Tra storia delle esplorazioni, università e impegno civile: un ricordo di Francesco Surdich (1944-2024)

Tra storia delle esplorazioni, università e impegno civile: un ricordo di Francesco Surdich (1944-2024)

Abstract: Paolo L. Bernardini e Elisa Bianco ricordano in questo articolo Francesco Surdich (1944-2024), storico delle esplorazioni, recentemente scomparso. Docente a Genova, dialogava con diverse scuole storiografiche. Fondò la "Miscellanea di Storia delle Esplorazioni", rivista fondamentale. Nato a Cherso, visse un'infanzia segnata dalla fuga dalle foibe. Studiò i rapporti tra Genova e Venezia. Fu preside e figura impegnata civilmente. Lascia una vasta eredità scientifica e didattica. La sua opera spazia dal Medioevo all'età moderna.
La "Miscellanea" è ora online.
Un volume in sua memoria è stato pubblicato nel dicembre 2024 per i tipi di Città del Silenzio Edizioni

Il 5 agosto 2024, improvvisamente, è mancato Francesco Surdich. Soltanto per rimanere nell’ambito – ristrettissimo – dei due autori del presente ricordo, Surdich fu di immensa generosità, ed è questo il primo tratto che vorremmo ricordare di lui. E basti un solo episodio: proprio pochi giorni prima della morte scrisse ad una delle nostre giovani allieve di dottorato, Federica Beretta, indicandole fonti essenziali per lo studio del Plinio geografo nella prima età moderna, da Colombo ad Ortelius. Fu generoso dunque, e fermandoci solo al nostro ridotto ambiente, per ben tre generazioni di studiosi. In realtà la sua generosità, acribia, attenzione al dettaglio, e in generale professionalità furono ben note e in Italia e all’estero. Particolarmente piacere gli fece il conferimento della qualifica di socio onorario della Società Geografica Italiana, il 25 marzo del 2024, pochi mesi prima della scomparsa.

Il più anziano di noi due lo ebbe come maestro a Genova tra 1982 e 1987. In una università che è sempre stata – e tuttora è – luogo ricchissimo non di una sola, ma di diverse scuole storiografiche, sparse almeno (allora) tra quattro facoltà, Lettere e Filosofia, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Economia e Commercio, ora confluite in diversi dipartimenti. Per questo, è difficile parlare di una “scuola” genovese, poiché le tendenze sono e sono state molteplici. In qualche modo Surdich dialogava con tutte: dalla microstoria e storia socio-economica di Bulferetti, Grendi, Moreno e loro discepoli (tra cui vorremmo menzionare l’amico e collega Osvaldo Raggio, scomparso nel 2022), alla storia marittima e locale di Assereto (lo storico che forse ha lasciato maggior scuola, a Genova, in termini di discepoli: da Luca Lo Basso a Paolo Calcagno ed Emiliano Beri), alla storia tecnicamente economica di un Giorgio Doria, e in generale degli storici a Economia e Commercio (compreso Marco Doria, figlio di Giorgio e per un periodo sindaco di Genova); per giungere alla storia culturale e intellettuale di un Salvatore Rotta, e alla storia della scienza di un Carlo Maccagni, scomparso nel 2022, scuola che ha lasciato a Genova pochi allievi (Davide Arecco), ma che ne ha lasciati diversi, compresi gli autori di questo ricordo, operanti fuori dai confini della Superba. Giova ricordare la presenza genovese nella storiografia italiana del secondo dopoguerra – ma anche e abbondantemente dall’Unità in poi – poiché non è sempre, a nostro avviso, apprezzata come si dovrebbe.

