Il bushido alleato. Il Giappone guerriero nell’Italia fascista (1940-1943)


Abstract: Dopo la firma del Patto tripartito nel 1940, comparvero in Italia diversi periodici dedicati alla diffusione della cultura nipponica rivolgendosi a un pubblico ben poco informato sui caratteri del nuovo alleato. Lo stesso obiettivo fu perseguito da diversi documentari dell’Istituto Luce. L’analisi di queste fonti mostra la convergenza ideologica tra militarismo imperialista giapponese e fascismo. Il concetto di bushido, già noto in Italia almeno dal 1917, offrì il principale strumento di mediazione culturale insieme al legame tra fedeltà e onore. Questa convinta e qualificata mobilitazione di diversi intellettuali fascisti tra i più prestigiosi produsse alcuni stereotipi destinati a riprodursi anche nel dopoguerra e sino all’attualità nella percezione di massa dell’identità giapponese.

Il 27 settembre 1940 i governi totalitari di Italia, Germania e Giappone siglarono un’alleanza nota come Patto Tripartito che stabiliva il riconoscimento delle reciproche aree di influenza in Asia e in Europa. Il Secondo conflitto mondiale era già scoppiato nel settembre 1939 con l’invasione tedesca della Polonia, l’Italia aveva dichiarato guerra all’alleanza anglofrancese nel giugno 1940, il Giappone avrebbe iniziato le ostilità dopo più di un anno dalla sigla del Patto con l’attacco alla base americana di Pearl Harbour nel dicembre 1941. Le avrebbe anche chiuse definitivamente con la resa incondizionata del 15 agosto 1945, data ufficiale della fine del conflitto nel mondo intero dopo che la Germania si era arresa a giugno all’Armata Rossa e il regime fascista era crollato già due anni prima.

La diplomazia fascista aveva aderito all’alleanza tripartita proprio quando la sua azione non stava mostrando una particolare vitalità, specialmente mancando di una reale autonomia politica in Estremo Oriente.

I diplomatici italiani nemmeno parteciparono ai negoziati precedenti al Patto limitandosi a firmare il testo che il ministro degli Esteri nazista, Joachim von Ribbentrop (1893-1946), portò di persona a Roma nel settembre 1940. Però, al di là di questa specifica vicenda che vide il governo di Mussolini allinearsi alla politica nazista nell’Estremo Oriente, le relazioni tra Italia fascista e Mikado, l’Impero giapponese, erano state animate negli anni immediatamente precedenti da una particolare attrazione reciproca che avrebbe forse anche potuto condurre a un’alleanza formale indipendente dalle indicazioni e dagli interessi immediati del Terzo Reich.

Questa ricerca si propone appunto di approfondire quali fossero le espressioni culturali e di costume che risvegliavano l’interesse vicendevole almeno tra intellettuali, politici e alti ufficiali delle due nazioni, considerando la limitata conoscenza che i ceti popolari potevano avere di contesti così lontani e diversi. Come si vedrà, l’aspetto forse più interessante è che i fondamenti di questa corrispondenza superavano le circostanze politiche degli anni Trenta per affondare in acquisizioni di pensiero che si erano venute formando già nei decenni precedenti.

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Autore

  • Roberto Benedetti

    Roberto Benedetti è cultore della materia e dottore di ricerca in Storia moderna presso La Sapienza-Università di Roma. È specialista di storia sociale e di storia della giustizia penale nella Roma di età moderna ma recentemente ha iniziato ad occuparsi del tema della schiavitù islamica all’interno dei confini dello Stato della Chiesa di antico regime. Ha partecipato al progetto europeo "Oltre la guerra santa", la gestione del conflitto e il superamento dei confini culturali tra mondo cristiano e mondo islamico dal Mediterraneo agli spazi extra-europei: mediazioni, trasmissioni, conversioni (sec. XV-XIX)" – Progetto finanziato dal MIUR con fondo FIRB-Futuro in Ricerca, 2008, nell’ambito del quale ha realizzato una ricerca sulle fonti archivistiche e bibliografiche relative alla normativa prodotta tra XVI e XVIII secolo sulla presenza di schiavi islamici non convertiti nel territorio dello Stato della Chiesa di antico regime. È capo redattore della rivista scientifica on line Giornale di Storia ( www.giornaledistoria.net ). Le sue principali pubblicazioni sono: Tribunali e giustizia a Roma nel Settecento attraverso la fonte delle liste di traduzione alla galera (1749-1759), in «Roma moderna e contemporanea», anno XII, 3, settembre-dicembre 2004; Madri, figlie, mogli, schiave. Le istanze di liberazione inoltrate all'Arciconfraternita del Gonfalone (Secolo XVIII), in «Storia delle donne», 5 (2009), pp. 147-165; Il “gran teatro” della giustizia penale: i luoghi della pubblicità della pena nella Roma del XVIII secolo, in «Mélanges de l’École Française de Rome. Italie et Méditérranée» (in corso di pubblicazione); Dalla galera all’Ergastolo. Storia del carcere per ecclesiastici criminali, in «Ricerche di storia sociale e religiosa», 81 (2012), pp. 15-69; Servi introvabili e schiavi visibili. Un’analisi delle fonti giuridiche dello Stato della Chiesa (XVI-XVIII secolo) in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 2 (2013), pp. 53-80.