Gilles Bertrand e Marina Pieretti (a cura di), Una marchesa in viaggio per l’Italia. Diario di Margherita Boccapaduli (1794-1795), Viella, 2019

Figura eminente dei salotti cosmopoliti e dei circoli artistici di Roma, la marchesa Margherita Boccapaduli (1735-1820), è stata oggetto a partire da una ventina d’anni di parecchi studi da parte degli storici, principalmente interessati a definire il carattere, i gusti, le relazioni e le collezioni di questa donna notevole. Nata Sparapani Gentili, vivendo separata da suo marito Giuseppe Boccapaduli oberato di debiti, e adattandosi benissimo a questa libertà, sola erede del ricco patrimonio dei suoi zii Gentili, la marchesa Boccapaduli conduceva a Roma un’esistenza consacrata alla lettura, ai salotti, alle arti, alla storia naturale. Spirito curioso, edonista, generoso, frequentava a Roma artisti (Winckelmann quando vi si trovava invitato dal cardinal Albani, Piranesi, Mengs, Canova), uomini di scienze e di lettere (Alfieri di cui ammirava e rappresentava le tragedie nel suo teatro privato, Corilla Olimpica, François Jacquier e Thomas Lesueur) e intrattenne una lunga relazione di amicizia e complicità con Alessandro Verri, che viveva nella sua casa avendo per amor suo stabilito il proprio soggiorno nella capitale dello Stato pontificio al suo ritorno da Parigi, nel 1767. Quando noi li ritroviamo verso la fine del mese di giugno 1794, Alessandro Verri e la marchesa risiedono nel feudo di lei, à Pievefavera, nelle Marche. Hanno lasciato Roma nell’aprile dell’anno precedente, a causa dei tumulti provocati dall’assassinio di Hugon de Bassville, incaricato d’affari della Repubblica francese, il 13 gennaio 1793. Si teme ormai la «probabile invasione de’ Francesi» (Alessandro Verri a Pietro, 25 giugno 1793). All’inizio dell’estate 1794, quando la Convenzione è attaccata da più potenze europee, l’esercito francese riporta una serie di vittorie che consolidano l’idea della superiorità militare della Repubblica. «Il governo francese ha una forza e unità terribile perché la intera massa del popolo lo seconda passionatamente coll’opinione. Non vi è governo in Europa più lontano dall’anarchia di quello, e perciò lo temo», scrive Pietro Verri a suo fratello (30 luglio 1794). Pertanto, se Alessandro e la marchesa hanno affisso sul muro della loro dimora «una gran carta geografica della Italia» forata di spilli (lettera a Pietro Verri, 27 giugno 1794), non è per sorvegliare l’avanzata dei fronti, ma per segnare le tappe di un lungo viaggio di piacere che li condurrà nel Nord poi nel Sud della penisola, tra settembre 1794 e dicembre 1795. Il viaggio è organizzato in due tempi: un primo itinerario conduce la marchesa, sempre in compagnia di Alessandro Verri e di vari domestici, da Pievefavera ad Ancona poi a Venezia, dove ella soggiorna due mesi prima di stabilire la sua residenza a Milano per quattro mesi. Seguono tre settimane a Genova, un salto a Pavia, un’escursione di una settimana verso i laghi di Como, Lugano, Varese, poi Maggiore, fino all’aprile 1795. Da Milano, ella ridiscende poi verso la Toscana passando per Parma, Modena, Lucca e Pisa, soggiorna in seguito due settimane e mezza a Firenze, nel maggio 1795. Dopo aver raggiunto Pievefavera per la strada di Bologna in giugno, vi passa l’estate. Il secondo itinerario inizia nell’ottobre 1795. Conduce Margherita Boccapaduli e il suo seguito verso Napoli attraverso la pericolosa strada degli Abruzzi. Il loro soggiorno, movimentato da numerose escursioni nei dintorni (Pozzuoli, Baia, Cuma, i laghi vulcanici, Posillipo, Ercolano, Pompei) e da un’andata e ritorno a Benevento, si prolunga fino alla metà di dicembre 1795, prima del ritorno a Roma.

