1. Premessa

Questo mio intervento non ambisce ad altro, se non a presentare tre libri recenti, affatto differenti l’uno dall’altro per struttura, significato, e perfino dimensioni, che riguardano altrettanti momenti della storia d’Italia nella sua – fondamentale, atavica, tuttora vivissima – relazione con il mondo agricolo. I loro autori stessi sembrano, prima facie soltanto però, appartenere ad ambiti, e contesti intellettuali almeno in parte differenti, forse apparentemente inconciliabili. Il primo, Adriano Prosperi (1939-) decano degli storici modernisti italiani, si misura, in Un volgo disperso (Einaudi, 2019) col mondo agrario italiano dell’Ottocento, andando esplicitamente alla ricerca delle proprie origini. Cerreto Guidi, luogo natale di Prosperi, a pochi chilometri da Fucecchio, è territorio tradizionalmente agricolo, ma di agricoltura minacciata, altrettanto tradizionalmente, dal “padule”, tuttora la maggior palude interna italiana, con i suoi 2000 ettari divisi tra varie provincie. Il secondo, Luigi Einaudi (1874-1961), di cui vede finalmente la luce l’edizione nazionale – lungamente attesa – delle opere, è figura legata alla terra, a Dogliani, Barolo, e allo splendido mondo (di un Pavese, di un Fenoglio) delle Langhe e del Monferrato (ma soprattutto le Langhe), ove esistono ancora i Poderi Einaudi, l’azienda agricola di famiglia, da lui consolidata ed ampliata. Nell’immaginario italiano – almeno per chi appartenga alla mia generazione, e a quelle più anziane, a fortiori – è ancora ben presente un’iconografia einaudiana, che lo lega indissolubilmente alla terra; celebre la fotografia, riportata del volume, dell’anziano presidente con consorte mentre passeggia in uno degli ultimi appezzamenti di terreno da lui acquistati. Il volume, Scritti sull’agricoltura e sul territorio (Fondazione Einaudi-Torino; Banca d’Italia, 2019), curato magistralmente da Alberto Giordano, è il secondo a vedere la luce, in una edizione che conterà sette volumi in tredici tomi. Il terzo lavoro di cui parlo è opera di un personaggio affatto differente dai primi due, accomunati non per ideologia certamente, ma per la comune coltivazione, con esiti superbi, degli studi storici. Si tratta di Libereso Guglielmi (1925-2016), noto al mondo come “il giardiniere di Calvino”, in realtà botanico di grandissima levatura, conosciuto anche al di fuori dei confini nazionali, che ha lasciato una serie ridotta ma significativa di scritti, tra cui appunto quello di cui qui parlo, il Diario di un giardiniere anarchico. Storie di vita e appunti di agricoltura e giardinaggio (Pentagora, 2019), che narra un secolo, o quasi, di passione intensa per i giardini, ma in generale per l’agricoltura, frutti, e fiori, che si svolge prevalentemente in una terra ben diversa dall’ubertoso Piemonte di Einaudi, ma anche dal ricco, per quanto problematico, territorio toscano del Padule. La Liguria però con le sue coltivazioni a “fasce”, o gradoni, con la sua industria del fiore (a Ponente), e dell’olivo (sia a Ponente, sia a Levante) con uno spazio piccolo ma eccellente nell’ambito dei vini, e con un legame naturale col basilico da cui si trae il pesto – “condimento povero” secondo David Abulafia, ma pregno di significati, e neanche tanto povero a ben vedere vista la presenza di pinoli e formaggio sia grana sia pecorino – rappresenta un notevole e particolare esempio di agricoltura “estrema”. Finalmente, essa si colloca come cerniera tra Piemonte e Toscana (ed Emilia), cosa che in qualche modo, aldilà della suggestione presente in quest’immagine, la rende vero tramite tra esperienze agricole veramente diverse nel contesto del mondo di differenze, anche radicali, tra gli scenari economici, e paesaggistici (non in senso romantico), che precedettero, accompagnarono, e seguirono l’unificazione.

