Lorenzo Posocco, Siniša Malešević, Grounded Nationalisms. A Sociological Analysis, Cambridge, Cambridge University Press, 2019

«L’obiettivo principale di questo libro è di spiegare perché il nazionalismo rimane la più forte ideologia dell’età moderna». Così scrive Siniša Malešević, uno dei più prolifici studiosi del nazionalismo degli ultimi anni (Malešević 2004, 2010, 2011, 2012, 2013, 2017), nell’introduzione del suo ultimo libro, pubblicato nel 2019 da Cambridge University Press. Malešević è ordinario alla School of Sociology dell’Università di Dublino (UCD), associato al Conservatoire national des arts et métiers (CNAM) di Parigi, e professore aggiunto alla National University of Ireland, a Galway.  È un membro della Royal Irish Academy e dell’Academia Europaea. I suoi studi riguardano questioni legate all’etnicità, al nazionalismo, alle ideologie, alla guerra e alla violenza.

In Grounded Nationalisms, Malešević contribuisce ad arricchire un già importante corpo di studi sul nazionalismo, inserendosi all’interno di alcuni dei più pressanti dibattiti che lo costituiscono. Tra questi, la nazione come entità moderna o pre-moderna, stati-nazione e nazionalismo nell’età degli imperi, nazionalismo in tempi di globalizzazione, nazionalismo e stato, nazionalismo e conflitti.

Il libro in questione si compone di undici capitoli collegati da un filo conduttore: il nazionalismo deve la sua forza al suo essere fondato e sedimentato (da qui il termine grounded) a tutti i livelli della società. La sua forza ideologica ed organizzativa è radicata nello stato e nella politica ma anche nella società civile, nelle corporazioni, nelle organizzazioni non governative come anche nelle forme di parentela ed amicizia, dunque nelle micro-interazioni tra individui. Questa pervasività, per Malešević, raggiunge il suo culmine soltanto nel ventesimo secolo, quando l’ideologia nazionalista è stata capace di permeare la società globale, al punto che per molti la nazione rimane una delle forme primarie d’identità. Dunque, le domande alla base di questo suo nuovo lavoro sono: com’è possibile che il nazionalismo si sia dimostrato una forza talmente potente, multiforme, e duratura? Perché lo stato-nazione è diventato il modello primario di organizzazione sociale e politica degli ultimi duecento anni? (Malešević, 2019: 18).

Per rispondere, Malešević introduce quattro concetti fondamentali che rendono il suo lavoro altamente e genuinamente innovativo: la capacità organizzativa (organizational capacity), la penetrazione ideologica (ideological penetration), lo sviluppo di micro-solidarietà (envelopment of micro-solidarity), e la fondazione storica (historical grounding of nationalism). Questi quattro concetti determinano quattro elementi fondativi (groundness) della sua teoria. È dando un nome ai diversi passaggi, che per Malešević compongono la natura e l’evoluzione storica del nazionalismo, che questo libro propone non soltanto l’esemplificazione di processi ancora poco conosciuti, ma si dimostra uno strumento utile a storici, sociologi, politologi, e chiunque approcci allo studio del nazionalismo e dello stato-nazione.

Il dato storico, in particolare, svolge un ruolo portante nell’opera di Malešević, che intitola il secondo capitolo Grounded Nationalisms and the Sociology of the Long Run. La long run è inglese per longue durée, nota espressione della scuola delle Annales e grande protagonista della Méditerranée di Braudel. È proprio usando un approccio di lunga durata che Malešević sviluppa la struttura teorica del suo lavoro. Il nazionalismo, infatti, non nasce dal nulla, ma è historically grounded – nel senso che una volta concettualizzato si espande proliferando in diverse direzioni, nello spazio e nel tempo. È nel ricercare la sua fondazione e sviluppo nella storia – cosa tutt’altro che semplice – che Malešević rivela come pratiche di uso universale, come quelle nazionaliste erano, non molto tempo fa, relegate in spazi assolutamente più limitati.

