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Luca Falsini, La storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea (Donzelli, 2020)

La storia è in crisi? Ed eventualmente quali ne sono le cause? Da questi interrogativi parte Luca Falsini, dottore di ricerca in Storia contemporanea, impiegato presso la Camera dei deputati come segretario parlamentare, per discutere del ruolo che la disciplina storiografica riveste nella società contemporanea e in quella italiana in particolare. Lo fa in un volume, La Storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea (Donzelli Editore, pp. 217), che problematizza alcune questioni centrali della riflessione storiografica attuale, in particolare il ruolo della comunicazione storica, la capacità degli storici di mestiere di prendere posizione nel dibattito attuale, l’uso e l’abuso della storia e della memoria nel discorso pubblico. I nodi tematici affrontati nel volume, in realtà, non sono nuovi e la storiografia già da tempo li discute e problematizza, basti pensare al volume collettaneo del 2008 Vero e falso. L’uso politico della storia (Donzelli), curato da Marina Caffiero e Micaela Procaccia. La stessa rivista che ospita questa recensione, Giornale di Storia, è sorta nel 2009 con il proposito di rinnovare il “mestiere di storico”, e i suoi strumenti, per cercare di renderli più adeguati alla luce di un’infosfera globale che rappresenta a tutti gli effetti una rivoluzione, dopo quelle di Copernico, Darwin e Freud.

Pur non affrontando dunque temi inediti, il libro di Falsini è importante proprio perché offre un ulteriore punto di vista su una questione attuale. Nello specifico egli ritiene, con buone ragioni, che negli ultimi decenni si sia verificato un processo degenerativo che ha investito il sapere storiografico, non tanto nelle sue procedure ed elaborazioni accademiche, quanto nella rielaborazione da parte della collettività. Complice il mutamento più generale che ha riguardato le forme della comunicazione, l’avvento dei social e la disponibilità di un’informazione spesso assunta acriticamente, si è prodotto un diffuso inquinamento del discorso pubblico sul passato. Questo discorso, che ha ormai pienamente affiancato quello prodotto dagli storici, si caratterizza per essere basato sulla continua ricerca di scoop, di presunte verità taciute, sul sensazionalismo e sul continuo revisionismo delle narrazioni scientifiche. Una delle conseguenze dell’affermarsi di tale pseudo conoscenza storica è il discredito della storiografia ufficiale, quella prodotta attraverso lo scavo d’archivio e l’adozione di un metodo intersoggettivamente verificabile. L’argomentazione scientifica, spesso, elude il sensazionalismo e i bisogni emotivi della collettività e, proprio per questo, poco si presta alle distorsioni degli opinionisti, agli abusi della politica e agli inquinamenti ideologici.

Secondo l’autore un momento decisivo di questo processo degenerativo è il 1989; la caduta del Muro di Berlino, e il conseguente avvio di un processo di ridefinizione identitaria, hanno posto «in discussione una fetta consistente dei principi e dei valori che avevano dato vita al patto costituente» (p. IX). Funzionale alla costruzione di nuove identità politiche, proprio l’abuso pubblico del discorso storico costituisce la prospettiva di indagine privilegiata di Falsini che, in sei capitoli, un’introduzione e una conclusione, passa in rassegna le distorsioni e le manipolazioni che hanno interessato alcuni momenti cruciali della storia nazionale. Quasi scontato il riferimento all’antifascismo, alla Resistenza, al socialismo reale, investiti da racconti mediatici e semplificazioni privi di riferimenti metodologici e improntati soprattutto al già citato sensazionalismo, alla banalizzazione comunicativa e all’interpretazione controstorica. Quest’ultima da intendersi come una prassi operativa basata sulla messa in discussione di presunte verità ufficiali, in realtà quelle prodotte attraverso il metodo scientifico dagli storici, e sulla diffusione di tesi alternative immediate e facilmente recepibili dal grande pubblico, anche grazie al supporto mediatico. Il principale effetto di tale fenomeno è stato la formazione di un senso comune storico alternativo a quello ufficiale prodotto nelle aule universitarie e negli istituti di ricerca. Una storia per non specialisti, polemica e programmaticamente revisionista, fortemente debitrice delle distorsioni e manipolazioni operate per fini ideologici, revisionisti e politici. Naturalmente l’uso pubblico della storia, di per sé, non corrisponde necessariamente a questa declinazione distorta, riguardando in prima istanza, come affermato da Nicola Gallerano, «la fase di costruzione del racconto storico ad opera dei non specialisti» (p. X). Piuttosto è l’uso politico che della storia viene fatto a rappresentare la principale fonte d’inquinamento del racconto riguardante il passato ed è tale deriva che l’acuta riflessione di Falsini problematizza.