 

  1. Prosperi; “Per sapere di loro bisogna chiedere ad altri”. Un viaggio nell’Ottocento contadino

Se esiste una storia che è davvero “nostra”, ebbene questa è la storia del mondo contadino. Un mondo rimosso nella e dalla civiltà industriale, che da esso ampiamente deriva, però; e soprattutto poi da quella post-industriale e post-moderna che stiamo vivendo ora. Un mondo rimosso anche, almeno parzialmente, dalla storiografia, quando non si tratti della storia economica più tecnica (si pensi ad un Malanima). Il fatto che uno storico del calibro di Adriano Prosperi dedichi un libro ricco e profondo al mondo agricolo italiano dell’Ottocento, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, appunto, segna, più che un punto d’approdo della ricerca di colui che con Carlo Ginzburg è il maggior modernista italiano, e tra i maggiori al mondo, l’inizio – mi auguro – di un nuovo e potenzialmente fecondissimo filone di ricerca. L’Italia dell’Ottocento al 90% analfabeta è al 90% — con differenze di varia entità da “regione” a “regione” – contadina. Il Risorgimento è movimento d’élite, e la storia dell’Ottocento italiano, studiando dall’una e dall’altra prospettiva il Risorgimento – la prospettiva centralistica e quella indipendentistica o federalistica – ha trascurato l’oggetto primo del fondamentale cambio di amministrazione nella storia italiana. Non solo vi è un distacco radicale tra masse contadine ed élite cittadine protagoniste dell’unificazione, ma sono proprio due realtà che marciano con ritmi differenti, e quasi non si incontrano, mentre il trasferimento progressivo della manodopera contadina al mondo proto-industriale delle periferie urbane delle città crea quel popolo ibrido – né agricolo né veramente operaio – che forma il soggetto tra l’altro, a guardarlo bene, a scrutare bene l’abbigliamento e le fattezze dei suoi protagonisti, de “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. La domanda di fondo che si prospetta leggendo questo libro è una: “Ma questi due mondi come due ruote di diverse ingranaggi, con diverse velocità e misure, si incontrarono mai?”. Ai contadini calabri, piemontesi, friulani, siciliani, liguri, importò davvero qualcosa d’essere divenuti “italiani”, dal 1861, dal 1866, forse perfino dal 1919? Ne ebbero coscienza, per qualcosa che magari non fosse la tassa sul macinato – una falce su quelle spighe deboli di grano che era questa massa di povera gente – tassa di cui forse Prosperi avrebbe potuto parlare più diffusamente? Certamente, la storia del mondo contadino – con le sue durate davvero “lunghe” che nulla hanno a che fare con i rapidi cambiamenti politici e ideologici – è soggetto tristemente passivo, ma allo stesso tempo protagonista silenzioso e cuore pulsante nella storia dell’umanità. Per questo leggere le descrizioni di tante miserie, sofferenze, disagi e malattie, promiscuità e morti, di abitazioni orrende di cui in molte parti d’Italia si conservano le tracce, ci costringe a porci domande essenziali sul “progresso”, arrivando alla conclusione che nel secolo dell’esplosione della scienza e della tecnologia, l’Ottocento positivistico, fu proprio il mondo contadino – italiano ma non solo – a regredire, mentre l’antico regime persisteva (la vecchia tesi di Arno Mayer, ma anche di Furet) ben oltre i limiti manualistici del 1789, o del 1815. Ora che l’agricoltura incide sul PIL italiano per il 2%, tutto il mondo descritto minuziosamente da Prosperi ci sembra davvero passato remoto. Eppure il suo tragico destino ottocentesco richiede spiegazioni. Tentiamone qualcuna.