Inizialmente, scrive Malešević, il nazionalismo cattura le menti degli intellettuali, lo strato abbiente e le elites politiche, economiche e culturali. Gradualmente incorpora altri gruppi sociali, le classi medie, gli organi burocratici dello stato, esercito, polizia, lavoratori, contadini, e così via. Malešević tratta questi processi di lungo periodo facendosi largo tra due grandi pilastri del nazionalismo, le teorie moderniste che fanno capo a Ernest Gellner (1983) (ma anche a Benedict Anderson e Eric Hobsbawm) e quelle etnosimboliste il cui elemento più eminente rimane Anthony D. Smith (1998; 2009), analizzando e criticando entrambe con raro acume, proponendo un modello modernista alternativo radicato anch’esso nella lunga durata, come fanno gli etnosimbolisti, ma costituito da diversi fattori fondativi. Questi fattori, che Malešević identifica nella capacità organizzativa del nazionalismo (Organizational Capacity), nella penetrazione ideologica (Ideological Penetration), e nell’universo micro-interazionale , in particolare riferito alla solidarietà del nazionalismo (Envelopment of micro-solidarity), sono un importante contributo alle teorie esistenti.

Secondo Malešević, il nazionalismo s’installa in un forte sistema di organizzazione sociale preesistente, sfruttando la crescita e l’espansione del potere organizzativo (organizational capacity). L’autore sottolinea come inizialmente le dottrine nazionaliste erano di piccola entità, dipendenti da organizzazioni relativamente limitate: esempi sono le società dei Carbonari italiani, la Carbonaria portoghese, o il Comitato di Unione e Progresso turco. È nel legarsi allo stato che la capacità organizzativa del nazionalismo cresce considerevolmente. In particolare, lo stato investe in infrastrutture, trasporti, reti di comunicazione, nel controllo di confini, risorse e tassazione, e fa uso di una crescente burocrazia, apparati giuridici, militari, e polizia che gli garantiscono grande controllo sulla popolazione. Questi elementi rinforzano lo stato, e con esso il nazionalismo che vi si lega. L’uniformità nazionale, la crescita e l’espansione dei nazionalismi, per Malešević, è raggiungibile anche e soprattutto grazie a questa forte capacità organizzativa della vita sociale.

Il secondo punto riguarda la penetrazione ideologica del nazionalismo. L’autore sottolinea il legame tra ideologia e capacità organizzativa, che rende il nazionalismo una forza pervasiva e globale. Non tutte le ideologie offrono grandi prospettive di liberazione collettiva e di emancipazione. Il nazionalismo è una di queste, in particolare facendo propri i grandi principi di emancipazione, giustizia, libertà e fratellanza, che trasformano retoricamente lo stato-nazione nel pinnacolo del progresso umano. Lo scrive a pagina 25, dopo aver vagliato discorsi di vari leaders nazionalisti: «Negli occhi dei nazionalisti, gli esseri umani non possono pienamente sviluppare ed esprimere se stessi al di fuori di stati-nazione indipendenti e sovrani». Detto questo, la forza dell’ideologia nazionalista è per Malešević inestricabilmente legata alle sue capacità legittimanti e mobilizzanti. In particolare, fornisce, più di ogni altra ideologia, multiple giustificazioni all’azione popolare, a vari livelli, anche grazie al suo legame con lo stato e la sfera pubblica. In questo modo, il nazionalismo diventa una struttura che si autoalimenta, riproducendo se stesso in maniera flessibile, riuscendo a trovare nuove soluzioni a problemi specifici, anche di natura inter-nazionale o supra-nazionale.

