L’Italia e la Libia nel secondo dopoguerra nella penna di un diplomatico liberal-conservatore

Il libro curato da Luciano Monzali (Roberto Gaja, Console in Libia 1949-1952, Piccola Biblioteca di Nuova Rivista Storica – Società Editrice Dante Alighieri) si inserisce appieno nel filone di ricerca storica incentrato sullo studio delle biografie delle più importanti personalità del mondo diplomatico dell’Italia repubblicana che il prolifico docente modenese ha sviluppato negli ultimi anni. Dopo avere dedicato due monografie alle figure di Mario Toscano e Roberto Ducci, l’autore si cimenta con il profilo biografico di Roberto Gaja, un altro dei protagonisti assoluti della politica estera italiana tra la fine della guerra e gli anni Settanta. Le pagine di questo volume si sforzano di ripercorrere e di analizzare alcuni dei momenti più importanti del percorso professionale del diplomatico torinese, che vennero a coincidere con alcune delle pagine decisive della storia della Prima Repubblica.

Roberto Gaja era un borghese liberale conservatore, legato ai valori militari e alla tradizione diplomatica del Regno sabaudo, che sempre si sforzò di coniugare i propri imperativi etici con le esigenze della Repubblica italiana. La prima parte del volume è dunque costituita da una attenta ricostruzione delle vicende centrali della vita di Gaja, dagli anni della sua formazione alla scomparsa, avvenuta nel 1992, a causa delle complicazioni di una bronchite contratta nel corso di un viaggio in Svizzera. Pur sottolineando di rinunciare alla pretesa di scrivere una sua puntuale biografia, l’autore, dopo avere raccontato gli anni degli esordi nella Carriera durante il ventennio fascista, si sforza di tratteggiare l’azione e le opinioni di Roberto Gaja a proposito delle principali vicende dell’Italia repubblicana. Nel corso del Ventennio Gaja, a differenza del suo futuro amico e rivale Roberto Ducci, non si mise particolarmente in evidenza, mentre iniziò a dare prova delle sue doti, della determinazione e del coraggio che lo contraddistinsero per tutta la carriera, proprio dopo l’8 settembre 1943. Dopo la scelta di rimanere fedele al Re e a Badoglio, egli fu tra i protagonisti della difficile opera di ricostruzione della diplomazia italiana negli anni 1944-1945 che venne avviata sotto gli auspici del segretario generale del Ministero degli Affari Esteri Renato Prunas.

Il Cavaliere della diplomazia italiana, così come viene definito dall’autore, venne inviato a Vienna tra il 1946 e il 1947, dove ricoprì l’incarico di capo della Rappresentanza politica italiana e contribuì in prima persona al perfezionamento dell’accordo De Gasperi-Gruber. In seguito, Gaja venne mandato a Trieste, dove lavorò fino all’estate del 1949 con la Missione italiana presso il Governo militare alleato, osservando da vicino la formulazione della dichiarazione tripartita e lo scisma tra Belgrado e Mosca. Il primo rilevante incarico ricoperto da Gaja fu quello di console e capo della missione italiana a Tripoli dal 1949 al 1952, anni durante i quali dette prova non solo di intelligenza e di qualità politiche, ma anche di essere un amministratore rigoroso per conto del governo di Roma. Gaja gestì la comunità italiana in Libia durante la transizione verso l’indipendenza libica, favorendo la nascita di buoni rapporti tra l’Italia e la monarchia dei Senussi e, dunque, creando i presupposti per il miglioramento delle posizioni italiane in quel paese dopo l’esperienza negativa del fascismo. Terminata la sua esperienza in Libia, Gaja fu dapprima nominato primo consigliere presso la sede di Parigi, retta da Quaroni e, successivamente, dopo essere stato osteggiato a Roma dai ‘Mau Mau’, venne inviato come ministro plenipotenziario nella sede secondaria di Sofia nel 1958.

Durante questo periodo in Bulgaria, Roberto Gaja approfondì la propria conoscenza delle dinamiche e della logica della politica mondiale, studiando la politica balcanica e sovietica, e creando in questo modo i presupposti per l’incidenza del proprio operato in ambito internazionale. Come viene attentamente osservato da Monzali, uno degli ambiti di maggiore interesse per il diplomatico piemontese era costituito dal tema degli armamenti nucleari. Per Gaja il disarmo, l’ipotesi di una rinuncia volontaria da parte degli Stati alle armi nucleari era semplicemente irrealizzabile, e sosteneva invece che Stati come l’Italia dimostravano scarsa consapevolezza dell’impatto dell’energia nucleare sulla vita politica mondiale. Tali convinzioni furono sempre al centro del pensiero e dell’azione del diplomatico italiano che venne nominato dal ministro degli Esteri Giuseppe Saragat direttore generale degli Affari Politici nel settembre del 1964, incarico che ricoprì fino al 1970 quando divenne segretario generale, carica che conservò fino al 1975.

Luciano Monzali racconta come tra il 1964 e il 1975 Gaja, ebbe un ruolo centrale nella politica estera dell’Italia repubblicana, diventando uno dei protagonisti della formulazione della politica dei governi del centro-sinistra, malgrado politicamente egli fosse identificabile come un liberale conservatore.

