fronte, cioè, ad una storiografica che troppo poco sembra essersi occupata, invece, del portato emozionale che le parole, i gesti, le immagini di quel triennio hanno saputo determinare negli animi e nelle divergenti aspettative di coloro che unirono la loro voce nel grido di Viva Pio Nono. Uno studio, questo presentato da Veca, che si propone di far breccia all’interno di questo fronte storiografico – pur tenuto in conto e attentamente ponderato – seguendo le tappe di costruzione di tale «mito», nel tentativo di andare «oltre», di superare, cioè, la cosiddetta tesi della parentesi, il mito di un papa liberale e nazionale.

L’intento dell’Autore appare chiaro sin dalla sua introduzione. Egli afferma come occorra «abbandonare la secca alternativa tra un Pio IX ‘liberale’ e un Pio IX ‘illiberale’» poiché l’anomalia del primo Mastai Ferretti, rispetto al tessuto sostanzialmente reazionario del suo pontificato, non rappresenterebbe una parentesi bensì un «fenomeno» che «ebbe radici ben salde nel proprio tempo e nelle culture che lo forgiarono» [pp. 13-14]. Ciò appare, senza ombra di dubbio, il portato originale di questo libro, il suo valore storiografico, condivisibile o meno da parte degli storici, ma certamente costruttivo, nella sua dinamica e proposizione.

Dalle origini della espressione mito di Pio IX sino alla sua ricostruzione l’Autore intesse la sua narrazione storica con la finalità di discutere il suo personale “tentativo”, aprendo la strada ad una categoria interpretativa nuova, quella dell’investimento emotivo, con l’obiettivo di «sondare i confini del fenomeno e comprenderne le cause» [p. 17].

Tale scelta metodologica si riflette nella struttura che compone il testo. Seppur possiamo individuare un percorso cronologico – che potremmo includere entro l’analisi di due testi riconosciuti come fondamentali, cioè quello dell’amnistia del 16 luglio 1846 [cap. 1] e quello dell’allocuzione del 20 aprile 1849 [cap. 7], – il tessuto narrativo segue piuttosto le varie prospettive attraverso cui è possibile ricollocare gli eventi che suscitarono tale investimento emotivo sulla persona del pontefice e su ciò che egli rappresentava per Roma e per l’Italia intera. Una direzione determinata dalle divergenze politiche e geopolitiche, dalle differenti prospettive risorgimentali, osservate attraverso un’abile tessitura di fonti tipologicamente variegate e con l’ausilio di una sezione di preziosi documenti iconografici, puntualmente segnalati, descritti e calati nel contesto, a supporto di una semantica della rappresentazione.

Il punto di partenza non avrebbe potuto che essere il testo dell’amnistia dell’estate del ‘46, capace d’incendiare gli animi verso la persona del nuovo pontefice, con il simbolico portato che l’azione del perdonare poteva generare in coloro che erano stati duramente colpiti dalla precedente reazione gregoriana. Una cultura che dal gesto del perdono si apriva verso l’aspettativa di riforme invocate e necessarie. Una attesa che avrebbe di fatto delineato i caratteri di quel periodo e della sua costruzione, quella fabbrica del mito [cap. 2] che l’Autore connota con tre parole chiave, capaci di scandirne i tempi e gli aspetti: riforme, comunicazione, immagine.

La rappresentatività del mito, fra coloro che se ne lasciarono coinvolgere oppure negli sguardi lanciati da oltre i confini temporali del papato o della penisola italiana, viene filtrata attraverso l’espressione letteraria, vignettistica, propagandistica che dai documenti analizzati permette al lettore di indirizzare lo sguardo verso interpretazioni e sovra interpretazioni [cap. 3].

