From 1970s Rocker to 1990s Rockstar. Punk Rock World, the end of Cultural-politicized rock and the birth of “politically correct rock”
From 1970s Rocker to 1990s Rockstar
Punk Rock World, the end of Cultural-politicized rock and the birth of “politically correct rock“
Alcuni spunti di riflessione a partire da We’re here not to Entertain di Kevin Mattson (2020)
Il Punk (Rock World) come l’ultima espressione della logica controculturale dei Sixties. È questa una delle possibili letture dell’affascinante, ottimamente documentato e stratificato affresco storico-culturale di Kevin Mattson in We’re Not Here to Entertain: Punk Rock, Ronald Reagan, and the Real Culture War of 1980s America (Oxford University Press, New York, 2020). Attraverso una meticolosa ricerca archivistica sulla sottocultura punk americana della prima metà dei 1980s, Mattson continua anche con We’re Not Here to Entertain il suo ventennale lavoro sulla storia di quell’epoca americana definibile come New Deal Liberalism (1945-1980), e di cui qui vogliamo ricordare solo Intellectuals in Action: The Origins of the New Left and Radical Liberalism, 1945-1970 (2002), When America Was Great: The Fighting Faith of Liberalism in Post-War America (2004), What the Heck Are You Up To Mr. President?: Jimmy Carter America’s Malaise and the Speech That Should Have Changed the Country (2009).
In questo caso Mattson cerca di farlo ricostruendo una delle ultime battaglie culturali, in Usa, di “sinistra”: la guerra della “cultura” giovanile del punk rock contro lo tsunami neoliberista reaganiano, quello che alla fine dei 1970s ha dato vita a Reaganland (per dirla con il titolo di un recente libro di Rick Perlstein, ed anch’esso uscito nel 2020), un paesaggio storico che poi avrebbe colonizzato l’immaginario politico e culturale dei seguenti quarant’anni della storia americana, trasformando la politica, la cultura e la vita stessa in entertainment, e che ancora oggi, nei 2020s, continua ad influenzare l’American Way of Life.
In We’re Not Here to Entertain, insomma, si scopre come una delle ultime forme di resistenza culturale (l’ultima?) della sinistra americana ( quella intesa nel senso dei Sixties) contro il Right Turn dei 1970s si è organizzata non attorno alla politica (come fu tra i 1950s ed i 1970s), non agli intellettuali, alla società civile ed alle minoranze (come fu nei 1960s), e neanche alla classe operaia (come fu nei 1970s) – tutti quanti, questi, in un modo o nell’altro usciti sconfitti, e duramente, dalla crisi dei 1970s e dal ciclone Reagan –, ma intorno ad un gruppo di ragazzi delusi, disgustati ed arrabbiati della periferia metropolitana americana; disgustati, cioè, dalla piega che secondo loro l’America stava prendendo, la quale plasmava la quotidianità dei giovani americani (soprattutto quelli meno fortunati) nell’insensatezza e nella “noia” di una vita trasformata in entertainment, vissuta in geografie urbane – ma anche rurali, e che oramai erano esse stesse trasformate in forma di merce, habitat del capitale –, e relegata al mero consumo passivo di prodotti (culturali) che nessuno di loro in realtà voleva per davvero. Insensatezza che trovava la sua espressione più gloriosa appunto nel fatto che il presidente degli Usa fosse quello che nel Punk Rock World veniva considerato come l’entertainer in-chief, appunto Ronald Reagan, il presidente di teflon, che fece della politica un gigantesco show, trasformata in una mitologica dell’American Dream più retrivo ed individualista, per arrivare anche a utilizzare citazioni di film e personaggi di Hollywood come strumento di governance, cioè governando il paese come si gestirebbe un’azienda, attraverso l’entertainment, esteticizzando la politica. Un rapporto, quello tra Reagan ed Hollywood, ovviamente d’influenza reciproca, poiché se la retorica di Reagan, nell’estetizzazione della politica, è stata influenzata dalla logica hollywoodiana, allo stesso tempo la retorica di Hollywood e dei media, della cultura e dell’estetica dei 1980s ha subito una sorta di reaganizzazione (ed in particolare rispetto alla sua decisionista ed eroica retorica sulla guerra fredda), diventando essa stessa espressione di un preciso modello socio-economico. Si pensi, ad esempio, anche alla nascita ed all’impatto del network MTV (e che Mattson in We’re Not Here to Entertain discute più volte).
Lorenzo_MARRAS_Note_su_Were_Not_Here_to_Entertain_9.0