 

Diario di Margherita Boccapaduli
Una marchesa in viaggio per l’Italia
Diario di Margherita Boccapaduli (1794-1795)
a cura di Gilles Bertrand e Marina Pieretti (Roma, Viella, 2019)

 

Allorché intraprende questa singolare traversata dell’Italia, la marchesa è «una donna per la sua età di 58 anni ben conservata, di anima giovane, di fibra sensibilissima, accortissima nel mondo, in amore poi l’estratto della Scienza più profonda, e pure nel resto ingenua come un ragazzo, e molto imprudente per sincerità», scrive Alessandro a suo fratello, il 13 aprile 1794. Ella redige durante il viaggio un diario di più di cinquecento pagine il cui manoscritto è perduto ma di cui esistono due copie: una trascrizione parziale e posteriore del viaggio al Nord e una trascrizione coeva, completa, del viaggio a Napoli. Ambedue sono qui riunite per la prima volta in un’edizione curata da Gilles Bertrand e Marina Pieretti, arricchita in appendice da una scelta di lettere di Alessandro Verri indirizzate all’abate Domenico Genovesi, segretario e maestro di casa della marchesa. La pubblicazione del Diario riveste una doppia importanza, sia per la storia delle esperienze di viaggio che per quella delle scritture femminili. La collana che accoglie questo volume « La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne » (Roma, Viella), diretta da Marina Caffiero e Manola Ida Venzo, è nata da un progetto di ricerca finalizzato a censire le scritture inedite delle donne dalla fine del Medio Evo all’epoca contemporanea, conservate negli archivi pubblici e privati di Roma. La collana inaugurata nel 2007 e già ricca di quattordici titoli intende offrire nuove fonti documentarie per indagare la storia della costruzione dell’identità femminile, ma anche la storia dell’accesso delle donne alla scrittura e alla lettura, la storia dell’educazione, dell’alfabetizzazione o ancora della famiglia e della socialità, privilegiando le produzioni non letterarie, ai confini tra privato e pubblico. La riscoperta di queste «voci a lungo inascoltate» (M. Caffiero et M. I. Venzo, «La collana “La memoria restituita”: fonti, interpretazioni, scritture del sé», in E. Brambilla et A. Jacobson Schutte (dir.), Storia di genere in Italia in età moderna: un confronto tra storiche nordamericane e italiane, Roma, Viella, 2014, p. 255), che ha messo in evidenza per l’epoca moderna «un accesso quasi paritario di uomini e donne alla scrittura e una diffusione insospettata di scritture femminili nella vita quotidiana» (ibid., p. 251), ha in particolar modo permesso di mettere in luce la partecipazione delle donne alla cultura politica italiana durante il Risorgimento (vedi i volumi dedicati ad Anna de Cadilhac nel 2007 e a Cristina Trivulzio di Belgiojoso nel 2012). Il caso di Margherita Boccapaduli, autodidatta che deve una parte del suo sapere alla frequentazione delle conversazioni erudite e degli ambienti altolocati della socialità romana, rappresenta una testimonianza non solo della formazione culturale delle donne ma anche della loro familiarità con forme di scrittura non attribuibili loro a priori. E’ rappresentativo, da questo punto di vista, di una rottura che si compie, nel corso del XVIIIe secolo, quando, «a differenza del secolo precedente, le donne non si esprimono soltanto nella scrittura epistolare, ma danno vita a documenti di maggiore completezza e di grande maturità ‒ diari, memoriali, cronache ‒ segnando così una tappa fondamentale nel percorso che porta le donne dalla scrittura privata a quella pubblica» (ibid., p. 265). Segnaliamo che il pubblico francofono troverà presenti queste nuove prospettive di ricerca aperte in Italia sulla storia delle scritture femminili nell’articolo « Écrire au féminin » di Marina Caffiero, pubblicato nella rivista Clio (35|2012).

