Il tessile tra moda, ritualità, simbologia e circuiti economici. L’archivio tessile del Museo Ebraico di Roma

Il 10 aprile 2018 si è svolta a Roma, presso l’Università Sapienza, inaugurata dal Rettore Eugenio Gaudio, una giornata di studi dedicata a Il tessile tra moda, ritualità, simbologia e circuiti economici. L’archivio tessile del Museo Ebraico di Roma. La giornata, organizzata da Cinzia Capalbo e Serena Di Nepi, all’interno del Corso di laurea in Scienze della moda e del costume e del Corso di Alta Formazione in storia ebraica/storia generale: formazione ricerca didattica, ha visto gli interventi di Alessandro Saggioro, Francesca Coletti, Marco Galli, Riccardo Di Segni, Olga Melasecchi, e le conclusioni di Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze. Lo spunto all’iniziativa era dato dalla recente pubblicazione di un affascinante catalogo che consente sia di immergersi nella storia articolata e multidisciplinare dei tessuti sia di conoscere meglio la comunità più antica del mondo occidentale sulla base della sua specializzazione nella lavorazione artistica delle stoffe. Dalle stoffe alla storia potrebbe infatti sottotitolarsi il catalogo Antiche mappòt romane. Il prezioso archivio tessile del Museo Ebraico di Roma, a cura di Doretta Davanzo Poli, Olga Melasecchi e Amedeo Spagnoletto, Roma, Campisano, 2016, pp. 5- 321.

Tra gli oggetti e i documenti conservati nel Museo Ebraico di Roma, oltre a un’importante raccolta di argenti e altre opere d’arte decorativa, risalenti ai secoli XVI-XIX e provenienti dalle Cinque Scole (sinagoghe) del ghetto, compaiono circa novecento tessuti. Si tratta di preziosi addobbamenti e arredi tessili, realizzati con stoffe di seconda mano a causa delle interdizioni a cui erano sottoposti gli ebrei, obbligati al commercio della strazzeria e dell’usato, confezionati per l’uso liturgico. La raccolta comprende circa duecento mappòt, lunghi tessuti ricamati, utilizzati per impreziosire e proteggere l’oggetto più caro del tempio: il Sefer Torà (il rotolo della Torà). Sono drappi arricchiti da ricami sontuosi, spesso in fili d’oro e d’argento, raffiguranti stemmi di famiglia, iscrizioni ebraiche e immagini suggestive come la consegna delle Tavole della Legge sul Monte Sinai, i Sette Frutti della Terra d’Israele, le colonne tortili del Tempio di Salomone e altri simboli della tradizione ebraica. Le loro iscrizioni costituiscono una fonte preziosa per la storia e il mondo del ghetto e dei suoi abitanti. I molteplici aspetti di ognuna delle loro donazioni vengono infatti narrati con abbondanza di dettagli, talora con ispirazione poetica, e comprendono i nomi dei protagonisti e delle loro famiglie, i rapporti di amore, di affetto e di amicizia, le sinagoghe, e l’anno della consacrazione.

Il catalogo delle mappòt possedute dal Museo Ebraico di Roma, risalenti all’età del ghetto (1555-1870), che riproduce ora questa collezione in magnifiche immagini, permette non solo di immergersi nella affascinante storia dei tessuti, ma di conoscere meglio la comunità ebraica più antica del mondo occidentale. La storia degli ebrei di Roma – e direi d’Italia – è recentemente molto cambiata. Negli ultimi due decenni anche in Italia, sia pure con ritardo, la storia degli ebrei si è collocata al centro dell’attenzione degli storici, sia perché ha rinnovato tematiche, approcci e metodologie, sia perché è stata posta in stretta relazione con lo sviluppo storiografico generale. L’Italia non ha mai avuto – e non ha tuttora – un settore disciplinare e accademico specificamente intitolato ai Jewish studies come è avvenuto negli altri paesi, e tuttavia è indubbio che lo slancio e la fioritura delle ricerche abbiano oramai costruito un campo disciplinare che non può più essere ignorato o considerato, come a lungo si è fatto, un settore a sé, in definitiva marginale e irrilevante per i non ebrei e per la storia generale: dunque, come solo “storia degli ebrei”. Per molto tempo, infatti, la storia ebraica non è stata presa in considerazione nella ricostruzione complessiva di un dato fenomeno storico, come se gli istituti, le norme e le pratiche degli ebrei, in ogni campo, non potessero interagire strettamente con le trasformazioni generali della società di età medievale, moderna e contemporanea, e spesso perfino condizionarle.

