Una vittoria mutilata? L’Italia alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919

La Conferenza della Pace di Parigi che prese le mosse nel gennaio del 1919 è stato uno degli episodi più contrastati della storia politica del XX secolo. Nei suoi dibattiti, infatti, si rovesciarono tutte le dirompenti novità che erano state generate da quel conflitto senza precedenti che era stata la prima guerra mondiale. Quattordici milioni di morti, una parte rilevante dei quali proveniva dalle Potenze vincitrici, sedettero idealmente a quel tavolo; o perlomeno così fu rivendicato da alcuni dei partecipanti che volevano evitare di presentarsi alle proprie opinioni pubbliche nella veste di vincitori della guerra, preferendo apparire come di sconfitti della pace. Questa sorta di ultimatum morale non fu vero solo per il traballante governo italiano. Tutti gli alleati, senza esclusione, sentirono questa necessità e condivisero la preoccupazione per il deterioramento del quadro economico, sociale, sanitario delle proprie società.

In Europa si aggiravano diversi spettri che agitavano le notti di governanti sempre più indeboliti dalla crescente inquietudine delle opinioni pubbliche. Uno di questi era quello del disastro economico che apriva la porta al vento della rivoluzione proveniente dalla Russia. L’ordine sociale era minacciato da un’ideologia che, nel 1917, si era sposata con il pacifismo e il disfattismo che erano serpeggiati nelle trincee; e, in tempo di pace, sembrò poter arrivare a sovvertire i tradizionali modelli di vita e le istituzioni anche quelle democratiche, delle società occidentali. Tale destino sembrava accomunare vincitori e vinti. La rivoluzione bolscevica, come l’influenza spagnola, non conosceva confini di Stato e accompagnava il ritorno a casa di reduci onusti di gloria, ma privi di prospettive di benessere.

L’Italia appariva un condensato di tutto ciò. Le tensioni della società erano alimentate da una diffusa aspirazione nazionalistica. Quello stato d’animo fu la principale delle preoccupazioni che mossero la delegazione italiana alla Conferenza di Pace di Parigi. Paolo Soave — autore del bel volume edito da Rubbettino, Una vittoria mutilata? L’Italia e la Conferenza di Pace di Parigi, ulteriore prodotto dell’accattivante collana dritto/rovescio diretta da Eugenio Di Rienzo — pone al centro della sua riflessione storiografica la politica estera dell’Italia liberale all’inizio del suo crepuscolo. La prova della conferenza fu ardua, forse troppo, per un Paese i cui sentimenti erano stravolti dalla morte di 680.000 soldati, da quasi un pari numero di mutilati, da intere generazioni che il conflitto rendeva inadatte ad un ordinato ritorno alla vita civile, da enormi perdite economiche e finanziarie.

Alla base delle difficoltà per l’Italia vi era innanzitutto la mancata fusione delle sue aspirazioni postbelliche con quelle degli alleati. Dall’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, nel 1917, questa era divenuta una preoccupante realtà politica. I “Quattordici Punti” di Wilson volevano essere il superamento del metodo diplomatico di cui il Patto di Londra, sulle assicurazioni del quale noi entrammo nel conflitto, era un prodotto. Ciò può apparire in contraddizione con il “mito” del Presidente americano che si sviluppò in Italia nel 1918. E ancor di più irrazionalmente con la svolta nazionalista dell’opinione pubblica di quei mesi. L’affermazione dell’immagine del Presidente americano, però, fu dovuta soprattutto al sollievo prodotto dalla fine delle ostilità. Egli era simbolo della pace ritrovata. Ben presto, tuttavia, subentrò una percezione della realtà diversa. Egli divenne il principale nemico delle aspirazioni italiane. E al sollievo si sostituì l’incertezza per un futuro politico di “grandezza” che sembrava sempre più difficile da raggiungere.

Soave, con la precisione cui ci ha abituato nei suoi precedenti lavori, esamina quali fossero i maggiori punti di fragilità della politica italiana nel corso della Conferenza di Parigi. Quello principale, che spesso si legge tra le righe del suo volume, furono senz’altro le divisioni che caratterizzarono la classe dirigente. Differenze caratteriali, ma soprattutto politiche. Orlando, capo di governo di matrice giolittiana, era convinto di poter persuadere Wilson a recedere dalle sue convinzioni in merito al confine orientale italiano grazie a una politica di “contatti” e di scambi. Riteneva che l’adesione, per la verità non molto sincera, al progetto della Società delle Nazioni avrebbe prodotto un mutamento di opinione da parte del Presidente. Sonnino, invece, scelse l’abito di immarcescibile custode del Patto di Londra, la cui inflessibilità avrebbe mostrato agli alleati l’impossibilità di venire meno ai loro impegni prebellici. La sua linearità politica, però, fu costretta ad adattarsi a una nuova realtà dell’espansionismo italiano: la richiesta dell’annessione di Fiume. La linea negoziale scelta — «Patto di Londra più Fiume» — si rivelò più una debolezza che una forza.

Il “programma” di Bissolati, esponente della diffusa corrente politica dell’interventismo democratico, era opposto a quello di Sonnino e le sue aspirazioni lo mantenevano ben lontano da quelle del presidente del Consiglio. Egli riteneva che Fiume, la Dalmazia, il confine strategico orientale fossero obiettivi irrealizzabili, se non dannosi, per l’Italia. Il politico cremonese si ispirava a quel Patto di Roma, patrocinato dall’ormai anti-sonniniano Corriere della sera, stipulato con l’irredentismo slavo nel 1918, che avrebbe voluto trasformare l’Italia in una grande potenza morale, guida delle nazionalità dei Balcani risorte dal dominio dell’Austria-Ungheria. Orlando avrebbe volentieri plasmato, pur con qualche mugugno, la politica estera italiana sull’ispirazione wilsoniana. Le città di Fiume e Zara, ad esempio, sarebbero potuto divenire «internazionali», baluardi più moderni del diritto di nazionalità rispetto a un’annessione dal sapore espansionistico, nazionalistico se non addirittura sciovinistico.