Il terzo punto riguarda la fondazione dell’universo micro-interazionale del nazionalismo. Aldilà degli elementi strutturali ed ideologico-strutturali, Malešević sottolinea la dimensione nazionale delle pratiche micro-sociali. Appoggiandosi agli studi di Fox e Miller-Idriss (2008), Skey (2011 e 2019), Billig (1995), e Hutchinson (2005), l’autore dibatte sulla riproduzione giornaliera (daily reproduction) del nazionalismo, attraverso linguaggio, simboli, e prodotti nazionali. Il punto nodale riguarda il nazionalismo come parte integrante delle pratiche d’interazione degli individui, facendosi ideologia di massa, condivisa dal popolo a tutti i livelli, con lingue e simboli nazionali riconoscibili e condivisi da tutti. Facendo eco agli studi di Cohen (1996), Malešević spiega quanto sia importante che i cittadini siano esposti ad una retorica nazionalista che sia comprensibile e veicoli emozioni. Scrive: «Le ideologie nazionaliste derivano la loro forza da microcosmi: dal senso di lealtà e dall’intenso microcosmo degli attaccamenti emozionali che gli esseri umani sviluppano e mantengono con gli altri. In questo senso, il nazionalismo è profondamente fondato nel micro universo delle relazioni giornaliere» (Malešević, 2019: 29).

La presenza del nazionalismo nelle everyday practices – nelle pratiche di tutti i giorni – non toglie che per l’autore la grande resilienza del nazionalismo risieda nella combinazione dei tre elementi sopra elencati. Soprattutto nel lungo periodo, per sopravvivere, le idee nazionaliste devono fondarsi nelle strutture ideologiche e organizzative di larga scala, ed è solo quando queste strutture sono fermamente stabilite sul territorio che la proliferazione del nazionalismo è assicurata su base locale, nazionale, e poi globale.

 

Imperi, Stati-Nazione, e Globalizzazione

Non molto tempo fa, scrive Malešević, la letteratura su impero e stato-nazione sottolineava che tra le due forme di governo non ci fosse molto in comune. La percezione generale era che l’impero appartenesse al passato, evocando gli spettri di conquiste territoriali aggressive, disuguaglianze sociali, discriminazioni politiche, e razzismo. L’idea comune era (e per molti lo è ancora) che lo stato-nazione sia una forma legittima di governo (si pensi a come il concetto di autodeterminazione dei popoli sia legata alla fondazione di uno stato nazionale) che rimpiazza l’impero. L’autore s’inserisce in un corpo di studi che nell’ultimo decennio ha ripensato questi assiomi, sottolineando che non soltanto l’impero e lo stato-nazione hanno più aspetti in comune di quanto non si pensasse, ma che è fondamentale riconoscere le somiglianze tra queste due forme di governo. Farlo significa comprendere perché lo stato-nazione, e non un altro sistema politico, sia succeduto all’impero. Questo non significa che non vi siano casi di stati che si sono evoluti in imperi, dunque attraverso un processo inverso. Malešević ne cita diversi, uno tra tutti la Francia repubblicana trasformatasi nell’impero napoleonico, confermando l’intercambiabilità, e non un’evoluzione unilineare, tra i due.

Un elemento che rende molto simili gli stati-nazione e gli imperi è l’organizzazione del potere coercitivo. In maniera sintetica, possiamo dire che nonostante lo stato moderno abbia molta più forza coercitiva dell’impero, le premesse di questa forza si basano sull’abilità di utilizzare sistemi di organizzazione preesistenti sviluppatasi negli imperi. Lo stesso vale per la penetrazione ideologica e per l’organizzazione sociale, già esistenti nel modello imperiale.

La legittimità attraverso cui diversi stati-nazione – come gli Stati Uniti d’America, la Russia, o la Cina – agiscono oggi a livello internazionale è chiaramente riconducibile, per Malešević, ad ideologie di stampo imperiale di leadership mondiale e di dominazione geo-politica tutt’altro che moderni. Anche altri stati più piccoli, come la Turchia, l’Austria, il Portogallo, o la Francia, invocano le loro eredità di ex imperi nelle loro moderne narrazioni nazionali. Per l’autore dunque, anche il potere ideologico dello stato-nazione, proprio come la forza coercitiva, non appare dal nulla ma si fonda su ben articolate idee e pratiche preesistenti. Detto questo, c’è una sovrapposizione tra impero e stato-nazione, avvalorata da casi-studio che l’autore esamina più o meno attentamente. Tra molti, rimangono esemplari quelli di Francia e Gran Bretagna nel diciannovesimo secolo, i cui imperialismi, scrive Malešević, sembrano guidati da ideologie nazionaliste, e non viceversa.