In quegli anni Gaja, assieme a Mario Toscano, contribuì a rendere concreta la politica del Presidente del Consiglio Aldo Moro nei confronti del problema altoatesino, dimostrando di fatto una abilità che gli valse la stima e l’apprezzamento della classe dirigente italiana, che ne poté apprezzare l’abilità e la concretezza nel portare a soluzione questioni delicate come quella relativa all’Alto Adige, come di fatto avvenne nel 1969 grazie all’accordo Moro-Waldheim. Ma fu soprattutto sul tema delle armi nucleari che Gaja concentrò le proprie energie a metà degli anni Sessanta. Il segretario generale convinse i leader del centro-sinistra che non era possibile accettare passivamente il trattato americano-sovietico di non proliferazione, poiché in questo modo non soltanto non sarebbe stato garantito in alcun modo il disarmo, ma sarebbe aumentato il grado di subalternità delle potenze non nucleari e dell’Europa in primis.

La collaborazione tra Moro e Gaja si intensificò negli anni in cui il primo fu alla guida della Farnesina, anni in cui il segretario generale del Ministero degli Affari Esteri fu uno degli uomini di fiducia dello statista pugliese per quanto concerneva gli affari internazionali. D’altra parte, lo statista pugliese incarnava per Gaja il ruolo di custode della dignità politica internazionale dell’Italia e di interprete operativo delle aspettative del popolo italiano al fine di consolidarne la posizione in ambito internazionale. Roberto Gaja sostenne lo sforzo moroteo di chiudere i contenziosi internazionali con la Jugoslavia e l’Austria, l’impegno a rilanciare l’afflato comunitario e, soprattutto, contribuì a disinnescare le minacce poste dal radicalismo arabo dalla Libia alla Palestina. A mettere in crisi i rapporti tra la dirigenza democristiana e Roberto Gaja fu tuttavia la politica del compromesso storico. Secondo la ricostruzione compiuta da Monzali, il rapporto tra Aldo Moro e Gaja entrò in crisi proprio a partire dal 1974 a causa della politica di avvicinamento al PCI promossa dal leader democristiano. L’incomprensione tra i due era determinata dal fatto che, a differenza di Moro, Gaja considerava il PCI e, in generale, i comunisti responsabili del clima di violenza politica in Italia, e che dunque non era solo la destra estremista a essere fonte di destabilizzazione per il Paese. Da questa consapevolezza muoveva Gaja quando condannava il compromesso storico e, con esso, i sacrifici imposti all’Italia da quella “rivoluzione strisciante”, che influenzò, ad esempio, il modo in cui venne risolto definitivamente il contenzioso con la Jugoslavia di Tito. La tensione tra la classe dirigente democristiana e Gaja ebbe infine un’ulteriore manifestazione in occasione della ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare, ratifica che avvenne nella primavera del 1975 con un’ampia maggioranza parlamentare, ma che venne contestata da Gaja, il quale non accettava la costituzione di un club ristretto di potenze nucleari e accusava il TNP di avere inibito il processo di integrazione economica europea creando anche nell’Europa occidentale una disparità oggettiva tra le potenze nucleari, Francia e Gran Bretagna, e le potenze prive di armi atomiche. Luciano Monzali ripercorre dunque l’ultima fase della carriera di Gaja: dopo le tensioni con la DC il diplomatico piemontese venne inviato a capo della sede diplomatica a Washington, dove nel 1978 concluderà la sua prestigiosa carriera diplomatica, prima di dedicarsi, sempre con enorme dedizione e grande lucidità analitica, all’attività di storico e pubblicista, in particolare con la preziosa opera intitolata L’Italia nel mondo bipolare, attraverso la quale Gaja ripercorre le tappe più significative della politica estera italiana del secondo dopoguerra, soffermandosi anche sulla involuzione imposta dal crollo della Repubblica dei partiti.

La seconda parte del volume curato da Monzali ospita un lungo rapporto scritto da Roberto Gaja alla fine della sua esperienza come Console in Libia, datato 11 maggio 1953 e intitolato Considerazioni sulla missione del Console con particolare riguardo alla situazione in Tripolitania negli anni 1949-1952. Attraverso questo documento l’allora console a Tripoli mise in guardia la classe dirigente italiana dal replicare in qualsiasi maniera gli errori compiuti dal fascismo, soprattutto per consentire all’Italia democratica di costruire un sereno rapporto di amicizia con il nuovo regime libico. In modo particolare, Gaja sottolineava con forza quelli che erano i limiti della visione ideologica e strumentale della comunità italiana in Libia, che Mussolini aveva tentato di usare in termini di consenso interno e di politica internazionale. La nuova Italia, sfruttando l’attività dei diplomatici, doveva invece sviluppare con le comunità di cittadini all’estero un rapporto pragmatico, fondato su una politica di assimilazione al fine di garantire lo sviluppo dei rapporti cordiali con i paesi ospitanti.

Luciano Monzali ci offre dunque un ritratto affascinante di un lucido testimone e protagonista della storia repubblicana italiana, una personalità che, riuscendo anche ad andare oltre la difficile coesistenza politica con i governi del centro-sinistra, seppe innovare e offrire contributi decisivi alla politica estera italiana di quegli anni.