Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

Call for reactions: Storia e Storie al tempo del Coronavirus

Una crisi economica uguale a se stessa

di Paolo Chiappafreddo

 

Sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione del pregevole saggio degli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff intitolato This Time is Different: Eight Centuries of Financial Folly (Princeton University Press, 2009).

Quanto descritto dal titolo del saggio è il commento che oggi riportano molti giornali ed addetti ai lavori, sul tipo di shock economico cui stiamo assistendo.

Lo storico dell’economia però, abituato ad un’analisi di dati distribuiti su un ciclo temporale più lungo, ritroverà oggi degli schemi più famigliari di quelli di molti altri economisti, cresciuti studiando libri di testo che riportavano dati sulla mortalità analizzati da un punto di vista che non conosce più le crisi epidemiologiche dell’antichità e per i quali ormai «si è passati da malattie trasmissibili da persona a persona a malattie degenerative non trasmissibili» (cit. Uomini, risorse, tecniche nell’economia europea dal X al XIX secolo, P. Malanima, 2003, pag. 17).

Il dogmatismo di alcune posizioni scientifiche in merito viene oggi smentito da un fenomeno, una crisi di natura sanitaria globale (pandemia) che lo storico sa essere una costante che periodicamente affligge la realtà umana e travolge i rapporti sociali, le istituzioni ed il sistema economico. Per fortuna su cicli lunghi. L’Economia viene riportata, in questo, alla sua natura originariamente umana, quale disciplina innanzitutto umanistica, che si sottrae a regole fisse e rigidi dogmi “meccanici”.

Come sempre accaduto ci si trova quindi parzialmente stupiti ad affermare «This Time is Different!», sapendo già che le vicende umane non rispondono mai esattamente alle stesse “regole” che sembrano averle condizionate in passato, ma sono comunque analizzabili nella loro complessità indistinta poiché gli ingredienti delle nuove congiunture sono principalmente gli stessi.

Analizzando il passato, la storia delle pandemie non ci racconta nulla di buono. Nel passato le epidemie erano eventi cui l’uomo era abituato, crisi cicliche e diffuse che si abbattevano sulla società come le guerre e le carestie tanto spesso da essere tra le sciagure più temute, l’apostolo Giovanni nella sua Apocalisse vi associa addirittura la figura dei Tre Cavalieri. Oltretutto questi infausti eventi avevano un buon grado di correlazione: erano le carestie che indebolivano le difese immunitarie incrementando la possibilità di diffusione delle epidemie, ed erano i conflitti sociali e politici spesso causa di carestia, veicolo di contagio e conseguenza di periodi di penuria.

Le pandemie, però, erano eventi più rari e globali. Il tessuto economico e quello sociale erano duramente provati da crisi epidemiche, ma le vere pandemie rappresentavano usualmente periodi di cesura netta che hanno fatto crollare imperi e cambiato il modo di concepire la società stessa. Secondo alcune tesi (W. Bernstein, 2008) la morìa del 25% della popolazione di Costantinopoli nel biennio 541-542 sottrasse all’Impero guidato da Giustiniano le risorse umane ed economiche per realizzare la ricostituzione di quello Stato mediterraneo che a livello politico era già stato, con grande sforzo, riunificato. Gli effetti globali della pandemia avrebbero poi ribaltato i rapporti di forza mondiali favorendo nei decenni successivi le popolazioni insediate in climi più ostili ai veicoli di trasmissione del contagio (quali gli adepti dell’islamismo dell’arida penisola araba) e più lontani dalle fitte comunità urbane che ne vennero falcidiate. In altre parole, avrebbero aperto le porte al Medioevo con la “nuova forma” (L. Leciejewicz, 2000) con cui noi lo conosciamo.

La pandemia del XIV secolo, invece, è tradizionalmente considerata dagli storici come un momento di definitiva cesura con equilibri politici e culturali precedenti. A livello politico venne marginalizzata la concezione feudale di uno “Stato locale” che però si riconosceva in sistemi globali ed universalistici come la Chiesa e l’Impero, nel tessuto economico cambiò il modo di rapportarsi alle risorse, ma anche di applicare la tecnica in luogo di braccia che erano divenute meno numerose e meglio salariate. Dopo alcuni decenni di depressione post-pandemia si introdussero innovazioni come la tecnica a stampa che prese il posto della lenta e costosa produzione libraria a mano.