 

Adriano Prosperi
Adriano Prosperi

 

Il mondo contadino del Settecento, del secolo precedente, si vede finalmente liberato dai flagelli della celebre preghiera medievale, “a fame peste et bello libera nos domine”, dove per “fame” si intende “carestia” (l’inglese “famine” conserva il significato originario del lemma latino), e l’Ottocento se li vede ripresentare tutti. Carestie (non solo in Italia, si pensi a quella devastante d’Irlanda), ma soprattutto “peste”, non più la peste medievale scomparsa dal 1749 (e l’epidemia del 1749, ampiamente studiata da Giuseppe Restifo, è molto limitata), ma la sua versione ottocentesca, il colera, che colpisce ad ondate ricorrenti, con diversa frequenza rispetto alla peste, ma con non minore intensità, e che è come per la peste, senza cura. E poi le guerre, quelle napoleoniche, quelle di indipendenza, e la prima guerra civile italiana, quella dei Savoia contro i “briganti”, i quali ultimi con equanimità Prosperi pone, doverosamente, tra virgolette, a unificazione compiuta. Oltretutto al colera si affiancano malattie non mai veramente sconfitte, malaria, tifo, tubercolosi, e poi la peggiore di tutte, la pellagra: non contagiosa, ma in grado di portare a diecine di migliaia di morti. A questo si aggiunga un elemento fondamentale: l’Italia subì la rivoluzione demografica europea con mezzo secolo di ritardo, dal 1800 al 1850, ma sembra che proprio ad essa si possano applicare le funeste profezie di Malthus: la terra non sostiene (ecco il magico lemma “sostenibile” che ricompare oggi ad ogni piè sospinto) le masse contadine: decimate da malattie, emigrazioni quasi necessarie, e finalmente dal compimento ultimo della dolorosa e sconsiderata crescita ottocentesca, la prima guerra mondiale: il vero primo incontro tra “Stato” e “masse”, terminato con 600.000 morti. Alle malattie dell’uomo si uniscono quelle delle piante: dalla filossera per la vite, alla pebrina per i bachi da seta. D’altra parte – si pensi solo al vaiolo – la malattia è in qualche modo, assai spesso, promiscua: colpisce uomini e animali insieme, mentre malattie peculiari sono solo quelle delle piante. Questo volume ricchissimo di informazioni e soprattutto di spunti, apre un velo sul mondo “reale” dell’Ottocento “ideale” di Garibaldi Mazzini Cavour. Agli storici che proseguiranno l’opera occorre ricordare che la storia dei contadini è stata all’origine dei primi tentativi moderni di “Global History”, rigorosamente marxisti, come quelli di Eric R. Wolf (1923-1999), antropologo, prima nel fondamentale ancorché breve Peasants (1966), e poi nel classico, vastissimo affresco di Europe and the People without History (1982), tradotto da Il Mulino nel 1990.

Questo libro aprirà probabilmente una nuova stagione nella languente (con poche eccezioni, come nel caso di A. M. Banti) scena degli studi sull’Ottocento italiano. Anche solo a partire da una considerazione ovvia, ma non mai bene interiorizzata dagli storici. Questa: non erano solo le tradizioni amministrative affatto differenti nei vari regni e repubbliche che costituivano l’Italia dell’antico regime a rendere ardua e brutale l’unificazione, operata con le leggi del 1865, che fecero parlare di “dare ad un gigante l’abito di un nano” (Gianfranco Miglio) (Miglio si riferiva all’imposizione del sistema amministrativo sabaudo di derivazione francese a tutto il regno), ma il fattore che rese ardua e violenta l’unificazione fu un altro: i differenti sistemi di proprietà agraria da un capo all’altro dell’Italia, per portare un solo esempio, la mezzadria al Nord e il latifondo al Sud, con infinite altre situazioni intermedie. Le differenti legislazioni, unificate in un sol colpo nel 1865, derivavano proprio (almeno in parte) dalla diversa distribuzione della proprietà agraria in ogni singolo stato che sarebbe confluito dopo il 1861 nel regno d’Italia. Se il titolo del libro di Prosperi ci ricorda il celebre, e amarissimo, coro dell’Adelchi, occorre concludere rovesciando l’altrettanto celebre verso di Virgilio: “Salve magna parens frugum, saturnia tellus, magna virum” (Georgiche, II, 173). L’Italia fu madre di infiniti pargoli nell’Ottocento, ma non di altrettanti frutti. E per un secolo intero la miseria e la fame si fecero sentire, sperabilmente per l’ultima volta, su una delle terre più fertili al mondo.