Consapevole di quanto la crisi della storia scientifica si inserisca in una più generale difficoltà della cultura umanistica a far valere le proprie ragioni, in una società sempre più orientata verso la valorizzazione dei saperi tecnico-scientifici, l’autore non nasconde quelle che sono le responsabilità dell’accademia e degli storici di professione. Se infatti la manipolazione per fini ideologici ed elettorali ha sicuramente contribuito a delegittimare la storia come scienza, smarrita in una molteplicità di narrazioni anarchiche e tutte ugualmente legittime per l’opinione pubblica meno informata, d’altra parte l’eccessivo ripiegamento della storia specialistica nelle aule accademiche, e nei convegni per addetti ai lavori, ha contribuito alla degenerazione in atto. Una diffusa difficoltà a maneggiare i supporti mediatici, ad occupare la scena televisiva e a divulgare con efficacia tesi che, spesso, non sono immediate e per questo infastidiscono chi è alla ricerca della semplicità, ha agevolato il successo di questa storia ridotta a opinione. La destoricizzazione, che non equivale come troppo spesso si crede a un semplice disinteresse verso il passato, è poi avvenuta parallelamente all’affermarsi di un profluvio di memorie che, dietro la garanzia della testimonianza, hanno riconfigurato il rapporto mediato tra società e passato. Un’«era del testimone», secondo la definizione tra gli altri di Annette Wieviorka, che è figlia di processi non recenti, del bisogno di costruire religioni civili nazionali utili per superare traumi collettivi e momenti divisivi, ma di cui ha fatto le spese proprio il sapere storico e la sua tradizionale funzione sociale. La memoria, però, per definizione è soggetta alle ambiguità e alle distorsioni del ricordo e, proprio per questo, più facilmente si presta alle manipolazioni e alle strumentalizzazioni. La storia, diversamente, con i suoi strumenti e le sue regole è aperta e fallibile, ma soprattutto con il suo statuto, verificabile da chi ne conosce il metodo, è scientifica e oppone maggiore resistenza ai tentativi di strumentalizzazione. Se dunque la storia è un dispositivo precario e problematico, la memoria «è un campo di battaglia ove la contesa è continua» (p. 7) e le influenze interne ed esterne più rilevanti.

Tra i diversi ambiti in cui più evidente è stato il sovrapporsi nella ricezione pubblica di un discorso alternativo rispetto a quello della storia ufficiale, c’è quello del Risorgimento. Come analizzato da Falsini, il fenomeno che ha prodotto l’Unità è stato oggetto di molteplici narrazioni controstoriche, pur nella loro diversa origine e finalità, tutte accomunate dal considerare il Risorgimento un avvenimento mitizzato da una narrazione ufficiale, prodotta e reificata nel tempo per salvare le esigenze della nazione. Cattolici intransigenti, neoborbonici, leghisti, cospiratori, tutti fautori di una narrazione alternativa, da contrapporre a quella prodotta dagli storici per affermare presunte verità contrarie agli interessi delle parti. Da tali fermenti emergono molteplici antiRisorgimento, tutti basati su argomentazioni deboli e tesi discutibili, da contrapporre alla narrazione ufficiale, ritenuta, tra l’altro, un ostacolo alla modernizzazione e allo sviluppo del Paese. Sullo sfondo delle polemiche lo scollamento tra istituzioni e Paese, il deperimento dell’etica pubblica e una più generale crisi del senso di cittadinanza (p. 40).

Un capitolo del libro, l’ultimo, è dedicato al tema della storia a scuola. Questione ampiamente discussa nel dibattito pubblico e, sovente, preda di quel clima tossico cui nel libro si è fatto più volte cenno. Falsini si concentra in particolare sui manuali scolastici e sul valore che la soggettività dello storico riveste nella loro redazione. Riconoscere l’ineluttabilità di tale ruolo non significa abdicare alla possibilità di una storia verificabile, ma vuol dire accettare che non si danno fatti senza interpretazioni, soprattutto quando in gioco ci sono processi di sintesi e selezione così articolati come quelli necessari per scrivere un manuale scolastico. Un aspetto che forse avrebbe meritato maggiore spazio nel libro è quello della difficoltà della storia a scuola e delle sue cause. Come notano i docenti, e contrariamente a una narrazione tanto semplificata, quanto infondata, nelle aule non si registra tanto il disinteresse degli alunni verso il passato, quanto un’attenzione selettiva rivolta soprattutto verso narrazioni fatte di scoop, presunte verità taciute o negate, misteri svelati. Per cercare di correggere questa distorsione è necessario, e questo Falsini lo dice, rinnovare la comunicazione, utilizzando mezzi come le immagini, le fotografie, i dispositivi virtuali. «Lo storico non può che far propri gli strumenti della moderna comunicazione – afferma – e imparare i linguaggi di chi è cresciuto nella società dell’immagine e dei social media perché è proprio nel rapporto con le giovani generazioni che si gioca la partita più importante». In conclusione, non si tratta di rendere ancora più semplici i manuali scolastici, o di semplificare i contenuti disciplinari, ma di ricominciare piuttosto da una formazione che mostri semmai la complessità di ogni sapere, e di ogni costruzione attraverso cui interpretiamo la realtà. E dunque anche il passato.