Il più giovane degli autori di questo ricordo, Elisa Bianco, lo conobbe solo tardi, ma fu per lei di grande ausilio, di nuovo per la sua generosità e cultura sterminata – nel suo ambito elettivo, la storia delle esplorazioni geografiche, e non solo in quello – consentendole peraltro di pubblicare su quella che fu la sua creatura più amata e nota, una rivista. La Miscellanea di Storia delle Esplorazioni, con periodicità annuale, venne fondata nel 1975 e continuò le pubblicazioni per 41 anni: l’ultimo numero, il 41, venne pubblicato dall’editore-libraio genovese Bozzi (con uno storico, bellissimo ufficio in Strada Nuovissima a Genova, dove via Garibaldi confluisce in via Cairoli) nel 2016; avrebbe dovuto essere, in realtà, il numero 42, ma nel 1976 il periodico (a quanto sembra) non venne pubblicato. Ebbene, si è trattato di un periodico fondamentale nel panorama italiano, e non solo italiano, della storia delle esplorazioni. Vi era un’apertura singolare verso il viaggio, al di là di quello inteso tecnicamente come di “esplorazione”, che era apertura tematica (dal viaggio erudito al Grand Tour) e al contempo apertura cronologica, come nello spirito di Surdich, nato come medievista, sotto il magistero – che fu per molti e per molti memorabile – di quell’ingegno fertile, e carattere ferreo e un pochino irascibile, che fu Geo Pistarino; nato come medievista, ma in grado di muoversi agevolmente anche in età moderna (soprattutto) e contemporanea. Occorre ricordare che il secondo libro di Surdich (Le grandi scoperte geografiche e la nascita del colonialismo, La Nuova Italia, 1975), uscito per la prima volta in contemporanea col primo volume della Miscellanea (poi ristampato), connetteva il mondo medievale con quello moderno e contemporaneo, nel legame, sempre sottolineato da Surdich, tra esplorazione e colonizzazione, naturalmente fondante per gran parte dei viaggi, anche quelli medievali (sottolineava sempre Surdich il fatto che le prime imprese della “modernità”, i viaggi di Enrico il Navigatore, erano in realtà continuazioni, su scala maggiore e per un impero nuovo, come quello portoghese, di imprese spagnole, genovesi, veneziane e catalane già ampiamente  pratiche in età medievale).

Un osservatore che non lo conosca come storico né lo abbia conosciuto come docente e come persona, può legittimamente porsi una domanda: donde gli proveniva questo interesse per il viaggio e le esplorazioni a livello globale – non privilegiò mai un’area rispetto ad un’altra, una nazione rispetto ad un’altra – essendo egli stesso legato alla città ove aveva svolto tutta la sua carriera e dove aveva vissuto, Genova, e non avendo trascorso altrove lunghi periodi: in luoghi lontani o anche solo diversi da Genova? Certamente vivere a Genova è per molti aspetti avere il mondo che viene da noi, senza necessità di andarlo a cercare, e questo è vero per tutti i grandi (e meno grandi) porti di mare. Tuttavia Surdich non era genovese. E la sua biografia, almeno per l’inizio, è molto avventurosa.

Era nato a Cherso nel Quarnaro in un’epoca particolarissima della vita dell’Istria. Cres, isola piccola e splendida, oggi raffinata meta turistica, era allora sotto l’occupazione tedesca, come tutta la provincia di Pola. Nacque l’11 maggio 1944. Tra il 15 maggio e il 20 giugno 1945, dopo la ritirata tedesca, i partigiani titini occupano Pola, e le isole quarnerine distanti poche miglia dalla costa. Siamo ai tempi oscuri delle foibe. Il piccolo Luigi venne messo in salvo nel 1946, con una fuga notturna, avventurosa, in barca a remi, dal nonno materno. Lo stesso anno nacque il fratello Luigi – scomparso il 26 agosto del 2024, a poche settimane da Francesco – anch’egli per quaranta anni docente all’Università di Genova, di Letteratura italiana, grande esperto di Boccaccio, sodale e amico del poeta Giorgio Caproni, con cui intrattenne un lungo epistolario. Questa fuga rocambolesca ma salvifica rimase impressa nella memoria del futuro storico delle esplorazioni. Che trascorse la parte della giovinezza in un luogo caro – per ragioni diverse, in parte da esplorare ancora – agli italiani d’Istria: i colli Euganei. Come i Luxardo.