È vero però che oggi si assiste a un percorso che si potrebbe definire di “rovesciamento e revisione storiografici” che intende opporsi alla rimozione della storia degli ebrei dalla storia generale nazionale. Modelli dati per acquisiti e stabilizzati sono stati messi in discussione e soprattutto si è analizzata questa storia non isolatamente, come fosse risolta in se stessa, bensì ponendola in relazione con i meccanismi più generali della società, con l’apparato delle leggi e con le istituzioni, civili ed ecclesiastiche, che su questi meccanismi intervenivano attraverso la normativa. Le ricerche per il periodo a cavallo tra tardo medioevo ed età moderna si sono così moltiplicate, spesso giungendo a livelli di grande spessore e affrontando tematiche nuove, che non si limitano al tema del prestito su pegno e alla finanza, ma si estendono al commercio di beni di lusso, al possesso immobiliare, al ruolo dell’economia familiare, alla cultura materiale, ai ruoli di genere, alle reti bancarie.

Il catalogo magnificamente curato da Doretta Davanzo Poli, Olga Melasecchi, Amedeo Spagnoletto, a mio parere è di estrema importanza non solo per la storia dell’arte, ma per la storia tout court. Con le immagini e con i saggi contenuti, esso si inserisce pienamente in questa nuova temperie storiografica che cerca di rovesciare i luoghi comuni e gli stereotipi che hanno a lungo dominato la storia degli ebrei, soprattutto di quelli romani. Sappiamo che sul piano storiografico Venezia ha avuto un altro destino, più fortunato; quanto a Roma, sicuramente il fatto di essere la sede del Papato – e dunque dell’istituzione che elaborava leggi, discriminazioni e istituzioni per gli ebrei – ha molto falsato la percezione storica. Tra i luoghi comuni consolidati che anche questo libro contribuisce a sfatare c’è l’idea della omogenea povertà dei ghetti, in questo caso quello di Roma, da sempre considerato dagli storici il più misero di tutti con una operazione anacronistica che anticipa al Cinque-Settecento la ben diversa situazione di crisi dell’Ottocento.

Dobbiamo a Daniela Di Castro, la prima direttrice del Museo ebraico di Roma, la netta e determinata smentita dell’opinione relativa alla generale miseria romana, proprio in base all’evidente contraddizione costituita dalla magnifica raccolta di tessuti e argenti della Sinagoga romana. Ella stessa aveva segnalato i nomi delle famiglie importanti e attive economicamente, peraltro già individuate dall’importante libro di Attilio Milano (Storia degli ebrei in Italia, Torino, 1963), come gli Ambron, i Baraffael, gli Ascarelli, che avevano donato preziose mappòt alle diverse Scole o Sinagoghe a cui erano più legati. Proprio la ricchezza di quello che è stato giustamente definito da Daniela Di Castro “un archivio tessile”, cioè di manufatti di arte tessile, tra i più importanti al mondo, mette in evidenza quali siano le prospettive indispensabili per la storia degli ebrei e delle loro relazioni con la società cristiana maggioritaria.

Innanzi tutto, si impone la necessità di ripensare e ridefinire il paradigma tradizionale del ghetto/ghetti, e di porre in discussione il modello storiografico classico, che lo descrive sempre e comunque come spazio di completa separazione popolato da un’umanità indistintamente povera e relegata ai margini della società.

Inoltre, va sottolineata l’esigenza di tenere in conto il tema delle differenziazioni sociali, smentendo il luogo comune che raffigura il corpo sociale delle comunità ebraiche come coeso e compatto, in sostanza solidale. Le comunità italiane non erano egualitarie e al loro interno si erano sviluppate da secoli configurazioni sociali diversificate che opponevano le famiglie più abbienti – e titolari di ruoli politici e amministrativi – a quelle più modeste o povere. C’è ancora molto da studiare e da approfondire per quanto riguarda le stratificazioni sociali ed economiche nel mondo ebraico italiano e i conflitti che ne derivavano, e di recente questo lavoro è stato intrapreso per alcune realtà urbane, ad esempio per Venezia e Roma. Per Roma è stato calcolato che tra Sei e Settecento, su una popolazione di circa 4000 abitanti del ghetto, solo un 3-4% erano i molto abbienti. Alla domanda che dunque si pone relativamente alle cause della differenziazione sociale ed economica, si deve rispondere che essa era il risultato del fatto che le attività economiche ebraiche, nonostante divieti e prescrizioni limitanti mestieri e professioni, erano numerose e diversificate, spesso lucrative, e creavano gruppi numericamente circoscritti, ma esistenti e di peso, di imprenditori di successo, pur operanti in una situazione di discriminazione.