Anche nel caso della micro-solidarietà, l’autore tenta di smussare gli angoli della continuità tra impero e stato-nazione, effettuando una netta distinzione tra imperi classici e moderni, specialmente nel caso di quelli che estendono le loro propaggini fino all’età moderna, come ad esempio l’impero ottomano, quello britannico, francese, o olandese. Nel caso olandese e francese, è chiaro che entrambi hanno perseguito simultaneamente un progetto imperialista aldilà dei propri confini territoriali mentre all’interno tentavano di costituire i loro stati-nazione. Una volta effettuata questa distinzione, ne consegue che gli imperi moderni erano capaci, quanto gli stati-nazione, di dar vita a forti ideologie e organizzare reti di micro-solidarietà, tanto da spingere anche molti loro possedimenti coloniali a identificarsi come francesi o britannici.

In generale, possiamo dire che alla base del lavoro di Malešević ci sia un’opera meticolosa di ricucitura delle fratture storiche che non hanno colpito solo la periodizzazione, e dunque la suddivisione della storia in periodi di tempo, ma anche concetti di uso quotidiano per storici, politologi, geografi, e sociologi, quali stato-nazione e impero, che vengono spesso usati in modo improprio. Malešević riporta l’attenzione su questi punti, e l’insegnamento implicito (mai esplicito), soprattutto per gli storici, è di fare attenzione, di rivedere la terminologia utilizzata, perché potrebbe essere il frutto di una problematica eredità storica sedimentata e mai più messa in dubbio.

Parafrasando le parole dello storico turco Feroz Ahmad, nel suo The Making of Modern Turkey (1993), esemplare studio sulla Turchia tra impero e stato-nazione: certamente, ci sono sempre continuità che corrono attraverso la storia di ogni nazione e raramente esiste una rottura totale con il passato. Tuttavia, è di vitale importanza non perdere di vista i punti di svolta. L’autore questo sembra farlo con raffinata qualità, chiarezza nell’esposizione, mai con superficialità, convincendo con puntuali casi di studio a comprova delle sue ipotesi.

Anche quando tratta di temi quali la globalizzazione, l’autore tenta di ricucire ferite inferte molto recentemente dalla storiografia. Uno dei punti focali è la contrapposizione tra nazionalismo e stato-nazione, da una parte, e globalizzazione dall’altro. Una contrapposizione inesistente generata soltanto recentemente, quando si è creduto che il capitalismo liberale e l’avvento di internet avrebbero spazzato via ogni confine nazionale. Non è stato così, al contrario, Malešević non può che constatare che al volgere del ventunesimo secolo i nazionalismi non solo resistono, ma rinvigoriscono. Il motivo, sembra essere che la globalizzazione si nutre di stati-nazione e nazionalismo. Le due entità non sono separate né separabili, tanto che le “moderne individualità globali” nascono all’interno di stati-nazione. Sono gli stati-nazione ad aver dato luogo alla globalizzazione.

Dunque, la domanda è: il nazionalismo è in declino? La risposta è chiara: non lo è. Non lo è perché il nazionalismo deve la sua forza agli elementi fondativi o grounding elements di cui sopra. Non lo è nell’Unione Europea sconquassata dalla Brexit e da forti correnti nazionaliste, e non lo è nel resto del mondo, dove non si può non riconoscere una crescita di forti nazionalismi, anche di estrema destra. E non lo sarà finché il nazionalismo si fonderà sulla forza coercitiva ed organizzativa dello stato, su elementi di micro-solidarietà a base nazionale, e sulla sua indisputabile forza ideologica, capace di legarsi a grandi temi di libertà e autodeterminazione.