Come ekphrasis speriamo tollerabile (se non gradita), vale la pena di ricordare l’intreccio, singolare, di destini. La Luxardo – che ha tuttora a Torreglia i suoi stabilimenti, e il suo museo – nasce da una famiglia genovese, anzi pegliese, i Luxardo per l’appunto, nel 1821, quando Girolamo Luxardo diviene rappresentante consolare del Regno di Sardegna a Zara, allora elevata a capitale del (neonato, sulle spoglie della Serenissima defunta) Regno di Dalmazia. Diplomatico ma anche imprenditore, fonda un’azienda di liquori che prospera soprattutto quando l’Istria torna italiana, dopo la Prima Guerra Mondiale. Ma la sorte che tocca i Surdich non risparmia i Luxardo. Anzi, in questo caso diviene più accanita e crudele. Con una pietra al collo Pietro Luxardo, il fratello Nicolò e la moglie di quest’ultimo vengono annegati davanti a Zara. Una foiba liquida. Già nel settembre 1943 il bombardamento anglo-americano aveva distrutto quasi del tutto la fabbrica, una tra le principali dell’Italia dalmata. L’arrivo dei partigiani apportò altra e più iniqua distruzione. E tuttavia dal 1947 la Luxardo, impresa e famiglia, risorge. Giorgio Luxardo, l’unico dei fratelli Luxardo della quarta generazione sopravvissuto all’orrenda e ingiustificata caccia all’italiano scatenata da Tito, la pulizia etnica di cui troppo a lungo si è taciuto, fa rinascere proprio sui Colli Euganei l’impresa (nel frattempo quel che rimaneva nella Jugoslavia comunista veniva naturalmente nazionalizzato). Ora la Luxardo, a Torreglia, è un piccolo colosso fondamentale nell’economia degli Euganei e non solo, che esporta in 86 paesi nel mondo. Sia i Luxardo sia i Surdich erano negli Euganei nei difficili anni del Dopoguerra, ove si ricostruivano non solo imprese, ma i delicati tessuti delle famiglie istriano-dalmate sconvolte da guerre, occupazioni, pulizie etniche. Ignoriamo se si siano conosciuti o frequentati. Ma almeno un legame (intellettuale) vi è: Piero Luxardo, presidente dell’azienda, classe 1952, è stato anche docente, per lunghi anni, di letteratura italiana all’Università di Padova.

Non meno interessante la figura del padre dei Surdich, Giuseppe, accreditato come primo traduttore di Petrarca in serbo-croato, insegnante a Pola, e poi anche a Padova dopo la fuga, dove si dedicò ad un vastissima opera di traduttore dal latino ad uso scolastico, cimentandosi con Livio, e numerosi altri autori (tra cui Lucrezio, di cui tradusse tutto il De rerum natura). Non solo, ma scrisse anche numerosi manuali scolastici, e fu poeta in proprio (Illusione nostra quotidiana, Milano, 1951; Cose a me care, Milano, 1953. Molto successo ebbe il manuale, scritto con Beatrice Stefanutti, Alle fonti: antologia italiana per le scuole d’avviamento professionale : a tipo industriale, pubblicato dalla R.A.D.A.R di Padova nel 1952, e poi varie volte ristampato. Che l’insegnamento fosse vocazione di famiglia, pare indubbio.