Va infine valutata l’importante possibilità di accedere, attraverso questa via indiretta costituita dalle mappòt, a una storia delle famiglie ebraiche a Roma, resa oggi difficilissima dalla mancanza di documenti e archivi familiari. Ma questo è un ulteriore archivio che ci soccorre. Le stoffe e i drappi per le mappòt non solo sono firmate dalle ricamatrici – e danno notizia almeno dei nomi di queste donne lavoratrici ignote (ad esempio, una tale Benvenuta) –, ma riportano il nominativo delle famiglie committenti che, con la data e spesso con altre notizie racchiuse in iscrizioni anche abbastanza lunghe, consentono, con l’incrocio di altre fonti, di ricostruire circostanze, famiglie, individui, rapporti e perfino emozioni e sentimenti. Molto acuta e da sviluppare senz’altro mi pare inoltre l’intuizione, sempre di Daniela Di Castro, giustamente ripresa anche dal catalogo, di una analogia tra le iscrizioni sulle lapidi dei cimiteri ebraici, proibite a Roma fin dal primo Seicento, e le iscrizioni sulle stoffe votive, in una sorta di processo di sostituzione.

Dunque anche visivamente, attraverso il catalogo, viene decisamente smentita l’idea della limitatissima attività economica che si sarebbe svolta nel mondo ebraico romano. La condanna cinquecentesca inflitta agli ebrei, con la bolla Cum nimis absurdum del 1555, che imponeva di limitarsi alle attività della strazzeria ha prodotto un equivoco storiografico formidabile perché ha delineato un miserevole mondo di stracci e di oggetti usati guardato anacronisticamente con gli occhi di oggi. Invece la rigatteria e il riciclo dell’usato costituivano non soltanto una attività intrinseca, diffusa e comune nel mondo moderno, naturalmente anche presso i gentili, come ben sanno gli storici più avvertiti, ma sfiorava in molti casi l’antiquariato, gli ambienti dell’arte e il mondo altolocato delle committenze aristocratiche: in ogni modo, si trattava di attività che necessitavano di molto denaro liquido. E proprio l’endemica scarsità di denaro che affliggeva il ceto dirigente cristiano – laico ed ecclesiastico – portava nelle mani degli ebrei oggetti e vesti di valore, frutto di acquisto da parte dei cristiani e spesso solo di prestito, e magari originariamente prodotti dagli ebrei stessi, in un processo continuo di vendita, affitto e riacquisto: un esempio suggestivo è offerto da Cristina di Svezia, che comprava dagli ebrei oggetti d’arte, manufatti tessili e arredi che poi alla sua morte furono riacquistati dagli ebrei stessi.

La mobilità dei ricchi commercianti, la specializzazione nel commercio di oggetti di lusso e specialmente in tessuti fini, la ramificazione delle ditte fuori Roma, presentano un quadro della realtà economica romana ben diverso da quello tradizionalmente disegnato. Sono soprattutto elementi che evidenziano le conflittualità interne tra ebrei ricchi e meno ricchi e la capacità dei più abbienti di influire non solo sull’organizzazione interna della comunità, ma sulle istituzioni della società cristiana maggioritaria a proprio favore, anche sul piano giudiziario. Così, l’ottenimento di licenze e privilegi per commerciare e per muoversi liberamente nello Stato, portano alla luce, ancora una volta, la complessa stratificazione che contraddistingueva le società ebraiche in questo periodo. Del resto, i più ricchi ebrei romani erano assai attivi anche nel campo del commercio di altri generi di lusso, oltre ai preziosi tessuti, quali erano le spezie, il cacao, il caffè, il thè, il tabacco che, nel corso del secolo XVIII, costituivano le nuove ed esotiche mode alimentari e registrarono un’enorme crescita nel consumo, con conseguenti grandi profitti. I “droghieri” e gli speziali cristiani sapevano bene che l’importazione e la vendita di tali beni potevano generare fortune notevoli che non volevano ovviamente condividere con nessuno, tanto meno con gli ebrei, ai quali le contendevano rivolgendosi ai tribunali. E qui siamo rinviati alla storia del lavoro e delle corporazioni perché le liti giudiziari decennali tra corporazioni cristiane e mercanti ebrei sono molto significative e andrebbero studiate in serie. Ed è interessante constatare che anche nel commercio di lusso delle spezie i nomi che ritroviamo sono sempre i medesimi – Ambron, Baraffael – dei protagonisti del commercio e della produzione delle stoffe più ricche.