Senz’altro la crisi pandemica attuale si abbatte su una società ed un sistema economico molto diverso, e più avanzato come grado di complessità e disponibilità di mezzi tecnici, rispetto a quello dei secoli passati. Mai come oggi le conoscenze sanitarie sono in grado di contrastare l’azione della natura e la comunicazione e le potenzialità che questa offre – quanto alla coordinazione di sforzi comuni – non è neppure lontanamente paragonabile. Per questo è probabile che i suoi effetti saranno più contenuti che in passato. D’altra parte, però, la pandemia si diffonde in maniera molto più rapida, in una comunità umana esponenzialmente più numerosa ed in un substrato sociale non abituato a confrontarsi con problemi simili, laddove appunto il problema delle malattie trasmissibili da uomo a uomo o da animale a uomo era relegato in un breve paragrafo dei libri di storia.

Il contesto in cui questo evento viene a colpire è quello di una maggiore specializzazione del sistema economico, di legami avanzati, ma al contempo è un contesto in cui c’è una più fitta rete di legami che possono potenzialmente essere rotti. Banalmente la pietra della pandemia, anche se più piccola, può cagionare un danno più rilevante dentro una cristalleria che contro le mura di un castello.

Lo shock sull’economia reale è oggi stimabile, ipotizzabile, ma ancora di là da vedersi. I mercati finanziari però, che possono essere visti come un apparato circolatorio utile ad una diagnosi delle patologie del sistema, tendono ad anticipare sulla base di analisi di prospettive, ma anche di ansie e paure, l’evolversi della situazione economica. Alcuni economisti si sono affrettati a descrivere la presente come una crisi simmetrica di domanda ed offerta. È evidente che nella sua prima fase, nella sua eruzione, il problema è questo: pochi possono comprare, pochi possono produrre. Non è la liquidità del sistema il problema, poiché è l’unica (al momento) disponibile e viene messa sul piatto per rassicurare e sorreggere l’economia. È inevitabile che sarà poi il saper (ancora) pescare e non l’ottenere un piatto di pesce che determinerà le prospettive future dei vari sistemi economici e dell’economia globale.

Non si tratta infatti di una crisi di domanda/offerta uguale a quella di un conflitto bellico, sebbene esistano delle analogie: i fattori produttivi, da un lato, non sono distrutti e la forza lavoro, dall’altro lato, non è impiegata altrove a tempo indeterminato. Può trattarsi quindi di una sospensione dell’attività che potenzialmente può essere riattivata a condizioni prossime, se non pari, alle precedenti. Il problema è qualora questo shock simultaneo domanda/offerta, che compensa in qualche modo l’assenza di produzione con l’assenza di consumo, si sbilanciasse in direzione di una delle due. Questo può avvenire essenzialmente perché lo stato di una crisi esogena all’economia, proveniente da un fattore esterno, ad un certo punto diventa condizione interna alla dinamica economica, generando ad esempio crisi di liquidità, di forza lavoro, credit crunch e disoccupazione.

Questo strano equilibrio rende molto difficile, in assenza di precedenti storici recenti che abbiano agito in maniera globale su un sistema economico paragonabile, analizzare in maniera completa l’attuale stato delle cose. Probabilmente «This time is NOT different» rispetto a quanto l’umanità ha già sperimentato in altri contesti nel passato.

Da un lato può esserci una funzione pubblica, istituzionale, a farsi carico di gran parte del peso dell’attuale shock, scaricare come un ammortizzatore uno squilibrio che non deve essere fatto gravare sui fattori produttivi. Il problema è che questo peso da sopportare è indubbiamente l’azzardo che ha più possibilità di successo, ma anche il più rischioso. Il debito pubblico è un macigno che, se generalizzato e globalizzato, può poi sfogarsi tramite meccanismi di svalutazione/default più o meno controllati, generando verosimilmente depressione di alcuni settori economici che potrebbero poi trasformarsi in una crisi asimmetrica oltretutto priva di una forza istituzionale che possa agire al suo interno come un fattore di stimolo adeguato.