Dall’Istria agli Euganei, dagli Euganei a Genova. Non stupisce che il passaggio dalla Serenissima alla Superba (ma anch’essa, gli storici sanno, “autorizzata” a fregiarsi dell’appellativo di “Serenissima Repubblica”: la ottenne Giorgio Doria dall’Imperatore Rodolfo II nel 1580), dunque il trasferimento da una Serenissima all’altra, abbia spinto il giovane Surdich a cimentarsi in una tesi che studiava i complessi rapporti tra Genova e Venezia nel Trecento. Tesi discussa nel 1967, sotto la guida di Geo Pistarino, grande esperto di Genova soprattutto, che divenne anche il suo primo libro. Su cui occorre soffermarci un poco. Il libro – che porta in appendice un nutrito numero di documenti inediti, provenienti dai diversi archivi consultati – tratta del delicatissimo periodo tra fine Trecento e inizio Quattrocento per quel che riguarda i rapporti tra Genova e Venezia. Dopo la fine della guerra di Chioggia sancita dalla pace di Torino, i rapporti tra le due grandi potenze mercantili mediterranee sono tutt’altro che quieti, come vuole invece la storia manualistica. Vero è che la guerra di Chioggia fu l’ultimo grande conflitto tra le due repubbliche, ma ebbe lunghi strascichi, una storia diplomatica ampia, ma anche militare: perché la Genova protettorato francese ad inizio Quattrocento era tutt’altro che remissiva nei confronti di Venezia. E aveva un governatore passato alla storia come l’ultimo grande cavaliere medievale, Jean II Le Meingre detto Boucicaut, morto a Londra nel 1421 (dopo aver partecipato alla battaglia di Azincourt già in età avanzata ed esser stato catturato dagli inglesi) protetto da Carlo VI, si fece protagonista dell’assedio e sacco di Beirut, il luogo che – come racconta magistralmente Michel Balard – era ormai punto di arrivo della grande “muda”, ovvero flotta veneziana, dopo la perdita di Famagosta. Non si è scritto abbastanza su Beirut veneziana, eppure fu luogo di altissima importanza, per quasi un secolo (paradossalmente, forse perché vi sbarcò Marco Polo per incontrarvi il papa, si conosce di più San Giovanni d’Acri, non molto distante, ma ora in Israele). E qui Surdich analizza bene origini e conseguenze dell’assedio del 1403 di Boucicaut, col pretesto di dar la caccia agli infedeli, e tutto quel che comportò nei difficili rapporti tra Genova e Venezia. Le vedute e tesi di Surdich esposte qui anticipano proprio le conclusioni cui arriverà una generazione dopo Michel Balard (Storia di Venezia, Roma, Treccani, 1997 – consultabile in rete), citando naturalmente, insieme a Tenenti, e numerosi altri storici, l’opera di esordio di Surdich:

«Non è facile fare un bilancio di un secolo di relazioni veneto-genovesi. Due Repubbliche marinare, ugualmente potenti, hanno fatto dello sfruttamento del mare il motore della propria vita economica. Ponti gettati tra Oriente e Occidente, hanno costruito la propria fortuna sul ruolo di intermediarie non solo tra le due parti del Mediterraneo, ma andando oltre fino a Londra e Bruges, fino a Delhi e Pechino. Questa mediazione doveva appoggiarsi sul dominio del mare e sul possesso di scali e di magazzini, posti giudiziosamente nei punti d’incontro delle rotte marittime o allo sbocco delle vie intercontinentali seguite dai flussi mercantili. I loro tentativi di talassocrazia e di espansione coloniale non potevano far altro che opporle l’una all’altra. Dalla guerra di Curzola a quella di Chioggia questi scontri sono sempre stati sterili, avendo avuto come unico risultato quello di indebolire Bisanzio, trascinata nei conflitti, e di rafforzare i Turchi nella loro espansione invece di contrastarla. Venezia talvolta è stata sensibile alle necessità della crociata contro l’invasore ottomano, ma ha rifiutato di portarne il peso da sola. Genova in compenso ha considerato soltanto la difesa a breve termine dei propri interessi commerciali e territoriali: da qui una duttilità, se non persino un’ambiguità, della sua politica che le ha impedito di far fronte comune con la rivale quando le circostanze lo avrebbero imposto. Dopo aver dominato in Oriente alla fine del XIII secolo, quando la parte più importante dei flussi commerciali passava per il mar Nero, Genova ha dovuto lasciare la supremazia a Venezia quando il centro dei traffici si è nuovamente spostato verso la Siria e l’Egitto nella seconda metà del Trecento. Tuttavia le posizioni acquisite allora dai Genovesi nella penisola iberica e sulle rotte dell’Atlantico erano ricche di un avvenire da cui Venezia si sarebbe trovata in gran parte esclusa. »