Questo catalogo influisce sul piano storiografico generale per molti aspetti e costituisce un prezioso contributo a più livelli: dalla storia economica a quella dell’industria, alla storia sociale, dell’arte, del consumo, della moda e del costume.

Innanzi tutto esso propone una cronologia nuova per la storia degli ebrei di Roma, centrata sul Sei-Settecento, che effettivamente corrisponde alla fase di produzione di stoffe sempre più ricche ed elaborate. Ma è anche la fase in cui pure la politica economica papale si concentrò sull’industria tessile dello Stato e in particolare su quella serica, con privilegi e con la nascita di una corporazione, nel Seicento e poi nel secolo successivo: il Consolato della seta, in cui agli ebrei non era concesso entrare, operava in monopolio e praticava il blocco delle importazioni e la proibizione di emigrazione alle maestranze specializzate. Qui si inserisce un apporto importante alla storia del lavoro in generale a Roma, ma che riguarda anche gli ebrei. Nonostante i conflitti tra la corporazione dei mercanti cristiani e gli ebrei che facevano loro concorrenza, anche i lavoranti e i mercanti della seta ebrei si avvantaggiarono della politica protezionistica del papato: si veda nel catalogo il saggio di Doretta Davanzo Poli. Già nel 1588 un ebreo veneziano, Maggino di Gabriele di Maggio, studiato da Dora Liscia Bemporad, ottenne da Sisto V importanti privilegi in seguito alla pubblicazione di Dialoghi sull’allevamento dei bachi da seta. Dopo la chiusura dei banchi ebraici nello Stato della Chiesa, decretata nel 1682, che assestò un grave colpo all’economia della comunità, l’attività tessile in generale – produzione e mercatura – costituì un sostituto per i ceti più ricchi che cambiarono le loro strategie di investimento, concentrandole sulla produzione, esportazione e commercio dei tessuti di pregio, partecipando a fiere importanti, con licenze papali, e avviando legami commerciali in Italia e all’estero. Insomma, ricavandosi una nicchia nel “mercato del lusso”, a cui si aggiunsero anche la vendita degli argenti usati (e non). In definitiva, nel tempo della crisi, il settore dell’usato fu trasformato in un’opportunità. Per restare alla seta, fibra e tessuto costoso e di lusso, nel 1754 fu istituito il Nuovo Consolato della seta, separato dall’Università dei Mercanti fondacali di cui fino ad allora i setaioli avevano fatto parte, che rispondeva al grande impulso che ebbe a Roma anche nel Settecento la lavorazione della seta grazie agli investimenti statali. I documenti ci mostrano come i setaioli si difendessero strenuamente da altri soggetti concorrenti, compresi gli ebrei, cercando di assoggettare alla giurisdizione corporativa gli operatori che costituivano un’alternativa produttiva libera. I memoriali degli ebrei reclamano invece la libertà di cui avevano da secoli goduto «di poter far tessere, e lavorare le seterie per proprio conto», dunque anche le nuove. In questo senso, l’esclusione da uno strumento di protezione, quale era la corporazione, si rovesciava in una situazione di relativa autonomia economica.

