Alessandra Tarquini, Il Gentile dei fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista, Il Mulino, 2009

La storia della battaglia combattuta da Giovanni Gentile nel corso del ventennio per realizzare il proprio progetto politico-culturale è innanzitutto la storia dei suoi sostenitori ed oppositori. È questo il punto di osservazione e di analisi scelto da Alessandra Tarquini per ricostruire la lotta condotta dal 1922 fino alla morte (1944) dal filosofo assertore della modernità della rivoluzione fascista e fautore del mito dello Stato nuovo, secondo suggestioni e parole d’ordine realizzate però secondo altre vie e passaggi nel corso del ventennio. Soltanto inizialmente l’incontro tra fascismo e gentiliani nel nome della riforma della scuola realizzata da Gentile nel 1923-24 come ministro dell’Istruzione con l’appoggio di Mussolini e della maggioranza del partito sembra avvalorare la filiazione idealistica del fascismo stabilita dal filosofo siciliano. In particolare sono i revisionisti capeggiati da Giuseppe Bottai e da Camillo Pellizzi a sostenere l’imprescindibilità dell’apporto idealistico al fascismo e a sposare la tesi gentiliana relativa alla modernità del fascismo quale compimento del Risorgimento, in opposizione alla concezione della politica fondata sul mero uso della forza e della violenza e di un fascismo inteso in chiave antimodernista sostenuta dagli intransigenti.

Ben presto, però, le distanze con gli intransigenti e con il partito emergono pienamente a seguito della nomina alla segreteria del PNF di Roberto Farinacci, nel 1925, con le annesse reiterate accuse indirizzate all’operato di Gentile in quanto non “fascista”. In primo luogo, gli intransigenti criticano i risultati “moderati” della commissione dei 15 (poi dei 18) presieduta da Gentile ed istituita per riformare lo Statuto Albertino. Da un lato, i gentiliani cercano inutilmente di avvicinarsi agli intransigenti nel corso dei lavori della commissione, prendendo le distanze dai revisionisti. Dall’altro lato, è la stessa politica mussoliniana a sconfessare nei fatti l’attività della commissione, prima attraverso l’accordo di Palazzo Vidoni, poi soprattutto mediante l’attività di riforma giuridica svolta da Alfredo Rocco. In secondo luogo, gli intransigenti criticano anche l’Enciclopedia italiana, contestando in particolare il criterio di scelta dei collaboratori, fondato sulla competenza, adottato dal filosofo. Così facendo Gentile mantiene la distanza tra cultura e politica nella cui eliminazione il partito fascista individua invece una premessa indispensabile al compimento della rivoluzione. Pur nella condivisa visione della politica in termini religiosi come missione assoluta e nel comune obiettivo consistente nella creazione dello Stato nuovo fascista quale entità totalitaria, superiore e comprensiva dei singoli, si palesa chiaramente tra il partito e il filosofo una sostanziale differenza nel merito delle modalità con cui realizzare le finalità della rivoluzione fascista. Gentile non mette in discussione l’esistenza del partito unico nell’ambito del regime e della rivoluzione, ma attribuisce innanzitutto agli intellettuali la formulazione dei presupposti filosofico-culturali dello Stato etico fascista, al di fuori del PNF, considerato come una parte, ritenuto inadeguato a tale compito e subordinato all’autorità dello Stato. Gli intransigenti, invece, vedono nel partito l’artefice e lo strumento della rivoluzione totalitaria e dell’edificazione dello Stato nuovo, ponendo il PNF al vertice dello Stato stesso. Secondo la Tarquini, dunque, non è tanto il pur centrale dissidio con i cattolici avversi all’immanentismo gentiliano e lo scacco subito dal filosofo con il Concordato a segnare il declino della sua influenza nel regime, quanto appunto il persistente conflitto con il partito e l’elaborazione di diverse proposte politico-culturali.

Negli anni Trenta, non soltanto antigentiliani della prima ora quali Francesco Orestano, Giorgio del Vecchio, Sergio Panunzio, ma anche gentiliani di provata fede come Ugo Spirito, Arnaldo Volpicelli, Armando Carlini e figure precedentemente vicine o non pregiudizialmente avverse a Gentile come Carlo Costamagna e Julius Evola criticano in modo crescente le posizioni del filosofo siciliano. Gentile perde anche il braccio di ferro con Achille Starace, segretario del PNF, relativamente ai criteri di gestione dell’Istituto nazionale fascista di cultura posto alle dirette dipendenze del partito, lasciando la sua presidenza nel 1937. Inoltre, in questa direzione di progressiva emarginazione dell’attualismo, non sono meno significative altre due iniziative: la scuola di mistica fascista ed il Dizionario di Politica. Costituita presso la sezione giovanile dell’istituto fascista di cultura di Milano (1930), la scuola di mistica è un centro di formazione politica che educa al culto del duce ed all’insegnamento del suo pensiero, considerato cardine e perno teorico della rivoluzione fascista, risolvendo in questo modo alla radice il problema di dotare il fascismo di una specifica filosofia di riferimento. Allo stesso modo il Dizionario di Politica (1940), diretto dall’antigentiliano Antonino Magliaro, costituisce un’emanazione dell’ideologia del partito, che rifiuta qualsiasi filosofia, in primis l’idealismo, e pur coinvolgendo diversi ex gentiliani come Delio Cantimori, registra emblematicamente appunto la mancata collaborazione del filosofo siciliano. Del resto, l’emarginazione di Gentile si produce anche a livello governativo attraverso i continui e progressivi rimaneggiamenti della sua riforma scolastica attuati dai suoi successori al Ministero dell’Educazione: Giuliano, Ercole e soprattutto De Vecchi. L’ultimo decisivo passaggio in questa direzione viene compiuto però con la nomina dell’antico sostenitore di Gentile al Ministero della Scuola: Giuseppe Bottai che, nella Carta della Scuola del 1939 esalta l’essenza politica dell’educazione, affermando incondizionatamente la funzione politica della cultura quale strumento del regime. Del resto, Bottai è anche il catalizzatore di una nuova saldatura di ex-gentiliani ed anti-gentiliani compiuta attraverso la rivista Primato (1940) nel segno di una sintesi tra teoria e prassi, cultura e politica, che pur non misconoscendo i propri debiti idealistici e riproponendo il fascismo in termini modernistici ed antireazionari sulla falsariga delle suggestioni gentiliane, si svolge però in chiave ormai decisamente alternativa alla prospettiva di Gentile e ne sancisce la definitiva eclisse.

L’ampio studio della Tarquini costituisce un significativo contributo nell’ambito degli studi relativi a Giovanni Gentile, offrendo una complessiva ed incisiva ricostruzione della sua adesione e militanza fascista, analisi che ha anche il merito di cogliere e svolgere l’articolata dialettica relativa alle diverse sensibilità totalitarie presenti nell’ambito del regime e di proporre importanti elementi e linee interpretative sul delicato nodo del rapporto tra politica e cultura durante il ventennio.