 

  1. Il presidente contadino: Luigi Einaudi, l’agricoltura e il territorio

Ora che stanno vedendo la luce i primi volumi dell’Edizione Nazionale degli scritti di Luigi Einaudi, si tornerà finalmente a parlare, e riflettere, su questa gigantesca figura della prima metà del Novecento italiano, europeo, ed internazionale. Una pagina eccelsa, ma talora troppo in fretta dimenticata, affidata ad un intenso discorso meramente accademico (ma latitante nel discorso pubblico e mediatico), nella storia delle dottrine economiche – quando gli economisti classici italiani facevano ancora scuola, quanto gli inglesi, i tedeschi, e prima degli americani, in tutto il mondo – , e quando dalla meravigliosa provincia piemontese (apparentemente ai margini del mondo) poteva nascere un intellettuale in grado di costruire un coerente sistema morale e politico, peraltro gigantesco. A partire dalla dottrina economica, ancora non del tutto assorbita dalla finzione matematica e da modelli astratti (e pure modelli matematici e calcoli sofisticati sono applicati spesso da Einaudi), ma ancorata alla realtà storica e naturale di un paese, e dell’Europa tutta. Per avere un’idea della figura di cui parliamo, occorre dire che l’Edizione Nazionale, meritoriamente affidata a storici, economisti e teorici della politica di prima grandezza, non è l’edizione degli “opera omnia” di Einaudi. Prevista come ho già ricordato all’inizio, in sette volumi per un totale di tredici tomi, ognuno di circa 800 pagine, ebbene essa non comprenderà, una volta ultimata che il trenta per cento della produzione del governatore della Banca d’Italia e presidente della Repubblica (perché non mettere il resto online, la buttò, parenteticamente). Diecimila pagine almeno non costituiscono dunque neanche un terzo degli scritti di questo fragile, magrissimo, rigoroso contadino di Dogliani, capitale morale ed economica delle Langhe occidentali, che seppe cimentarsi con una varietà infinita di temi – dal mondo agrario alla bibliofilia, dalla storia alla politica – con una costanza, un rigore metodologico, ed una apertura e curiosità verso il nuovo che non sarà facile, anzi, diciamolo chiaramente, non sarà affatto possibile ritrovare in alcun politico italiano dopo di lui. Con la cura di Alberto Giordano – piemontese come Einaudi, studioso del liberalismo italiano ancor giovane ma già affermato, attivo all’Università di Genova – è uscito il VI volume dell’Edizione Nazionale, gli Scritti sull’agricoltura e il territorio, per i tipi della Banca d’Italia, in una meritoria impresa supportata dalla Fondazione Einaudi di Torino, dal Ministero per i Beni Culturali, e dalla San Giacomo Charitable Foundation. Ora, come ben noto il mondo agrario è al centro della riflessione einaudiana, quel mondo di cui era per tradizioni familiari parte, quel mondo in cui partecipò come possidente e agricoltore, quel mondo cui dedicò non sorprendentemente la tesi di laurea in Storia economica, e a cui rimase legato fino alla fine, lasciando alla morte i Poderi Einaudi, oltre 250 “giornate” di terra, ovvero circa 95 ettari, la maggior parte a Dogliani, e qualcosina a Barolo. Significativa persistenza di antico regime, ma anche medioevo (significativa e vitale, dagli immensi significati), la misurazione diversificata della terra in tutta Italia, con la “giornata” monferrina e delle Langhe, di 3810 metri quadrati, ma con notevoli variazioni locali (a Predosa sono 2357 mq!), e diverse suddivisioni interne, non sempre in sistema metrico decimale: sestirate, emirate, stari, nomi suggestivi che paiono da fiaba ma evocano secolari contese, millenarie inimicizie, vitali alleanze matrimoniali, rapporti di potere, creazione e distruzione di ricchezze, su cui Einaudi – nella sua prosa di scrittore, limpida, talora splendida, lirica e tecnica con vertiginosi cambi di tono da musica d’avanguardia – riflette con saggezza, egli che si era laureato con una tesi sulla crisi agraria inglese nell’epoca vittoriana, toccando il cuore della storia europea dell’Ottocento in cui era nato: il passaggio da una società agraria ad una industriale, l’epopea di un cambiamento immenso, ma dolorosissimo, lancinante, per molti letale (per intere civiltà). E così Einaudi radica il proprio liberalismo classico, la propria difesa della proprietà individuale come unica fonte di libertà, proprio nel mondo contadino: ma forse è la struttura e le relazioni di potere di un mondo contadino avanzato, forse un po’ ideale, che innesta in lui lo stesso liberalismo. Il “contadino-proprietario” è cifra e origine dell’individualismo proprietario, il rapporto padrone-mezzadro al centro di un sistema fiduciario, e libero, tra individui, che poi costituisce anche il cardine del libero mercato. Da qui la sua difesa della mezzadria. E pagine terebranti sul legittimo piacere del “possesso”, il poter liberamente camminare su terreni propri, da cui dipende storicamente, prima che il proprio benessere, e quello delle generazioni future, la propria sopravvivenza.