Antonio Salandra, membro della delegazione a Parigi, il cui governo aveva sovvertito l’indirizzo giolittiano della politica prebellica italiana, assunse una posizione ancora più scettica. Egli arrivò quasi a disconoscere quel Patto di Londra che, in fondo, era stata una sua creatura. È proprio nei mesi della Conferenza che si consumò, infatti, la rottura con Sonnino, suo trentennale sodale e capo politico. Era uno dei segni, anche se non il più evidente, che qualcosa era finito nel mondo dei liberali italiani.

Poi c’era Nitti, il dissidente. Sonnino non l’aveva voluto a Parigi perché avrebbe minato l’unità di intenti della delegazione. Da quel momento l’economista di Melfi divenne l’alternativa, il convitato di pietra. L’uomo che avrebbe trovato l’accordo con gli alleati se Orlando e Sonnino avessero fallito. Secondo Nitti — spiega Soave — si sarebbe dovuto rinunciare a tutto ciò che avrebbe potuto provocare una reazione dei vicini dell’Italia: il Brennero per evitare il neo-irredentismo tedesco; la Dalmazia per non esacerbare il nazionalismo slavo. E, aggiungiamo noi, quello di Nitti fu un eccessivo spirito rinunciatario per non irritare i più potenti alleati con i quali l’erario italiano era indebitato fino al collo. Nitti costruì l’“alternativa” prospettando un futuro fondato su un rapporto di cooperazione con le Potenze occidentali e la Jugoslavia, Stato successore della Duplice Monarchia asburgica che prescindesse da quello che era stato il mantra della diplomazia europea nel corso del conflitto: la sicurezza strategica dei confini. Ma l’ex ministro del Tesoro era un politico moderno, che teneva d’occhio l’opinione pubblica. Per questo non fece atto di rinuncia pregiudiziale a Fiume. Ma ritenne che potesse essere oggetto di un «compromesso».

Nitti si fece trovare pronto alla chiamata del Re, nel giugno 1919, nel momento in cui il fallimento di Orlando e Sonnino risultò conclamato. Anch’egli, però, rimase stritolato dal problema rappresentato dalla città adriatica. E la rinuncia ai confini strategici gli apparve ben più difficile di come aveva ipotizzato dall’opposizione. La rivoluzione dannunziana fu «l’elefante nella stanza» che non riuscì a rimuovere. Essa si era candidata a rappresentare le aspirazioni dell’opinione pubblica italiana, anche sul piano estetico. Il Vate divenne una mina vagante che minacciava la compattezza dello Stato grazie alla diffusione del suo mito politico nell’esercito. Fu Giolitti, successore abile e fortunato di Nitti, a risolvere buona parte dei problemi internazionali dell’Italia. A quel punto, però, gli Stati Uniti erano tornati all’isolazionismo e, dunque, una politica europea di mediazione risultava essere assai più praticabile.

«La delusione deformò la percezione di acquisizioni che non furono trascurabili», scrive Soave. La ricerca di un trionfo diplomatico che avrebbe dovuto trasformare l’Italia in una Grande Potenza con interessi mondiali oscurò il discreto successo negoziale che si era arrivati a raggiungere. L’Italia non era effettivamente ancora all’altezza delle sue alleate europee. Non lo era come organizzazione sociale, come sviluppo della sua economia, come compattezza e tradizione del suo Stato. Il fatto che la Gran Bretagna e la Francia — che certo durante la Conferenza non brillarono per altruismo e lealtà (ma perché, alla luce della coerente realpolitik lo avrebbero dovuto?), rifiutandoci il promesso bottino di guerra ed estendendo il loro dominio diretto e indiretto sul Medio Oriente e le colonie tedesche — vedessero nell’Italia un fastidioso last comer non giustificava, però, le carenze della loro alleata. Il cattivo trattamento, riservatoci da Parigi e Londra, le rese, infatti, solo più evidenti.

La «delusione» è il filo conduttore dell’ultima parte di questo bel volume. Un sentimento che fu alla base di molti degli sviluppi della politica estera italiana. Il più che soddisfacente Trattato di Rapallo, prodotto della politica moderata di Giolitti e Sforza, non fu compreso compiutamente dall’opinione pubblica assorbita dall’asprezza del confronto politico-sociale. La delusione si trasformò in rancore.

L’«Italia di Vittorio Veneto» — per quanto questa espressione possa essere corrispondente alla realtà — che Mussolini portò al Quirinale il 30 ottobre 1922, era un Paese moralmente disfatto, paradossalmente sconfitto. Il fascismo avrebbe dovuto essere il suo riscatto. L’amarezza per il passato attraversò numerosi passaggi dell’azione internazionale del Duce manifestandosi anche, come scrive Soave, con un’alternante scelta tra revisionismo e anti-revisionismo, rispetto al «nuovo ordine di Versailles». Il Ventennio nero contribuì ad alimentare, comunque, illusioni che prescindevano dall’effettiva realtà del Paese. La delusione, dopo poco più di ventennio dalla Pace di Parigi, sarebbe, però, stata ben maggiore.