Indubbiamente una sovra-nazionalizzazione dello sforzo permette di diversificare gli impatti negativi del medesimo. L’ultimo trentennio ha visto emergere a livello geopolitico un quadro di grandi unioni sovra-nazionali o sfere d’influenza che hanno sostituito la divisione a blocchi contrapposti del mondo: la Cina e la sua area asiatica, l’Unione Europea, gli Stati Uniti con la loro influenza locale e globale, il tentativo di ripresa di un’egemonia territoriale anche da parte della Russia, la presa di coscienza di alcune economie emergenti ma “maggiori” (i cosiddetti BRIC o BRICS) quali attori nel contesto globale. Tale sovra-nazionalizzazione non può però essere scevra da considerazioni particolariste: banalmente perché gli adepti islamici avrebbero dovuto rinunciare ad esercitare un vantaggio competitivo ed una loro egemonia (nella pregevole ipotesi di Bernstein) laddove il contesto mediorientale e mediterraneo della grande depressione del VII secolo gli lasciava tale spazio? Perché delle economie che in un sistema globalizzato perfezionano i loro indici di produttività marginale attraverso la competizione dovrebbero ad un certo punto deporre le armi in un’ottica solidaristica che è essenzialmente aliena ai modelli culturali del libero mercato contemporaneo?

Infine, le conseguenze di un sovra-indebitamento nazionale di lungo corso in un’economia sviluppata sono note, ma di recente riscontro (es. i modelli sulla “giapponesizzazione dell’economia”), le conseguenze di un forte indebitamento sovra-nazionale rappresentano modelli ancora da sviluppare.

Se lo shock non si riassorbisse da solo e senza un adeguato sostegno delle istituzioni assisteremmo forse a crisi via via più asimmetriche mentre le istituzioni “deboli” cedono e quelle più resilienti resistono. Banalmente molti pensano oggi a settori come l’Healthcare ed il Consumer Staples, ovvero sanità e beni di prima necessità, quali aree economiche che probabilmente hanno subito un minore congelamento della produzione a causa di una quarantena, ma in realtà i settori davvero resilienti li potremo giudicare tra qualche anno. Se la crisi si trasformasse da uno shock esogeno all’economia ad un trauma che ne compromette il funzionamento, molto del suo decorso dipenderà da quali aree andrà a compromettere.

Sarà ben diversa una crisi di domanda, legata ad esempio alla mancanza di liquidità ed all’impossibilità di consumare di una larga fascia di popolazione con risorse ridotte, in qualche modo simile a quanto abbiamo già vissuto a livello globale circa un decennio fa, da una da una pronunciata decrescita dell’offerta. Per chi nel nostro paese ritiene che la crisi di offerta, soprattutto se cagionata da elementi esterni e dal potenziale stagflattivo, sia meno aspra, non rimane che riflettere che nel caso italiano la gestione della crisi generatasi nel 1973-1974 impose la messa in atto di provvedimenti di sostegno ai consumi ed all’economia (quali l’alleggerimento fiscale e la scala mobile) che generarono gran parte del debito che ha poi limitato la prosperità del paese e delle generazioni successive.

A questo punto bisognerà prendere in considerazione, per storici ed economisti, la rivalutazione di vecchi termini divenuti desueti, quali “Depressione” in luogo di “Recessione”, per indicare un percorso di ristagno economico e decrescita di lungo periodo che fatica a vedere una ripartenza spontanea dell’economia senza altri e ben più gravi shock.

Ovviamente una soluzione di ancien régime alle crisi da pandemia rimane quella più naturale e biologica. L’esposizione delle comunità ad agenti patogeni e la loro diffusione su una popolazione impreparata, trova la sua espressione in un riequilibrio demografico ‘naturale’ che fa poi da riallocatore automatico dei fattori produttivi. Questa brutale soluzione, ovvero assistere passivamente alla morte di massa e provvedere poi ad una ridistribuzione dei fattori produttivi in maniera più efficiente e con una produttività marginale più alta ai superstiti, appare oggi inaccettabile per molteplici ragioni.

In primo luogo, perché la nostra è un’economia avanzata, che ha spostato la forza lavoro da un rapporto diretto con il settore primario, sviluppando complesse strutture (più produttive) ben lontane dalla materia prima, quindi tale riallocazione migliorativa dei fattori produttivi, forse efficace in età pre-industriale e prima dell’età dei servizi, oggi rappresenterebbe un tornare indietro di secoli.