I due saggi introduttivi che aprono l’edizione del Diario mettono in evidenza l’originalità e la libertà della marchesa: nel primo («Dal viaggio al diario. La scrittura autobiografica di un’aristocratica romana», pp. 11-46), Gilles Bertrand ricolloca il testo nel suo contesto storico e sociale, analizzando le ragioni per le quali questo diario costituisce un documento «inusuale» (p. 11); nel secondo («Margherita. Una vita», pp. 47-96), Marina Pieretti ricostruisce la biografia della marchesa a partire dall’archivio Del Drago, conservato presso l’Archivio di Stato di Roma, e soprattutto prendendo in esame i suggestivi frammenti di memorie autobiografiche provvisoriamente intitolate «Pensieri scritti per sfogo e per ozio», conservati in ordine sparso nei faldoni di questo fondo.

E’ poco frequente che una donna, soprattutto italiana, intraprenda un viaggio di tipo culturale e consegni la sua esperienza in un diario piuttosto che sotto forma epistolare: ciò che fanno quasi sempre gli uomini di lettere o di scienze, i naturalisti o i diplomatici … Che questa donna per giunta si metta in viaggio in una sontuosa e ben equipaggiata carrozza, accompagnata da una specie di famiglia costituita dal suo cavalier servente, Verri, dal loro figlio adottivo Pietro Malvolti, e da un seguito di domestici (cameriera, cuoco, parrucchiere, credenziere, servitore, cameriere, elenca Verri in una lettera a Pietro del 29 novembre 1794), che ella si diletti a visitare siti naturali di difficile accesso e si azzardi in una pericolosa traversata degli Abruzzi tra Sulmona e Castel di Sangro, lontano dai sentieri battuti dai Grand Tour e preceduta da una scorta di «nove uomini di guardia con fucile, e bajonetta» (scrive Verri, p. 361) per proteggersi da «assassini» (pp. 192-193), ecco che aggiunge al suo viaggio un carattere non solo molto pittoresco, ma precursore ed eccezionale per i suoi tempi.

La viaggiatrice, spinta dalla sua insaziabile curiosità, vede le porte aprirsi davanti a lei. Dal Palazzo ducale di Colorno al palazzo reale di Caserta, dal lazzaretto di Livorno alle ville del Brenta, dalle strade innevate della Lombardia e del Piemonte alle dimore napoletane del cardinal Ruffo e di William Hamilton e fino all’atelier di Tischbein che era arrivato a Napoli con Goethe, «ho possuto penetrare dapertutto, annunziando il mio nome, e Patria», scrive (p. 154). Determinata, autonoma, percorre la penisola con brio, sia per terra che per mare, in vettura o a piedi, «quasi carpone» su sentieri scoscesi (p. 257), sulle spalle di uomini quando si inoltra nelle grotte della Sibilla. Allorché si accinge a lasciare Livorno, sopraggiunge la flotta inglese del vice-ammiraglio Hotham. Monta su una barca per andare a incontrare i ventidue bastimenti di guerra che si avvicinano alla rada e per tre ore assiste alle manovre («Girai d’intorno a molte [navi], e godetti di uno spettacolo, che non si può immaginare da chi non ne ha idea. Pareva il mare popolato da immensi Palazzi», p. 161). Questa marchesa ha l’anima di un’avventuriera. Le pagine dedicate alle sue escursioni nei dintorni di Napoli sono memorabili. L’attenzione che presta ai paesaggi naturali e montuosi, la sua sensibilità alla bellezza dei litorali, la sua passione per i siti archeologici e la sua attrazione per i fenomeni vulcanici la portano lontano dai salotti e dai teatri verso i campi flegrei, attraverso Pompei ed Ercolano, e fin sui fianchi del Vesuvio, caldi di una lava ancora fumante (p. 245), seguito dell’eruzione del 1794 che distrusse Torre del Greco. Le pietre rotolano sotto i suoi piedi, la salita è difficoltosa, ma ella commenta: «L’oggetto però e tanto interessante che fa dimenticare ogni dura fatica» (p. 266).