Inoltre, il catalogo contribuisce alla storia sociale, non solo confermando quali fossero le famiglie dell’élite ebraica, ma palesando anche la loro strategie di affermazione attraverso le donazioni. Donare è un atto di devozione – e anche, come sappiamo, di aggiramento delle norme fiscali – e nello stesso tempo prova di esibizione di ricchezza e prestigio: tanto più se la firma del donatore era accompagnata, come sempre più spesso successe, da uno stemma. A imitazione della nobiltà, e come facevano anche i ricchi banchieri e mercanti cristiani, i mercanti ebrei si dotarono di stemmi, ricavati dai simboli ebraici e biblici, da figure di animali o anche dal cognome. È questo un segnale di quel processo di imitazione della nobiltà che recentemente è stato studiato e che portò gli ebrei più facoltosi, soprattutto nell’Ottocento, a non contentarsi di un blasone inventato, ma di acquisire un vero e proprio titolo nobiliare da chiedere e ottenere dalla severissima Consulta araldica (i Franchetti, i Bonfil, i Treves). È un segnale definitivo del processo di secolarizzazione e di assimilazione che caratterizza il mondo ebraico italiano. Ma l’assimilazione, che giungeva fino all’acquisizione di titoli nobiliari, portava con sé anche problemi, all’interno e all’esterno della comunità. All’interno, perché l’allontanamento dal ghetto e l’acquisizione di nuovi comportamenti poteva significare un processo di secolarizzazione e di allentamento della tradizione religiosa, che impensieriva le autorità rabbiniche e comunitarie e che era in grado di innescare tensioni. All’esterno, perché l’assimilazione, che comportava la perdita di segni identitari specifici – come il cappello o il segno giallo – e l’esibizione della ricchezza ai fini della legittimazione e dell’integrazione potevano produrre – e produssero – nella società cristiana una reazione di rigetto, con una ripresa dell’antisemitismo che in effetti si realizzò in tutta l’Italia del secondo Ottocento. Non bisogna aspettare, dunque, il 1938 e le leggi razziali.

Infine, il catalogo contribuisce a una storia dei consumi, ad esempio dei tessuti comprati da non ebrei, come quelli usati per gli arredi della case patrizie e perfino delle chiese e degli altari, per gli abiti e per le carrozze: come la stoffa preziosa che rivestiva l’interno della carrozza di Cristina di Svezia, ideata dal Bernini per lei, che successivamente passò in mano del famoso rabbino Tranquillo Vita Corcos – una figura tutta da rivalutare – che la donò alla Scuola Quattro Capi nel 1703, e che recava al centro lo stemma dei Corcos con due leoni rampanti. Ma contribuisce anche alla storia della moda e dei costumi – oggi in auge nelle università –, a cui rinviano i disegni, i simboli, le allegorie usate, prevalentemente di stile barocco. O ancora alla storia della diffusione dell’orientalismo e del gusto esotico, visibile nelle stoffe con elementi di origine levantina, o cinese o orientale, come la pianta dell’oppio, studiate da Serena Di Nepi.

Tutto ciò indica quanto fossero strette le relazioni tra il mondo degli artisti, degli aristocratici e di alcuni fra i più doviziosi ebrei romani che, pur non appartenendo a quel mondo, vivevano immersi in esso e partecipavano attivamente alle correnti artistiche dell’epoca: «una vita sdoppiata», come ha scritto Daniela Di Castro, ma attiva e per nulla da sopravvissuti o marginali.

Concludo con un ricordo personale. Nel 2008, quando uscì l’edizione da me curata, con il titolo di Rubare le anime, del diario di Anna Del Monte, giovane ebrea romana rapita da casa e rinchiusa nella Casa dei catecumeni nel 1749, per essere stata offerta alla religione cattolica da un convertito che pretendeva di esserne il fidanzato, la presentazione del libro si fece al Museo ebraico di Roma. In quella occasione, con una mossa a sorpresa e spettacolare, proprio nel momento in cui si parlava del ritorno trionfale di Anna al Ghetto e in Sinagoga, dove le era stata regalata un prezioso tessuto azzurro in seta, ricamato con fili d’argento e d’oro, e recante una iscrizione biblica allusiva ai patimenti della fanciulla, e anche alla suo vittoria finale, Daniela Di Castro esibì proprio la preziosa stoffa che il padre di Anna, Barukh Del Monte, aveva poi donato alla Scola Siciliana per celebrare l’evento, come fosse una sorta di ex voto ebraico (Mappà Del Monte: si può vedere alle pp. 210-211 del catalogo). Non dimenticherò mai quel momento.