Il testo di Veca pone sulla scena una serie di attori che dalle differenti prospettive intervengono nella formazione dell’opinione sul pontefice: dal fronte liberale con Massimo D’Azeglio, François Guizot, a quello repubblicano rappresentato da Giuseppe Mazzini e dal suo tentativo di sondare le effettive ragioni di Pio IX nelle possibilità di un’apertura al processo unitario-repubblicano, sin da subito smentito dallo stesso pontefice; dai cattolici più o meno intransigenti che vedevano in Pio IX un segno divino – come Félicité de Lamennais, Jean-Baptiste Henri Lacordaire, oppure Frédéric Ozanam – al ruolo ricoperto da Gioberti nella sua prospettiva neoguelfa; sino addirittura giungere ad una lettura millenaristica, dove Pio IX, nelle vesti di papa angelico, sembrava incarnare i medievali vaticini di un Gioachino da Fiore. L’Autore opera così un processo di scomposizione delle varie interpretazioni al fine di mostrare come ciascun personaggio, a contatto con il fenomeno di Pio IX, rifletta le proprie interpretazioni, sovente ritagliate sulla base di opinioni e aspettative personali. Una pluralità di rappresentazioni capace però di determinare la linea politica intrapresa dallo stesso pontefice e dalla Santa Sede. Una strategia piuttosto ambivalente e poco chiara, ma efficace vettore per la costruzione del mito.

Ad esempio, la realtà diffusa dei banchetti liberali, i viva Pio IX e gli inni sostenuti non solo da una viva retorica trionfale, ma anche da coloro che da quelle misure riformiste auspicavano gli esiti più necessari (apertura alla partecipazione laica nel governo papale; realizzazione del sogno neoguelfo; emancipazione degli ebrei etc.) facevano da sfondo ad una stagione intensa di riforme e aperture in cui si sarebbero costruite le forme dell’espressione e della sovversione [cap. 4].

Se però, la ricostruzione del momento “liberale” di Pio IX non poteva che procedere dal perdono, la lettura che l’autore propone per l’esito di tale periodo è certamente quella più significativa dal punto di vista storiografico. L’attenzione dedicata all’allocuzione papale del 20 aprile del 1849 rispetto a quella più celebre del 29 aprile dell’anno precedente, appare infatti essere l’aspetto più innovativo dello studio di Veca. La Quibus quantisque della primavera del ’49 sarebbe stata per l’Autore «uno straordinario esempio di ricostruzione degli eventi da parte del loro protagonista, nell’esplicito proposito di fornire una lettura orientata alla loro normalizzazione: un impasto di costruzione della memoria e giudizio sul passato prossimo che risultava inevitabilmente selettivo» (p. 246). Un testo – quello della Quibus quantisque – molto più definito dell’allocuzione dell’anno precedente, con cui Pio IX – seppur poneva a tacere ogni equivoco sulla presunta voce di una crociata per l’Italia, stimolata dalla sua precedente benedizione – non aveva in definitiva posto fine ai numerosi equivoci che circolavano attorno alla sua persona. Molto più di quella di allora (29 aprile 1848), l’allocuzione papale del ‘49, quando ormai la decisione francese di inviare il corpo di spedizione contro la Repubblica romana democratica era già stata presa, raffigurerebbe il passaggio definitivo tra la costruzione del mito e il generarsi di una biforcazione successiva fra anti-mito e «nuova devozione» per un papa ormai lontano dal Quirinale e “prigioniero” in Vaticano.

Uno studio – questo pubblicato per Viella e già vincitore del premio Sissco Opera prima (2019) – che possiamo definire innovativo, per gli aspetti sottolineati, per la prospettiva storiografica, per la ricerca di una metodologia e una concezione nuova, proposta con vigore e coerenza. Tuttavia, un rischio lo corre e cioè quello di suscitare forse troppe divagazioni interpretative, che se da un lato gettano una luce nuova sulle riforme intraprese da Pio IX dall’altro finiscono per complicarne la lettura storica stessa, rischiando di non essere sufficienti al superamento della questione storiografica classica, pur – secondo le parole stesse dell’autore – garantendone l’inversione dei termini.

Ma al di là di questa breve considerazione, non si può dimenticare come un libro che costruisce qualcosa di nuovo, che si pone come proposta e non ri-proposta, pur con tutti i suoi limiti, rimanga sempre, per lo storico, un libro necessario. Tale è il libro di Ignazio Veca.