Ci siamo soffermati su questo libro d’esordio poiché – anche se stricto sensu non è libro sulle esplorazioni, quanto se mai su spedizioni marittime e tentativi di crociate, oltre che su commerci e guerre – in esso vi si trovano alcuni elementi che caratterizzeranno sempre l’opera di Surdich. Per prima cosa il rigore metodologico e la chiarezza espositiva, poi l’attenzione a tutte le fonti edite e inedite, e poi due altri elementi importanti (almeno due). Il primo, il richiamo alla storiografia precedente, anche genovese, si pensi alle opere fondamentali di un Roberto S. Lopez. Il secondo, l’attenzione ad un’epoca di transizione, dal Medioevo alla modernità, fondamentale perché segna il vero e proprio inizio del Rinascimento europeo, almeno a nostro avviso, da collocarsi ben prima della seconda metà del secolo XV. Surdich porterà sempre gli strumenti del medievista nella ricerca, anche quando si tratti di storia contemporanea, attento a sottolineare più che le rotture, una lunga linea di continuità, che pone in discussione la stessa idea di una “origine della modernità” che alla fine non si sa bene dove collocare. Una curiosità, per terminare il paragrafo. Come i destini dei Surdich e dei Luxardo si incrociarono, dall’Istria e Dalmazia agli Euganei, nel secondo Dopoguerra, così il Boucicaut, nel primo decennio del Quattrocento, ebbe a combattere contro il pretendente al dogado di Genova, che era un Luxardo, Battista de Franchi-Luxardo, che a lungo cercò di redimere la città dal dominio francese.

A Genova dunque Surdich percorse una lunga carriera accademica, fino al 2014, anno del pensionamento nel ruolo di ordinario di Storia moderna, cui seguirono comunque fertili anni di pubblicazioni, di insegnamento a contratto, di attività scientifica di ogni tipo, continuata letteralmente fino alla fine. Un impegno davvero esemplare, anche, in vari ruoli, nell’amministrazione universitaria: dal 2008 fu Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, carica che tenne fino al 2012, quando le facoltà vennero sostituite dai dipartimenti. Nei ruoli amministrativi, che furono diversi, si fece apprezzare per uno spirito di conciliazione non comune, anche in casi di tensione con gli studenti. Tra 1989 e 1990 fu in grado di dialogare con il movimento studentesco detto “La Pantera”, e fu accusato da alcuni studenti di essere troppo tenero nei loro confronti. Ma in fondo chi aveva visto le foibe e gli orrori titini poteva ben prendere la “pantera” per quello che era, senza scaldarsi – per dir così – troppo. La storia vissuta e quella studiata gli avevano insegnato a dar il giusto peso alle cose. Si era peraltro in anni in cui gli storici erano più o meno impegnati in battaglie civili e spesso anche politiche. Surdich già dall’inizio della carriera aveva aderito al movimento degli studenti cattolici noto come “Intesa”, di cui era divenuto un importante esponente, in un quadro di sinistra che lo aveva anche visto tra i protagonisti della prima occupazione dell’ateneo genovese avvenuta nel 1968. D’altra parte o cattolica, o laica, era la sinistra a dominare la scena genovese, non solo universitaria. In ambito accademico, e più segnatamente in ambito storiografico, vale la pena di ricordare non solo Giorgio Doria e il figlio Marco, ma figure più politicamente più radicali, come lo storico (collega di Surdich), Claudio Costantini (1933-2009), romano, autore di importanti opere di storia genovese, e attivista per tutta la sua carriera. Il suo legame con Surdich è testimoniato in un volume in sua memoria a cui Surdich contribuì (Claudio Costantini. Storia, politica, insegnamento (1933-2009), Archimovi edizioni, 2022). Molte altre figure sarebbero da citare. Ma al di là dell’amministrazione, e dell’impegno civile, furono l’attività scientifica (oltre 300 pubblicazioni) e quella didattica (circa 1300 tesi come relatore), a farne un punto di riferimento. Insomma, la Genova “di sinistra”, anche estrema – oggetto da tempo dell’interesse storiografico di Sergio Luzzatto in primis – era ben presente, con diverse e complicate sfumature, all’interno dell’ateneo (ove peraltro l’italianista Enrico Fenzi, classe 1939, era stato direttamente coinvolto in indagini relative alla BR).