La descrizione dell’incidente notturno della carrozza nel quale rimane seriamente contusa, tra Benevento e Napoli, non stona e non sorprende in questa narrazione movimentata, centrata su un «io» onnipresente. Autocentrato e sostenuto dalla volontà di raccontare meticolosamente i luoghi visitati, le persone incontrate, gli oggetti e le collezioni visti, scandito dai leitmotiv «vidi», «vi sono», «vi è», questo diario si riallaccia «a un filone di scrittura femminile in espansione nel XVIII secolo sotto l’impulso delle trasformazioni tecniche, scientifiche e di costume», osserva G. Bertrand (p. 23). Senza essere il luogo dell’effusione né dell’introspezione, rivela però gusti e interessi: il suo entusiasmo, per esempio, per i riti e l’esercizio della giustizia nei tribunali di Venezia e Napoli («Ha gustata al sommo questa maravigliosa eloquenza estemporanea», osserva Alessandro Verri alla fine di una difesa nel tribunale della Vicaria, p. 308), la noia che le ispirano gli obblighi della socialità (p. 191) o ancora la sua avversione per lo spirito repubblicano che si è impadronito di Livorno («pare di star sempre in pessima compagnia, senza esser tentati d’indirizzare la parola a veruno. A me sembra il Paese dell’eguaglianza francese, con il di più, che non vi è vernice di pulitezza», p. 159). Gilles Bertrand osserva che un «mécanisme d’individuation» è all’opera in questo testo dove si elabora la singolarità di uno sguardo emancipato, che rifugge dagli stereotipi, anzi interroga le realtà, i costumi, le credenze locali e manifesta un interesse costante per le scienze e le tecnologie più attuali (astronomia, ottica, geologia). Tutto ciò fa della marchesa Boccapaduli «l’une des premières femmes italiennes à construire une figure personnelle de la voyageuse» (G. Bertrand, «L’écriture de soi d’une femme de la haute société romaine: la marquise Boccapaduli en voyage dans l’Italie d’avant le triennio jacobin (septembre 1794 à décembre 1795)», SOURCE(S), 6/2015, pp. 13-34).

Bisogna rilevare due particolarità notevoli nel modo in cui la marchesa racconta e dipinge la società che la circonda: da una parte, Margherita Boccapaduli manifesta i suoi gusti ma raramente i suoi stati d’animo; dall’altra, se non esita a mettere in scena il suo corpo mobile e sensibile (ai piaceri ma anche al caldo, ai disagi, alle contusioni), si accontenta spesso di note laconiche sulle persone che frequenta. Le sue pagine non si arricchiscono perciò di nessun ritratto. Le occasioni non mancano tuttavia: ella è accolta a Milano da Pietro Verri, di cui cita il nome senza commenti. Una semplice frase attesta dei suoi incontri con Parini, un’altra della sua visita alla contessa d’Albany e Vittorio Alfieri a Firenze, dove assiste a una rappresentazione di Filippo; non fa che un’allusione alla celebre improvvisatrice Corilla Olimpica, presso la quale si reca per altre due rappresentazioni di Alfieri. Dei contemporanei che ella frequenta, solo Canova, «greco Scultore del nostro secolo» la cui arte la soggioga e di cui può ammirare presso il marchese Berio a Napoli il gruppo di Venere e Adone in compagnia di Antonio D’Este, ha diritto a elogi un pò più estesi («Se Prometeo avesse avuto lo scalpello di Canova non gli faceva di bisogno di chiamare il fuoco dal cielo per animare il suo sasso», pp. 233-234).