 

Luigi Einaudi
Luigi Einaudi

 

Il rapporto con la terra rende Einaudi un ecologista accorto, oltre che un economista che comprende bene come lo stesso mondo agricolo – così devastato da politiche folli all’indomani dell’unificazione, così segnato da scompensi territoriali e malattie della terra e degli uomini – debba far proprie le innovazioni scientifiche, crescere e non rimanere immobile, diventare un modello produttivo anche per lo stesso mondo industriale, che di lì a poco lo avrebbe superato per quel che riguarda il peso nel PIL e in generale nella società, e relegato ai margini del sistema produttivo. Non si tratta di “decrescita felice”, proprio per niente, ma di crescita consapevole, con l’ausilio, ma non il feroce intervento, del mondo pubblico, che deve prima di tutto rispettare il sistema della proprietà agraria e le sue peculiarità, anche apparentemente “irrazionali” (tutto poi dipende da cosa si intende per “ragione” e come la si applica). Ma Einaudi muore quando la tardiva industrializzazione italiana esplode, e forse egli non la ama del tutto, comprendendo bene il rischio cui è sottoposto il mondo contadino. Tuttavia egli sa bene, anche quando è presidente, come questa esplosione industriale incontrollata devasti il paesaggio, ponga a rischio la salute dei lavoratori, e dell’ambiente. Visita Pozzuoli e rimane sconcertato dall’inquinamento selvaggio che vi portano i nuovi cementifici, mettendo a rischio sia la salute individuale sia un territorio (e questo vale per tutta l’Italia) di cui l’Einaudi storico, prima che economista, conosce bene la (millenaria) fragilità: auspicando cautamente l’intervento pubblico mirato per sostenerlo, e risanarlo, ma soprattutto sostenerlo con azione preventiva. Einaudi muore nel 1961: da allora il territorio italiano è stato soggetto a devastazioni e incurie che forse neanche il contadino di Dogliani avrebbe potuto prevedere. Si pensi a Marghera, monumento all’inutilità e al danno paesaggistico-ambientale incalcolabile. Ricordo Marghera perché vi doveva sorgere (ironia della Storia!) una “città giardino” (progetto miseramente fallito), e sulla “città giardino”, sulla città si direbbe ora eco-sostenibile, molto scrive il genio di Einaudi, in una tradizione di concezioni all’avanguardia del rapporto città-campagna-verde-vivibilità, che risale ad uno dei modelli riconosciuti e amati da Einaudi, Carlo Cattaneo. La linea Cattaneo-Einaudi purtroppo non è stata quella vincente nella storia italiana, troppo spesso le loro felicissime intuizioni sono state sminuite, ridicolizzate, e soprattutto ignorate. Ma forse una “città giardino” come la pensava Einaudi, sodale in questo (e molto altro) con un altro grandissimo liberale come Wilhelm Röpke – chissà come avrebbe giudicato i bei grattacieli di Portanuova a Milano, nel loro quasi identitario, provocatorio rapporto col verde – è possibile in parti del mondo (molto) più avanzate, Singapore ad esempio. O nel passato del Rinascimento italiano, Sabbioneta, e ancor prima, modello di tutte, Castiglione Olona, recentemente studiata con grandissimo acume da Andrea Spiriti.