Era un supervisore molto esigente, ma molto amato. Per chi come noi vive con le tesine triennali, miserrima cosa, il ricordo dell’impegno profuso, e richiesto, per le tesi quadriennali è motivo di rimpianto (o di sollievo, a seconda dei punti di vista). Il più anziano di noi ricorda la vivace discussione di tesi di un giovane poi divenuto un importante scrittore di enogastronomia, Umberto Curti (autore di numerosi libri di successo sulla cucina e le tradizioni liguri, e non solo liguri). Il giovane Curti si laureò con Surdich sul “contributo dei Salesiani alla scoperta del Mato Grosso”, ponderosa tesi di ricerca ancora inedita. Ebbene, l’ispirazione gli era giunta dal padre Alfredo, che ad inizio anni Cinquanta aveva condotto un’esplorazione del Rio delle Amazzoni, da cui aveva tratto un libro – ancora inedito anch’esso, a quanto sappiamo – ma anche un fortunato documentario, “I Misteri del Mato Grosso”, che ebbe una certa diffusione. Ebbene, Alfredo Curti era presente alla discussione della tesi del figlio. Surdich gli strinse la mano, dicendogli “Oh che piacere, conoscere un esploratore!”, al che Alfredo Curti, con penetranti occhi azzurro chiaro, e un piglio energico e risoluto, rispose a Surdich: “Avventuriero, prego, avventuriero”. Suscitando un pochino di ilarità, ma anche riverente rispetto tra i presenti.

Francesco Surdich dunque lascia una vasta eredità. Tra gli studiosi, nella città di Genova, nel basso Piemonte ove soggiornava spesso. Tra gli amici, i discepoli diretti e indiretti. La sua capacità di sviscerare ogni aspetto della dimensione del viaggio, di mettere in luce l’importanza del soggetto per gli storici, per i geografi, per gli studiosi di scienza politica, rimane altissimo modello. Il Grand Tour, le esplorazioni, le varie dimensioni del viaggio, compreso quello diplomatico, sono al centro dell’attenzione di numerosi storici italiani, anche delle generazioni più recenti. Dalla più giovane tra i due estensori del presente contributo, a Rosa Maria Delli Quadri, Paolo Gerbaldo, Alessandra Mita, numerosi altri si occupano di questo. E non solo in Italia, naturalmente.

In conclusione, vale la pena, tra le oltre trecento pubblicazioni di Francesco Surdich, segnalarne qui e ora una dozzina, una percentuale esigua, ma credo rappresentativa (comprendente monografie e curatele) se si considera che si tratta di opere non solo largamente citate dalla letteratura, ma anche spesso adottate nei corsi universitari italiani: scritti che spaziano dal Medioevo alla tarda età moderna. Segnalando come Surdich fosse attivo come fondatore e direttore di collane, riviste, e insomma in tutta la galassia della professione accademica, interpretata e vissuta, dall’inizio alla fine, con costanza e coerenza, nel modo migliore.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Genova e Venezia fra Tre e Quattrocento, Genova, Bozzi, 1970

Le grandi scoperte geografiche e la nascita del colonialismo, Firenze, La Nuova Italia, 1975

Fonti sulla penetrazione europea in Asia, Genova, Bozzi, 1976

Esplorazioni geografiche e sviluppo del colonialismo nell’età della rivoluzione industriale. I: Fasi e caratteristiche dell’espansione coloniale. II: Espansione coloniale ed organizzazione del consenso, Firenze, La Nuova Italia 1979-1980

L’esplorazione italiana dell’Africa, a cura di F. Surdich, Milano, Il Saggiatore, 1982  