La sua scrittura, che tende alla registrazione descrittiva, trascura i ritratti così come gli approfondimenti autobiografici. Poco incline a esporsi con schiettezza in questo diario, non fa certo mistero di ciò che la irrita o che la incanta, ma parla poco di sé stessa. Non dice nulla, per esempio, di questo figlio adottivo, «Pietrino» Malvolti, che ripudierà qualche anno dopo per i suoi coinvolgimenti troppo apertamente anti-francesi, a Roma. Non si degna di nominare che una sola volta Alessandro Verri, suo compagno di viaggio e di vita, che, da parte sua invece, la pone al centro delle sue preoccupazioni nelle lettere di viaggio che invia a Domenico Genovesi. Pudore o prudenza le dettano questa sobrietà di tono? Dopo tutto, l’indirizzo di Genovesi ai «saggi lettori», nella prefazione che egli aggiunge alla sua trascrizione del viaggio nel Sud (p. 188), e una raccomandazione della marchesa all’attenzione di «tutti quelli che vogliono fare il viaggio d’Italia» (p. 195) sembrano accreditare l’ipotesi di una circolazione privata del manoscritto.

Più precisamente, è evidente alla luce della prima delle tre appendici che chiudono il volume che si opera sotto la penna della marchesa una dissociazione di registri e di pratiche di scrittura. Il suo breve Omaggio alla verità (pp. 281-283), estratto delle sue memorie intime, conservate nell’archivio Del Drago e in corso di riordinamento, restituisce un ritratto sensibile ed elogiativo di Alessandro, che compensa i silenzi del Diario su questa singolare relazione sentimentale e intellettuale. Margherita ha scelto di confidare l’espressione del suo privato a queste pagine segrete e inedite il cui intento autobiografico inaugurale è citato da Marina Pieretti nella sua introduzione del volume: «Ho avuto per costume nei tristi giorni della mia vita di ricorrere al mio confidente calamaio, con questo paziente e segreto amico ho sempre fatti i sfoghi sinceri dell’animo mio» (p. 93).

Le appendici restituiscono un’altra forma di equilibrio. Il conflitto tra la coalizione europea e la Francia rivoluzionaria non è, nel Diario, che uno sfondo lontano che si indovina nella menzione dei bastimenti di guerra, degli uomini di guarnigione, degli emigranti francesi. Mai la marchesa entra nei dettagli dell’attualità politica e militare, mai esprime opinioni politiche o qualche considerazione sulla Rivoluzione. Le lettere di Verri a Genovesi, trascritte e pubblicate parzialmente per la Società storica lombarda agli inizi del XXe secolo, apportano graditi chiarimenti sulle lacune, ma anche sul non detto del viaggio. La loro scissione in due appendici ne interrompe l’ordinamento cronologico generale: la prima riunisce le lettere il cui contenuto colma il vuoto delle parti disperse del diario della marchesa, cioè il viaggio da Pievefavera a Milano, poi i soggiorni a Venezia, Torino, Genova, Pavia, Bologna e Ravenna; la seconda raggruppa le lettere che offrono sulle tappe già descritte nel Diario un secondo punto di vista, quanto meno diverso da quello della marchesa (soggiorni a Milano nella regione dei laghi, a Parma, Livorno, Firenze e Napoli). Verri, che soprintende a tutti gli aspetti materiali e finanziari del viaggio, lascia spesso emergere, come nelle lettere che scambia nei medesimi anni con suo fratello Pietro, la sua inquietudine sull’evoluzione della situazione internazionale: avanzata delle truppe, trattative di pace, battaglie, relazioni diplomatiche tra le potenze… Egli osserva le campane che si fondono per farne cannoni, il trasporto dei viveri per l’esercito sulle strade del Piemonte (p. 315); menziona a Genova la distruzione degli oggetti di culto (p. 319) e descrive le manifestazioni di francofilia nelle strade della città portuale («i ragazzi cantano la Carmagnola, e si applaudiscono les Cijtoiens [sic] sino dalle fruttarole per la strada. Si vendono comunemente le Coccarde Nazionali», p. 322). Si era ugualmente detto stupito, in una lettera a suo fratello, di trovare «anche nelle piccole città» della regione di Napoli lettori del Système de la nature del barone d’Holbach; «ed i lettori ne parlano francamente», aggiungeva, preoccupato da questa diffusione di tesi materialiste fin nell’Italia meridionale.