Il mondo di Einaudi, quello in cui l’agricoltura era ancora al centro dell’economia italiana e di gran parte della terra, non c’è più. Ma le idee liberali sopravvivono e si consolidano, seppure in un contesto ostile e diffidente. Mentre crisi e politiche anti-liberali distruggono poi sempre le nostre ricchezze, poche o grandi che siano, e ci ritroviamo spesso, ancora una volta, come quei contadini impoveriti di Einaudi, “formiche pazienti” intente a “rifare” il “bene perduto”.

 

  1. Libereso: libertà (e anarchia) negli esperimenti agricoli

Esiste una Liguria più lunga, leggermente, di quella delle cartine geografiche. Congiunge, in un’unica linea, la Costa Azzurra alla Lunigiana. In qualche modo i grandi porti, Savona, Genova, La Spezia, forse fino a Livorno, non sono che fastidiose interruzioni di una teoria di giardini, unica al mondo. Piante autoctone, piante importate, talora raccolte in orti botanici a picco sul mare, come alla Mortola i giardini Hanbury– al confine tra Italia e Francia, la collina del “mirto” da cui la località prende il nome – talora sparse a caso tra le rocce e i pendii, le “fasce” e i dirupi: sono, anche, gli “stocchi d’erbaspada” di Montale, ovvero le foglie d’agave “sul delirio del mare”, che punteggiano e discretamente decorano il paesaggio, altrimenti brullo, con diversa intensità. Quella maggiore, a Ponente, appunto, dove la coltivazione delle piante è divenuta vera e propria industria, con esiti altalenanti. In questo rigoglio di natura, fiorì anche, si può ben dire, la famiglia Guglielmi: e fiorì innestandosi (che bello, che ricco il linguaggio floreale) con quella Calvino. Non solo Italo, lo scrittore, ma anche Mario, il grande agronomo della Stazione Sperimentale di Floricultura, che fece di Sanremo e dintorni il più grande centro di coltivazione di alberi e fiori esotici del Mediterraneo, e che dello scrittore Italo fu padre (e un pochino padrone). Di questa vicenda tutta agreste, tutta floreale, rende conto questo libro suggestivo, un libro in forma di giardino, il Diario di un giardiniere anarchico. Storie di vita e appunti di agricoltura e giardinaggio, appunto. Libereso vuol dire “libertà assoluta” in ido-esperanto (sic), variante popolare dell’esperanto figlio dell’universalismo (proletario) dell’Ottocento. Eh già. Perché qui l’agricoltura s’intreccia con la politica, e vi si innesta. I Guglielmi sono anarchici bakuniani, inneggiano alla natura come luogo di assoluta uguaglianza e libertà, senza padroni – non sempre è così, ma è bello crederlo…- e il padre di Libereso, che all’altro figlio diede il rivoluzionario nome di Germinale, è un anarchico convinto, crea addirittura fiori coi nomi degli ideologi (secondo la sua privatissima interpretazione) dell’anarco-socialismo: da Gorki a Giordano Bruno, tutti i ribelli della storia hanno la loro rosa o il loro garofano, perfino Cristo: ecco il “Cristo proletario”, “profumatissimo garofano di colore rosso cremisi scuro vellutato” secondo la definizione di Libereso, che fece bella mostra nei giardini di famiglia. Libereso conosce Italo, e lo scrittore gli dedica non solo un racconto ben noto, “Un pomeriggio, Adamo”, ma i due diventano amici. Sono quasi coetanei. Calvino nasce nel 1923, e muore prematuramente nel 1985. Libereso nasce nel 1925 e muore nel 2016, dopo aver girato il mondo ed assaggiato (pensava giustamente che si dovesse sperimentare le potenzialità nutritive di tutte le piante e soprattutto di tutti i frutti) tanta esotica e domestica frutta, in ogni dove. Interessante la sua puntata in Lombardia: il Credito Italiano lo chiamò nel 1975 a mettere a posto gli immensi giardini di Villa Gernetto, a Lesmo. La magnifica villa settecentesca eretta da Simone Cantoni, che fu successivamente della Pirelli, per essere acquistata da Berlusconi che ne voleva fare la sede di una università “liberale”, per poi disinnamorarsi del progetto (per insegnare il liberalismo bisogna – credo, come per ogni cosa, in generale –, conoscere cosa sia), e mettere in vendita l’immobile nel 2018. Qual sarà mai la condizione di quei giardini che quarant’anni fa furono toccati dal pollice verde, verdissimo, di Libereso Guglielmi? Guglielmi è anarchico, anche se forse la natura non lo è (questo egli naturalmente non pensava). E quella Liguria allungata come un elastico di cui ho parlato prima giunge dai ribelli nizzardi (l’esempio migliore: Giuseppe Garibaldi) agli anarchici di Carrara ancora in piena attività. Duri come il marmo. Anarchia e giardini, giardini e anarchia.

 

Libereso Guglielmi
Libereso Guglielmi

 