In secondo luogo, perché tutti i modelli in cui questi eventi sono occorsi in passato riguardano o contesti già compromessi, come negli scenari post-bellici, oppure realtà precedenti alla nascita della cosiddetta società di massa. In una società di massa come la nostra non è noto se il controllo delle istituzioni sul caos che ne deriverebbe possa tenere e soprattutto se questo può essere fatto ad un costo inferiore rispetto allo scenario di una forte azione dell’ammortizzatore pubblico. Probabilmente le caratteristiche biologiche della pandemia, quali la sua potenziale mortalità e la sua pericolosità per la tenuta delle strutture sanitarie e sociali, possono essere fattori determinanti.

Quanto all’uscita dalla crisi è evidente che, qualsiasi sia la configurazione che essa assumerà nei prossimi anni, sarà asimmetrica tra i vari settori nella gran parte degli scenari. Esiste lo scenario secondo il quale il suo effetto sia attualmente sovra-percepito dall’economia e dalla psiche umana che vi è dietro, ma la semplice percezione di un problema è esso stesso un problema (o lo diventa) tanto nell’economia reale che nei mercati finanziari. Anche se non si faranno errori irreversibili come causare il default di istituzioni finanziarie o l’applicazione di politiche di lasseiz faire di fronte a scenari di depressione di lungo corso che comprometterebbero i fondamentali economici per una ripresa, è verosimile che questi vengano comunque messi a dura prova da una situazione sanitaria, e via via economica, globale, di non immediata soluzione.

Al di là di tale scenario posso valutare, se non da storico economico, quantomeno da autore in qualche modo in contatto con i mercati per via anche di mie esperienze di lavoro impiegatizio presso istituti di credito, che in una logica difensiva alcuni settori potranno avere più successo di altri. E’ probabile che in una prima fase ingenti immissioni di liquidità comportino una svalutazione di fatto delle valute, sostenendo nell’immediato le quotazioni finanziarie ed i beni a sottostante fisico. Quanto ai settori produttivi, ho già parlato di beni di prima necessità e sanitari e probabilmente le utilities dovranno rimanere attive.

Altri settori, tipicamente, in contesti di shock tendono a svalutarsi, ma possono conservare in un orizzonte temporale più lungo un valore non del tutto endogeno al mercato che potrà tornare ed essere il motore di una futura espansione. L’immobiliare è legato a fondamentali non esclusivamente finanziari o correlati all’offerta produttiva. La produzione primaria è meno dipendente da una filiera articolata di servizi avanzati. Le infrastrutture sono state target in fasi di depressione economica di politiche pubbliche di stimolo. La tecnologia dispone un know how messo in crisi da processi di obsolescenza che però non sono legati a fattori di questo tipo. Il settore assicurativo in una crisi di illiquidità è detentore di grandi patrimoni, seppure pericolosamente esposto ad eventuali scompensi sul debito sovrano. In maniera minore ed in un secondo momento potranno ritornare a crescere i beni a fecondità ripetuta.

Ci sono poi dei settori che saranno ottimi candidati ad una ristrutturazione di più lungo corso e rimarranno vulnerabili a potenziali svalutazioni “lunghe”. Penso a settori come il credito, dei trasporti, all’energetico ed al settore dei beni e dei consumi voluttuari. Andrà fatta senz’altro distinzione tra quei beni resilienti ad eventuali svalutazioni valutarie con conseguente inflazione quali il lusso, quei beni più consumer discreption di largo consumo sensibilissimi ad uno shock di domanda e quei servizi innecessari fortemente condizionati dalla de-globalizzazione e dalla ridotta mobilità umana quali sport, turismo e simili.

Anche in questa crisi, come in molte altre, l’atteggiamento opportunista espresso nell’invito di Warren Buffet di interessarsi a qualcosa quando “nessuno lo fà” sarà adatto a coglierne le occasioni, ma una buona diversificazione può essere l’approccio più resiliente. Come spesso nelle grandi crisi le regole scritte del gioco potrebbero essere soggette a repentini cambi, gli assiomi ed i postulati potranno trovarsi disattesi ed asset tradizionalmente considerati stabili e difensivi potranno rivelarsi una natura piuttosto diversa (penso molto al debito pubblico).

Lo stesso approccio diversificato, capace di miscelare vari gradi di intervento istituzionale (locale, nazionale, sovra nazionale) e di pianificazione, con le potenzialità intrinseche al sistema economico di guarire da sé le proprie ferite (e questo è possibile quando gli si lascia il giusto grado di libertà e lo si condiziona solo a percorrere le giuste dinamiche), sarà secondo me il più efficiente anche a livello di politica economica.

Paolo Chiappafreddo, 2 aprile 2020.