Sotto la forma epistolare che gli è cosi familiare, Alessandro Verri, storico dell’Italia nei suoi anni giovanili (Saggio sulla storia d’Italia, 1765) e cronista degli avvenimenti rivoluzionari nei due ultimi decenni della sua vita (Vicende memorabili dal 1789 al 1801; Lotta dell’Impero col Sacerdozio, 1804-1816), non giunge mai a separarsi dall’attualità. Nel dicembre 1794 a Milano, manifesta il suo sconcerto per la cappa di silenzio che pesa sulla guerra nei discorsi pubblici e privati: «Qui si discorre poco di guerra almeno ne’ luoghi, e con le persone che noi per ora trattiamo. Questo Governo invigilava molto sopra tali discorsi, e li teneva tanto a freno ch’erano ridotti al silenzio» (p. 335). Una settimana più tardi, si spazientisce: «Di guerra nihil. Di pace nihil. Mi sembra di essere lontano da’ Francesi tutto l’asse della terra: eppure non è così» (p. 338). L’informazione resta per lui un bisogno cruciale, mentre la marchesa affronta il suo viaggio, almeno in apparenza, con una impertubabile indifferenza.

Ma questa parentesi itinerante, che corrisponde per fortuna per i nostri due viaggiatori a un momento di calma sul fronte militare, nella misura in cui l’offensiva francese, dopo le sconfitte delle truppe austro-piemontesi di marzo-settembre 1794, rallenta sul fronte delle Alpi fino al settembre 1795, sarà presto chiusa. Rientrati a Roma alla vigilia di Natale 1795, qualche settimana prima dell’inizio della prima campagna d’Italia di Bonaparte, Margherita Boccapaduli e Alessandro Verri non fuggiranno nonostante lo choc della Rivoluzione: deposizione e carcerazione di Pio VI, proclamazione della Repubblica romana, confisca dei beni, messa agli arresti domiciliari di Verri…

Alla fine dell’Impero, la scomparsa successiva di Verri (1816), poi di sua figlia adottiva Elena Hopfer Del Drago, a 19 anni, sembrano aver spinto la marchesa verso una forma di abbandono autobiografico nelle memorie intime sopra menzionate. Margherita Boccapaduli, ardente lettrice di romanzi sentimentali europei, disponendo di una biblioteca di una «eclettica modernità» (Tarzia Fabio, «Libri e letture di una dilettante: il caso della marchesa Margherita Gentili», dans Id., Libri e rivoluzioni. Figure e mentalità nella Roma di fine ancien régime (1770-1800), Milano, FrancoAngeli, 2000, p. 133), aveva divorato la Vita di Alfieri nel 1808; ella produceva a sua volta una confessione scritta: «A questa penna posso confidare le angustie che mi opprimono, tu sei bagnata dalle mie lacrime, non puoi essere sensibile alle medesime, ma non insulti il mio dolore» (M. Pieretti, p. 95). Il testo delle sue memorie, se sarà edito, costituirà un tassello supplementare, tra Illuminismo e Romanticismo, della storia delle scritture private femminili in Italia, in corso di ricostruzione.

 

Pierre Musitelli

[la versione originale del presente articolo è in Pierre Musitelli, Gilles Bertrand et Marina Pieretti éd., Una marchesa in viaggio per l’Italia: Diario di Margherita Boccapaduli (1794-1795), Laboratoire italien (2020), en ligne: http://journals.openedition.org/laboratoireitalien/5061 ]