Il Medioevo, in La Storia: gli avvenimenti e i personaggi, Busto Arsizio, Bramante, 1987, pp. 11–479

C. Cavalli, Più neri di prima. Colonizzazione e schiavitù in Congo nel diario di viaggio di un italiano agli inizi del Novecento, a cura di F. Surdich, Reggio Emilia, Diabasis, 1995

M. Guattini – D. Carli, Viaggio nel Regno del Congo, a cura di F. Surdich, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1997

Verso il Nuovo Mondo. L’immaginario europeo e la scoperta dell’America, Firenze, Giunti 2002

L’attività missionaria, politico-diplomatica e scientifica di Giuseppe Sapeto. Dall’evangelizzazione dell’Abissinia all’acquisto della baia di Assab, Comunità Montana “Alta Val Bormida”, Millesimo, 2005

La via della seta: missionari, mercanti e viaggiatori europei in Asia nel medioevo, Trento, Genova, Il Portolano, 2007

Verso i mari del Sud. l’esplorazione del Pacifico centrale e meridionale da Magellano a Malaspina, Aracne, Roma, 2015.

POSTSCRITTO

Il collega Davide Arecco (Università di Genova) aveva concepito un volume in onore Francesco Surdich per il suo ottantesimo compleanno. Purtroppo, mentre il volume era in preparazione, Surdich è mancato. Così il volume è diventato una raccolta di saggi in memoria (Genova, Città del Silenzio Edizioni, dicembre 2024, a cura di Davide Arecco, con scritti di Francesco Surdich stesso, e uno studio dei due autori del presente ricordo, oltre a numerosi interventi di vari studiosi). Si segnala finalmente che la Miscellanea di Storia delle Esplorazioni è ora integralmente consultabile online grazie ad un progetto patrocinato e sostenuto dalla Società Ligure di Storia Patria: https://www.storiapatriagenova.it/BD_vs_contenitore.aspx?Id_Scheda_Bibliografica_Padre=3391&Id_Progetto=0

Autori

  • Paolo Luca Bernardini

    Paolo L. Bernardini (Genova, 1963), è ordinario di Storia moderna presso l'Università dell'Insubria dal 2006, e dal 2018 direttore e fondatore del DiSUIT, il Dipartimento di Scienze Umane e dell'Innovazione per il territorio, primo dipartimento umanistico presso l'ateneo lombardo. Paolo Bernardini ha conseguito il Ph.D. presso l'Istituto Universitario Europeo di Firenze, e svolto attività di ricerca e insegnamento negli USA, in vari paesi europei, in Australia, Sud Africa e Kazakhstan. Si occupa di storia europea, del pensiero politico, e di recente ha sviluppato un interesse per la storia globale (nel 2021 uscirà presso Routledge il suo libro "Night in World History", dedicato al tema della notte dall'inizio del mondo fino a oggi). E' autore di 14 monografie e altrettante curatele, e di circa 200 articoli scientifici, in varie lingue. Nel 2020 sarà visiting professor presso la Samarkand State University in Uzbekistan. Vive e lavora tra Como, Venezia, e la riviera ligure di Ponente. I suoi ultimi lavori sono la raccolta di saggi "Vie libere. Topografia di una città immaginaria" (Liberilibri, 2019), e la curatela, con Elisa Bianco e Davide Arecco, del volume di scritti di storia della scienza del suo maestro, Salvatore Rotta (1926-2001), "Geminiano Montanari e altri studi di storia della scienza", in corso di stampa presso Mimesis, Milano.

  • Elisa Bianco

    Elisa Bianco è laureata in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Padova, Elisa Bianco ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e Dottrina delle Istituzioni presso l’Università degli Studi dell’Insubria. Dal 2007 al 2009 è stata Lecturer in Italian Studies presso la Boston University di Padova e nel 2012 Visiting Research Associate presso il Dipartimento di Antropologia di Georgia State University, Atlanta (USA). Dal 2013 è Ricercatrice in Storia moderna (M-STO/02) presso l’Università degli Studi dell’Insubria