 

Contributi principali e lacune

La lista dei contributi dell’ultima fatica di Malešević è molto più lunga delle sue lacune, riscontrabili piuttosto, come è stato già scritto da altri (Rawski, 2019), in una forse eccessiva ripetizione di alcuni elementi teorici, che tuttavia è un problema di opere che si compongono di collezioni di articoli, come nel caso di questo libro. Si può forse aggiungere, che a volte, i casi storici che l’autore porta a comprova delle sue ipotesi avrebbero potuto essere più approfonditi. I limiti potrebbero tuttavia essere autoimposti, per non sviare troppo l’attenzione del lettore, evitando d’inerpicarsi nel dettaglismo storico. La storia, in questo libro, è uno strumento prezioso, non il fine. Un altro punto che si sarebbe potuto approfondire riguarda il decimo capitolo su globalizzazione e nazionalismo, in cui manca forse una più attenta disamina dei movimenti di solidarietà transnazionale, delle organizzazioni non-governative, delle minacce globali come il cambiamento climatico, delle organizzazioni benefiche che lavorano a largo spettro in tutto il mondo e accrescono l’idea di un mondo sempre più globale e interconnesso. Partendo da questo, immaginare scenari politici, economici, e sociali differenti da quelli attuali – realtà alternative e possibili cambiamenti all’interno dello stato-nazione nella sua accezione più globale – avrebbe forse conferito a questo lavoro la ricchezza di più sottili sfumature. Nulla toglie tuttavia che l’opera sia completa così com’è. Approfondire altri aspetti collegati al nazionalismo sarebbe valso come un surplus, null’altro che una potenziale aggiunta.

Per quanto riguarda i contributi, come già evidenziato, Malešević propone un nuovo equilibrio tra le teorie moderniste e quelle etnosimboliste, rigettando tagli netti tra età moderna dello stato-nazione e quella premoderna di Ancien Régime. Allo stesso tempo tenta, e riesce, a produrre un quadro teorico convincente in cui la nazione affonda le radici in contesti di lungo periodo, facendo un uso critico e intelligente di teorici come Collins (1999), Mann (1993) e Tilly (1992). Fare questo significa chiaramente creare un’alternativa convincente all’approccio di un altro grande teorico del nazionalismo, Anthony D. Smith (1998; 2009), il cui etnosimbolismo è stato per diversi anni l’unica teoria convincente di lungo periodo.

Il metodo storico-sociologico utilizzato da Malešević convince il lettore, che rimane incollato al testo, sempre interessato da spunti e riflessioni stimolanti, che siano riferiti alle divergenze e affinità tra impero e stato-nazione, alla sua critica di Hroch (2015) sulla formazione di piccole nazioni (small-nation formation), o all’interazione e interdipendenza tra stato-nazione e processi di globalizzazione. Il tutto s’innesta in un contesto in cui domina l’analisi delle relazioni di potere in maniera storico-comparativa.

Rawski (2019) scrive che in questo libro Malešević tende verso modelli neo-Weberiani. Forse una simile conclusione è stata generata dall’utilizzo di concetti come “capacità organizzativa e coercitiva” e “penetrazione ideologica”, ma credo si possa dire con una certa sicurezza che l’attenzione posta dall’autore su dinamiche orizzontali, oltre che verticali, lo situa ben aldilà. La sua analisi della micro-solidarietà e del nazionalismo orizzontale a largo spettro, soggettivo, locale, nazionale e globale, che incorpora i lavori di Fox e Miller-Idriss (2008), Skey (2011 e 2009), Billig (1995) e Hutchinson (2005), dimostra proprio questo, il non limitarsi a schemi troppo rigidi, tentando genuinamente di creare un’alternativa più flessibile ed ampia.

 

 

Bibliografia

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Siniša Malešević, Grounded Nationalisms: A Sociological Analysis, Cambridge, Cambridge University Press, 2019