Il libro racconta, però, innanzi tutto una vicenda, splendida, ma tormentata. Il grande storico americano Alfred W. Crosby (1931-2018), parlò per primo nel suo celebre libro del 1972 di “Columbian exchange”, “scambio colombiano”, il passaggio di frutta, animali, fiori, dai continenti noti all’America, e viceversa, dopo il 1492. Ebbene, Libereso ci fornisce una mirabile, vastissima, quasi sistematica rassegna di alberi fiori e frutti che ci sono giunti dalle Americhe, e che purtroppo ora in gran parte sono estinti sul nostro territorio, compresa la Sanremo cementificata orribilmente a partire dagli anni Settanta. Si pensi (per fornire un solo esempio, tra i tanti possibili) al “tropaeolum”, o “crescione indiano”, o ancora “cappuccina” per la forma del fiore. Dicotiledoni “molte volte succulente, alcune a radice tuberosa; le foglie sono glabre, intere, lobate o palmate, alterne, raramente opposte”. Giunta dal Perù, coltivata dal grande botanico del Rinascimento Monardes, trasmessa da costui in Francia a Jean Robin, capo dei giardini reali di Parigi, nel 1597. Poi passata addirittura in Finlandia (dove incredibilmente attecchì) e finalmente in Inghilterra, ove invece divenne cara all’astrologo botanico John Gerard. Assunto il nome di “nasturzio”, “naso storto”, classificata da Linneo, il tropeolo non solo è bellissima per i fiori, ma ha anche “alto valore culinario”: alto contenuto di vitamina C, sapore gradevole, in Perù se ne mangiano perfino le radici, che assumono un gusto simile alla patata quando spadellate col burro. “La creazione di un giardino è come la creazione di un’opera letteraria”. Sacre parole di Libereso. Come non essere d’accordo? E quanto fece proprio questo motto Italo Calvino?«Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora…». Chi non si rammenta del mirabile inizio de Il barone rampante? Ma aldilà della letteratura, e prima di essa, colpisce l’attenzione per il rapporto tra estetica (il fiore) e alimentazione (il frutto, ma anche talvolta il fiore). Guglielmi sperimenta una quantità di piante notevolissima, piante importanti sia perché sono belle, sia perché i loro frutti sono commestibili, e/o posseggono virtù curative. A volte l’aspetto estetico è quello che fa importare e coltivare la pianta, come nel caso del kaki, di cui però si scopre, molto tempo dopo (quasi un secolo!) le prime coltivazioni ad uso ornamentale, la bontà del frutto. Delle diecine di piante con questa duplice, attraente caratteristica di cui parla Guglielmi non esiste letteralmente più traccia in Italia, ove ragioni (forse) di mercato (ma il vero mercato è a favore della varietà, a ben pensarci, e non dei monopoli), ci impediscono di gustare centinaia di frutti, per fare un solo esempio: delle infinite varietà di patata, e di mela, ci rimane la scelta forse tra quattro o cinque. Occorre dunque menzionare la meritoria attività dell’editore e studioso che ha creato la casa editrice Pentagora – ove il libro è pubblicato, il secondo di Libereso Guglielmi a vedere la luce per questi tipi – formatosi alla scuola storico-sociale e geografica genovese (Moreno, Raggio, Grendi, Quaini, Surdich), pioniera di storia ambientale: Massimo Angelini. Ad Angelini si deve una costante, decennale attività di riscoperta di varietà agricole poco note e/o ormai scomparse dai mercati (un solo esempio, la ormai celebre patata “quarantina”. Veritas sive varietas. Il motto di Lessing trova un magnifico campo di applicazione (anche) nel mondo agrario.

 

  1. Conclusioni minime

Tre opere così diverse ci dischiudono prospettive stimolanti e curiose su di un mondo le cui dimensioni sono virtualmente infinite, poiché fu per millenni al centro della storia umana, prima di essere messo da parte e occasionalmente marginalizzato (almeno parzialmente, e non certo ovunque, ma solo nei paesi post-industriali, che sono tali perché passati attraverso l’industrializzazione, sorte non toccata a tutti, indipendentemente dal grado di ricchezza raggiunto). Ora poi la tecnologia ha messo in dubbio perfino il legame del frutto e del fiore col mondo della terra, patate e cavolfiori coltivati con l’agricoltura idroponica possono essere ancora definiti “frutti della terra”? Un grattacielo a Dubai, New York, Hong Kong, ove si pratichi sistematicamente l’agricoltura idroponica diventerà più fertile delle terre nere d’Ucraina, dell’ubertosa Padania? O forse è già tale? In ogni caso il rapporto dell’uomo con la terra non si potrà mai forse rescindere, appartiene al nostro DNA, e contiene un’invincibile nostalgia per una fase ancora precedente, quando, raccoglitori-cacciatori, non eravamo costretti, giusto le parole del Genesi, “a guadagnarci il pane col sudore della nostra fronte”. Questi tre libri aprono dunque a infinite riflessioni, oltre ché naturalmente a fungere da stimolo per nuove ricerche, perché del mondo contadino ci sembra che sfugga sempre qualcosa: è infinitamente astratto, nella sua infinita concretezza. Esiste una nostalgia della terra che trasforma i mercanti veneziani in aristocratici romani a partire da inizio Quattrocento: e questo cambia in qualche modo il corso del mondo. E rappresenta per i veneziani il ritorno a lontanissime origini.